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Ritorno farfalla

È un ritorno strano, il mio.

Ritorno a casa, tutti tornano a casa, ma non è la mia casa. La mia casa è altrove o forse non c’è ancora.

La mia casa non è qui, mi è sfuggita molte volte: abbandonata, perduta, requisita, rubata, preclusa.

Ho un letto, ho un luogo sicuro dove posare il mio capo la sera, dove forse fare l’amore, ho una cucina dove preparare il cibo con amore, un tavolo dove mangiarlo, un angolo dove sedermi e scrivere, ho le mie cose tutt’intorno, le mie piante, i miei libri, è un luogo che profuma di me, ma non è la mia casa.

Ritorno al mio lavoro. E il mio lavoro non è più lo stesso, ho perso i luoghi, le relazioni, tutto quello che avevo costruito in molti anni, andato in fumo, tutto da ricominciare da capo, talmente diverso da non essere più per niente lo stesso: il lavoro che amavo, per cui mi svegliavo al mattino felice di alzarmi.

Ritorno alla mia vita e non la ritrovo, forse perché in realtà non era affatto la mia vita.

Ritorno ai miei affetti, almeno, si. I miei affetti ci sono, condannati come me, si chiedono e mi chiedono perché, ma non c’è risposta.

Sono una deportata, condannata a vivere in un luogo dove non ha casa, né modo di dare senso alla vita.

Sono stata condannata perché ho difeso la mia dignità e preteso la mia libertà di donna, e una donna la sua libertà la deve ancora riscattare a un prezzo altissimo.

Torno a me stessa allora, al centro di me stessa e non mi trovo più, non sono più la stessa, sono molto più io, ma non so ancora chi sono.

Ho saputo per anni di essere un bruco, strisciavo, mangiavo, crescevo, ero un piccolo bruco schivo, curioso, ribelle e chiacchierone, troppo pieno di cose da esprimere e possibilità da cogliere, sgraziato e carino, timido e spigoloso.

Poi il bozzolo, la crisalide, la lotta per uscire da quella piccolissima gabbia sicura e angusta, dover superare la paura, combattere per fuggire, per non morire. Ci sono momenti nella vita in cui non ti chiedi chi sei, né come stai, né se ce la farai: lotti, resisti e basta.

Ce l’ho fatta, mi sono liberata, non ritorno a niente, non appartengo più a niente, solo a me stessa e a chi decido di amare.

Oggi so cosa prova la farfalla quando si libera dal suo bozzolo. Ha solo una gran voglia di librarsi ridendo nel cielo, di divertirsi, stare bene, volare, volare, volare e non pensare a niente. Non pensare a quanto è stata dura o a cosa sarà. Vuole solo sentir fremere le ali, tutto il corpo e l’anima, nel tepore del sole. Sente un gran desiderio di compagni di volo da coinvolgere nella sua folle danza, disperatamente gioiosa, insensatamente bella, allegra, spensierata.

Perché la farfalla sa di poter essere fiera della sua bellezza e del suo coraggio, vola con la consapevolezza che forse non ci sarà un domani, che il momento presente è tutto quello che ha e che essere di nuovo intrappolati e non poter più volare è l’unica condizione realmente insopportabile.

O volare o morire e la farfalla vola, io volo e forse non mi importa nemmeno più di sapere chi sono, cosa penso, in cosa credo, cosa cerco…

Sono una che vola, nonostante tutto felice, sono ritornata a me e mi ritrovo in questo non definirmi, in questo vivere, semplicemente.

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