LA COGNIZIONE DELLA MORTE

L’accoglimento della morte, la sepoltura, la celebrazione del ricordo sono l’atto di nascita della civiltà, ne sono il germe antropologico e psicologico.

Le prime tumulazioni finora rinvenute risalgono a millenni fa: le salme venivano deposte in posizione fetale, rivolte a oriente e in molti casi circondate da statuine della dea Madre. Un ritorno alla protezione dell’utero materno, una ri-nascita in una dimensione diversa, o in un cerchio vitale infinito. 

In letteratura la morte è ineluttabile, va accettata: Euridice non può tornare dal regno dei morti. Vampiri e Zombie sono esseri dannati, creature devastate e rabbiose. Frankestein si ribella a chi ne ha fatto un non-morto, reietto dalla propria comunità, escluso dall’amore. 

La morte è parte della vita, ne è condizione e conclusione: ce lo insegna Proserpina, figlia e sposa infernale part time. Ce lo dicono l’autunno e l’inverno, che sono pedaggio della primavera.

Ma non si tratta solo di un ciclo: la celebrazione della morte è celebrazione dell’esistenza, e dunque è fortemente connessa alla narrazione della vita, alla quantificazione della memoria, al ricordo, senza i quali la civiltà scompare, non ha tessuto. 

Ciò che posso raccontare è stato, e se è stato rimarrà con me, con noi. Quante iniziative sorte in questo periodo sospeso vanno nella direzione di diffondere storie? Ispirati dal Decameron, tantissimi artisti hanno dato voce alla letteratura edita e inedita, e migliaia di persone si sono fermate ad ascoltare. Esercizio peraltro raro, di cui si stava perdendo la competenza.

Anche la morte va accompagnata ed elaborata.

Il bisogno di dire addio si sposa a quello di raccontare.

Nell’Iliade c’è un apice di terrore in cui la rabbia prende il sopravvento sull’eroismo. Achille, nella sua ira cieca, vendica la perdita dell’amico Patroclo e profana il corpo martoriato di Ettore, trascinandolo attorno alle mura sotto gli occhi atterriti della moglie, del figlio, e del padre. È una scena terribile, in cui la bestia sostituisce il semidio.

Al nemico non viene concessa la tregua della sepoltura, in spregio a qualsiasi norma etica, umana, civile appunto. 

Allora re Priamo scende dalle mura di Troia, entra nell’accampamento nemico. È disarmato, debole, orfano contro natura dei suoi figli, e si presenta all’eroe. Gli parla della sua perdita, gli dice “Pensa a tuo padre”, implora pietà senza mai perdere nobiltà. E Achille torna in sé. Fa vestire, lavare e profumare il corpo del principe. Lo rende ai suoi affetti e la guerra si ferma, affinché ciascuno possa piangere e onorare i suoi morti.

Questa è la fine dell’Iliade: il primo e più grande poema della civiltà occidentale termina con la restituzione dell’onore alla morte.

Non ho potuto non pensarci nel guardare lo strazio di questi giorni, in cui il dramma nel dramma è la riduzione dei morti, tanti, tantissimi morti, a numeri, caricati su camion militari, spazzati via dal mondo e dai loro affetti dopo settimane di calvario. Prelevati senza una vestizione, nudi o poco coperti, a volte tumulati senza la presenza di nessuno, perché ci sono intere famiglie malate e confinate a casa. 

E il tutto in un meccanismo di rimozione collettiva, per cui nel nome di una ripartenza, per quanto necessaria e sacrosanta, quei numeri vengono spesso messi in dubbio,  sminuiti, negati.

Dei circa 28000 morti accertati (ad oggi) per Covid 19, ai quali mancano evidenti riscontri in eccesso, vista la penuria di tamponi e le comorbilità, la metà sono in Lombardia. Diversi comuni hanno visto aumentare fino a quattro volte il numero dei defunti rispetto all’anno scorso, ma anche in alcune località del Trentino il fenomeno è analogo, sebbene meno esteso. Folle poi è la vicenda delle rsa: una strage inaccettabile e dai contorni ancora assolutamente oscuri e inquietanti.

In questo orrore, mi ha colpito la vicenda dell’Eco di Bergamo, un piccolo giornale locale, che da quando ha compreso la portata della tragedia ha pubblicato ogni giorno dieci pagine di necrologi e ha raccolto piccole storie, quando ha potuto, come una nuova Antologia di Spoon River.

La morte è ovunque, eppure è come se non potessimo o volessimo farne esperienza.

I morti portati a bruciare, avvolti solo da un lenzuolo, come lazzari contemporanei, ma  vilipesi, privati della dignità, della speranza.

I sanitari come Caronte, ma con l’afflato di Gesù Cristo in croce, a fianco del ladrone, in un’ultima staffetta dell’umana pietà.

Chi sono queste persone? Chi erano? 

Scrive un amico che ha perso la madre in ospedale: “Se ne è andata sola, senza nulla delle sue cose, senza la vicinanza dei suoi cari, maledettamente. Non era perfetta ma per me l’unica, di certo buona, generosa, amata, senza nemici, e ha sempre sorriso a tutti, alla vita”.

Contatto Lisa Martignetti, che collabora con diverse imprese di pompe funebri a Bergamo per la cura dei defunti e i rapporti con le famiglie. Non è un’eredità subita: Lisa ama il suo lavoro, si definisce “la ragazza dei cimiteri”. Sono luoghi dell’anima, che frequenta fin da bambina: li fotografa anche, e le foto (piene di rara grazia e bellezza) danno voce a quelle che lei chiama “le mie creature”. Angeli, madonne, croci. Volti di pietra che custodiscono la pace di chi non c’è più, ma ha la sua dimensione, il suo posto. 

Risale allo scorso Novembre la sua mostra fotografica Confini, con le iconiche immagini da lei immortalate del Cimitero monumentale di Bergamo, che ci ha prestato con generosità e grande disponibilità per questo pezzo, per la sua Bergamo.

Si è spesso discusso e polemizzato sulla terminologia utilizzata per la narrazione dell’epidemia: c’è chi trova scorretto il termine “guerra”, ad esempio. 

Ma è così che Lisa ne parla. La morte è entrata in tutte le case. In molti hanno perso padre e madre nel giro di poche settimane: anziani sì, ma non solo, e comunque il dato non lenisce il dolore, anestetizza soltanto l’opinione pubblica. 

Lisa abita di fronte a uno degli ospedali di zona: racconta il trauma del suono delle sirene, molto simile al trauma del rumore degli aerei che per decenni ha tormentato chi ne aveva fatto esperienza durante la seconda guerra mondiale, durante qualsiasi guerra…

I segni psicologici che questo incubo lascerà nella coscienza di chi lo ha attraversato sono ferite profonde, che si rimargineranno con fatica e lentezza.

Giusto dunque il dibattito sulla gestione.

Sacrosanta la vigilanza sui diritti negati.

Ma altrettanto importante sarà il lavoro di tangibilità: l’elaborazione del dolore, la presa d’atto che questo è, non è fake, non è un complotto ai danni della libertà, non è un esperimento di controllo sociale.

Perché oltre la paura iniziale, assistiamo ora alla rabbia e alla negazione che sono sempre preoccupanti segnali di barbarie e scempio umano.

La ricerca dell’untore, del capro espiatorio.

La censura e la banalizzazione della comunicazione. 

La cosificazione dei morti (sono di meno, sono vecchi, erano già malati).

È una reazione comprensibile, visto il panorama distopico in cui siamo piombati nel giro di qualche settimana, ma va arginata e ricondotta alla riflessione consapevole e all’umana compassione.

In questo tutte le istituzioni, dalla politica alla scuola, dalla sanità all’economia, devono coordinarsi per mantenere la dimensione collettiva delle comunità, la tenuta psicologica sociale, la razionalità empatica.

Diversamente, l’individualismo e gli egoismi ci condurranno verso un’autodistruzione irrimediabile, in cui il virus, il più egualitario tra gli strumenti della natura, non sarà affatto meritocratico nel decidere chi sommergere e chi salvare.

Dove sono zio Isaac e zia Emily,

e il vecchio Towny Kincaid e Sevigne Houghton,

e il maggiore Walker che aveva parlato

con uomini venerabili della rivoluzione?-

Tutti, tutti dormono sulla collina.

Li riportarono figli morti dalla guerra

e figlie prostrate dalla vita,

e i loro bimbi orfani in pianto-

Tutti, tutti, dormono, dormono, dormono sulla collina

(da La collina, Antologia di Spoon River, Edgar Lee Masters)

Cimitero monumentale di Bergamo – Lisa Martignetti Ph

(tutte le fotografie sono di Lisa Martignetti, scattate al Cimitero Monumentale di Bergamo e presentate nella sua mostra Confini lo scorso Novembre 2019)

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