FUTURE: ABBATTERE IL MURO DEL SILENZIO

I fatti di questi giorni e forse ancor più le polemiche che ne sono scaturite mi lasciano sgomenta e attonita.

L’episodio degli insulti in campo a Balotelli, italiano, che si è ribellato lanciando il pallone in tribuna.

Poi il 14 Novembre scorso le banane marce sulla porta di casa di Balkissa Maiga, che esce di casa per accompagnare la figlia a scuola. Balkissa è italiana e vive a Roma da diversi anni . “Mai come negli ultimi 2 anni mi sono sentita aggredita con così tanta facilità. Le aggressioni verbali che ho vissuto per strada non le conto più, sui mezzi pubblici non ne parliamo. Non li prendo più.”

Venerdì 29 novembre alle 18,00 parteciperemo con alcune colleghe blogger di livingwomen all’evento Love is indie air ✹ Future, undici voci femminili dal futuro alla Bookique Trento. Saremo in dialogo con l’editrice Silvia Costantino ed Addes Tesfamariam, una delle autrici del libro “Future. Il domani narrato dalle voci di oggi” (effequ editore): un’antologia che è anche un atto di accusa a cura della scrittrice Igiaba Scego e che raccoglie 11 short stories di donne afroitaliane. Sono narrazioni forti che parlano di femminile, radici, razzismo, tradizioni, seconde generazioni, speranze, fatiche. Un libro che parla anche di e con me, donna bianca italiana legata a doppio filo al loro mondo.

I miei due figli sono di origine afro-italiana. E questa è una storia che non avevo ancora raccontato.

Mi sono sposata in Inghilterra nel 2001. Il mio ex marito è francese, di origini camerunesi da parte di entrambi i genitori. E’ un cosiddetto “francese nero di seconda generazione”. E’ nato e cresciuto a Parigi. Lì ha frequentato il liceo ed i primi 2 anni dell’Università. Nel 1998 si è trasferito in Gran Bretagna con i cugini coetanei, perché già allora (e da molto prima di allora) la Francia non considerava i suoi figli di pelle scura alla stregua di quelli di pelle bianca. Anche se li aveva cresciuti ed educati. Same old story, è la solita vecchia storia. Che tristemente si ripete da decenni senza risolversi mai, sin dai tempi delle colonizzazioni europee.

A Parigi erano gli anni delle banlieue in fiamme. Quelle del film l’Odio (La Haine 1995) una pellicola di esplicita denuncia sociale. Scritto e diretto da Mathieu Kassovitz, vincitore del Premio per la miglior regia al Festival di Cannes. Gli anni dell’ascesa del Fronte Nazionale di Jean-Marie Le Pen, formazione principale e senza rivali del nazionalismo francese di estrema destra a partire dal 1984.

Nel 2002 siamo tornati in Italia. In Trentino. E’ nata mia figlia. Nel 2003 è nato mio figlio. Sono italiani, nati nel mio paese di origine e di appartenenza. Black italians, che piaccia o no.

Io e il mio ex marito siamo stati una delle prime coppie miste qui. Ricordo molto bene gli sguardi. E le battute. Ricordo chi al semaforo con i bambini mi chiedeva come se fosse stata la cosa più normale del mondo: “Ma da dove li ha presi?” Oppure “De che razza ei po’? ” “Ma no che non è lei la mamma. Non le assomigliano neanche”.

Nel 2009 ci siamo separati, consensualmente e senza drammi. Credo che fra le tante altre cose, non abbiamo mai saputo superare il gap culturale del passaggio dal Regno Unito al Continente. All’Italia in particolare.

Pur con le sue problematiche (oggi tutt’altro che superate, anzi si potrebbe dire che i nodi siano venuti al pettine) l’integrazione in Gran Bretagna è una realtà caratterizzata da un dibattito che quantomeno è stato discusso in maniera più appropriata e più a lungo, sia in sedi istituzionali che politiche. Anche se i risultati attualmente non sembrano essere affatto incoraggianti, in Inghilterra come nel resto del mondo, la cultura inter-raziale si è però nel tempo saputa costruire (e non con poca fatica e determinazione) una propria identità e cifra espressiva dentro alla società anglosassone – che a sua volta è stata lentamente digerita anche dall’ “establishment bianco” (penso alla scrittrice Zadie Smith per le donne oppure al pilota di F1 George Hamilton per gli uomini, per fare due esempi noti ai più). Senza ricorrere alla citazione di persone “famose” chi ha vissuto in Gran Bretagna sa che non è certamente cosa rara incontrare nella vita di tutti i giorni un direttore di banca, un chirurgo, un avvocato, un professore universitario (donna o uomo) – in definitiva una persona “di successo” – di etnia non bianca. Non così strano come lo è ancora oggi in Italia, alle soglie del 2020. Parrebbe anzi che qui da noi la cosa non sia nemmeno percepita da molti, troppi, “tollerabile”. Le cronache di questi giorni, senza entrare nello specifico, ne hanno dato e ne stanno dando ampia dimostrazione. Ma questi episodi accadono ogni giorno, e forse non è così negativo che finalmente se ne sia cominciato a parlare apertamente. Se di un problema nemmeno se ne parla, significa che il problema “non esiste” – nel senso che non viene percepito come tale.

Dopo la separazione io e i bambini ci siamo trasferiti nuovamente nel mio paesino di origine. Era il 2011. Rimasti noi 3, pensavo ingenuamente di poterli far sentire più protetti e liberi là. Il giorno che siamo arrivati sono andati a giocare al parco. Un’ora dopo sono stati accompagnati a casa da una pattuglia di carabinieri a seguito di una segnalazione telefonica che denunciava la presenza di “bambini negri ladri sporchi zingari che giravano liberamente per il paese”. Avevano 9 e 8 anni.

Questo è solo l’episodio più eclatante di quanto ci è capitato in questi anni. Ed è anche uno dei (tanti) motivi per cui non ho mai mandato i miei figli a scuola nel mio paesino, dove ho continuato a lavorare a tempo pieno e ad accompagnarli a scuola in città in auto, da sola, all’andata ed al ritorno, fino all’inizio delle scuole medie. Circa 80 km al giorno. Lì però hanno potuto frequentare una scuola elementare pubblica sperimentale bilingue, dove hanno avuto l’opportunità di crescere sereni in un ambiente multilingue, multiculturale, multirazziale ed aperto. Quello che avrei sperato per noi quando sono rientrata in Italia, ma che fuori da quella scuola difficilmente ho poi re-incontrato.

Nel 2014 ci siamo trasferiti in una cittadina più grande dove puntualmente al momento del trasloco siamo stati accolti sulla soglia dal vicino di casa che ci ha tenuto a sottolineare prontamente il fatto che la nostra presenza (donna sola + 2 figli negri) avrebbe svalutato il suo immobile.

I miei figli ora frequentano le scuole superiori. Insieme a tanti altri ragazzi come loro. Sono il futuro che questo paese non ha mai guardato negli occhi. E che non osa guardare perché dovrebbe fare i conti con la propria pochezza e la propria inadeguatezza e ignoranza profonda. Occhi bellissimi, intelligenti, consapevoli. Sono gli sguardi che questo paese non sa reggere. Un paese involuto che tollera il razzismo negli stadi sì (quello di Balotelli è solo l’episodio più visibile, la punta di un iceberg), ma quel che è peggio lo fa sistematicamente anche nelle scuole, dal dottore come dal fornaio. Un paese così profondamente sciocco e quasi nella sua totalità inconsapevole del proprio passato e del proprio presente, che non ha nemmeno gli strumenti ed i riferimenti storici e culturali per rendersi conto di non parlare di migranti, ma di italiani. Non importa che gli si voglia concedere la cittadinanza o meno. Sono italiani.

Un paese che rifiuta una parte di sé è un paese che rinnega se stesso, privo di coscienza politica e sociale.

Questa è soltanto una parte della nostra piccola storia. Ci sono state e ci sono molte amicizie e molti giorni felici. Ma anche questa è stata – ed è – la nostra vita.

Oggi il mio vicino dopo 4 anni di aperto ostracismo da qualche tempo ci saluta. Io gli rispondo solamente quando ne ho voglia. I miei figli lo fanno sempre. Sono già passati oltre.
Sono io che dovrei reimparare ciò che ho insegnato loro da bambini: “Adesso usciamo. Se qualcuno ha un problema con il colore della vostra pelle, ricordatevi sempre che il problema non è vostro, ma loro.”

Ho molta voglia di guardare negli occhi queste ragazze e di ascoltare le loro storie. Di fare loro delle domande. Ho molta voglia di imparare da loro che sono l’anello che congiunge il passato al presente. Loro che sono già Future.

“L’italia, pur avendoci in grembo, non si era accorta di noi. Eravamo gli alieni della nazione, quelli che portavano il caos, quelli che parlavano italiano come gli italiani, che si lanciavano nel dialetto, che quando si muovevano erano quasi non distinguibili dai friulani, dai siciliani, dai laziali, dai veneti. Ma poi la nostra pelle e i nostri occhj a mandorla segnavano una differenza.
La nazione guardandoci per la prima volta negli occhi non ci ha riconosciuti come roba sua.
Noi lo sentivamo, questo stare nel mezzo.
Sapevamo di non essere migranti come i nostri genitori, ma non eravamo nemmeno gli italiani pizza pasta e mandolino dello stereotipo. Eravamo in mezzo, semplicemente. In mezzo, tra gli spaghetti e il cous cous.”

J’accuse too.
Leggete questo libro. Partecipate a questo incontro.

Megan. Polaroid di Lucia Semprebon

Pubblicato da

...never trust a woman who loves the blues. Also, a jazzy girl, single working mother of two...and so on.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.