LIVINGARTISTS INCONTRA STEFANO DETASSIS

L’autunno è forse la mia stagione preferita. Meno sfrontata dell’estate. Niente più chiasso, finalmente lentamente scompaiono chiappe e tette a vista. Urla schiamazzi e musica forzatamente allegra. Tutto torna ad essere più vero. Più sommesso. Torna il silenzio. Si riallacciano prima le camicie e poi i cappotti. Si possono di nuovo proteggere lo sguardo ed i pensieri sotto ad un berretto o ad un cappello. …Forse è proprio per questo che sospendo le interviste d’estate. Attendo che torni l’autunno, che torni e mi riporti la sua intimità.  Sono immersa in questi pensieri quando Stefano Detassis mi raggiunge al baretto del circolo del tennis. Siamo solo noi, il piccolo registratore sul tavolo, il barista. Fuori, i  palloni pressostatici dei campi da tennis. Ordiniamo una birra. Ci sediamo al tavolo e Stefano mi dice: “Questa sera ero anche un po’ malinconico prima di uscire, non so se era lo stato d’animo adatto per venire a fare l’intervista. Ma comunque sono venuto”. Appena pronunciate queste parole la tensione (o forse meglio dire l’emozione) che mi accompagna prima di ogni intervista si dissolve. Penso e dico: “Siamo sulla stessa lunghezza d’onda Stefano. Hai fatto benissimo a portare qui con noi la tua  malinconia questa sera.” 

Stefano Detassis è attore conosciuto sul nostro territorio. Ad ottobre ha portato a teatro sui palcoscenici trentini le repliche degli spettacoli DUE. Una storia d’amore (Produzione Rifiuti Speciali di e con Manuela Fischietti regia di Maura Pettorruso)  La conquista della felicità Dialogo tra Bertrand Russell e Cassiopea (Produzione Trento Spettacoli – testo e regia di Maura Pettorruso). Mercoledì 31 ottobre allo Spazio Off di Trento in veste di presentatore di rosa shocking vestito per lo spettacolo-quiz Il Gioco di Lady V. Una serata veramente Figa! (testo di Maura Pettorruso e Cristina Pietrantonio) con il sostegno dell’ Assessorato Pari Opportunità – Provincia Autonoma di Trento.

Sempre nel 2018 GIUDIZI UNIVERSALI uno spettacolo itinerante dai testi di Roberto Cavosi con Maura Pettorruso, Stefano Pietro Detassis, Clara Setti, Marta Marchi, Emanuele Cerra – regie di Stefano Cordella, Giacomo Ferraù, Maura Pettorruso, Clara Setti.

Nel 2015  la partecipazione al film In fondo al bosco (2015) per la regia di Stefano Lodovichi dove ha interpretato la parte dell’ispettore Hannes. Il film è stato distribuito da Notorious Pictures nelle sale italiane. Una pellicola che a suo tempo avevo visto e reputo tutt’oggi per molti aspetti interessante.

Ho visto diversi spettacoli con Stefano in veste di attore in passato. L’ho sempre trovato un grande professionista. Ed avrei voluto sapere di più del suo lato di artista sì, ma anche umano. Tuttavia non ho mai trovato nulla che parlasse di lui, oltre alla rassegna stampa dei suoi numerosi spettacoli. E’ così che ho proposto questo incontro. Per la verità, non mi aspettavo che accettasse un’intervista… Ed invece qui troverete la nostra (bella) chiacchierata. Di cui lo ringrazio.  Le fotografie a Stefano sono di Francesco Franzoi.

 

MK: Stefano Detassis: Viene prima l’uomo o l’artista?

SD: Oddio io credo che vadano insieme le due cose. Per forza. Ho come un mito, poi magari non è sempre vero, però a me piace pensare che i grandi artisti sono anche grandi persone. Quindi per me cercare di fare bene il proprio mestiere – se diventa arte poi qualcun altro lo dirà – significa anche cercare di essere una persona migliore. E’ un po’ una cosa che insegue l’altra e viceversa. Soprattutto nel mestiere di attore per essere un bravo attore ti devi immedesimare nell’altro, e meglio lo fai e più sei bravo. Il che significa essere empatici. Probabilmente ancora non lo sarò sempre, a questo devo ancora arrivarci. Però dicono che, almeno per questo mestiere, un buon attore lo diventa dopo avere vissuto un po’. Quindi prima di tutto arrivarci. E poi tipo verso i 50 dopo avere visto un po’ di cose puoi realmente esprimerti al meglio. Io un po’ lo credo, perché alcuni dei miei miti sono dai 50 in su… Danio Manfredini, Elena Bucci, Claudio Morganti… Tutta gente di teatro grande che poi ha fatto anche un percorso personale. Ho fatto un corso teatrale con Danio, e lui ti raccontava veramente di tutto. Per farti capire poi qualcosa che avrebbe funzionato sulla scena. E lì è fantastico perché si mescola la vita con la scena e le persone che hai davanti. Diventa tutto una centrifuga emotiva, ma però puoi aggrapparti a dei nodi fondamentali. Non è terapeutico eh, è sempre tutto molto tecnico nel teatro. Però lui non aveva problemi a tirare in ballo degli aspetti personali. Non giudicava. Riusciva a parlarci in assenza totale di giudizio, anche verso se stesso e questo è stato bellissimo da sentire e da vivere. E probabilmente è anche il modo giusto per lavorare come attore. Io non sono immune a questo pericolo, ma se riesci a togliere il giudizio allora scatta qualcosa a livello più profondo e interessante e vero. Perché sennò metti sempre su un muro, o una maschera.

MK: Tirare giù tutte le maschere e le difese senza giudicare… una cosa che perlopiù nella vita non si riesce a fare…

SD: Beh nella vita credo sia più difficile. O almeno per me è più difficile. Forse è anche questo che mi affascina. C’è un luogo, il teatro, dove puoi permetterti di dire: Okay io non giudico, voi non giudicate. Certo poi c’è il rapporto con il pubblico. Ma quando si sta in sala prove con il regista e gli attori, tutti insieme, senti proprio questa qualità dell’assenza di giudizio. E’ una cosa rarissima, ma quando la trovi è particolarmente bella. E’ come dire che esplodi. Ma di più ancora, esondi. Diventi qualcos’altro che neanche sapevi di avere dentro, però riesci a toccare gli estremi. Quindi è molto appagante. Endorfine a manetta… E ne vuoi ancora. Però non è sempre così e allora devi allenarti a ricordare quei momenti in cui. Un atleta delle emozioni, si dice. Però ricordarti quando una cosa ha funzionato e quando no, magari nello stesso dialogo o nello stesso testo o dialogo, a livello tecnico è importante. E’ difficile darsi un metodo, per esempio io non ce l’ho perché vado molto di pancia, ma diciamo che per tirare fuori qualcosa in qualche modo ci devi essere passato in qualche modo. Ora non dico che devi per forza uccidere una persona per interpretare qualcuno che ha ucciso una persona, ma studiare la persona al contrario partendo dal suo modo di sentire. Mettere all’erta tutti i sensi. E tirare fuori anche il quinto e il sesto, se si può. C’è una grande mancanza di empatia in questo tempo. La trovo aberrante. 

MK: Se ti dicessero scegli fra cinema, teatro e la lettura in pubblico.

SD: Il teatro. Sì. Mi piace molto di più, è più umano. Molti cineasti infatti mi dicono che il teatro non gli piace perché è troppo umano… c’è troppo odore di essere umano. Puzzo di essere umano. Il video è diretto da un altro occhio. C’è una distanza. E c’è una replicabilità che è sempre la stessa. Nel teatro non sai me quello che cazzo può succedere. E sei lì in quel momento, con quelle persone presenti lì, e solo per quella volta lì. E questo ti dà la netta sensazione di essere vivo. Cosa che con il cinema non accade. Alle volte scherzo e dico che quando vedo uno spettacolo che non mi piace poi sto male per tre giorni. Ma è vero che poi sono un po’ malmostoso… Perché in fondo è vero che hai una brutta esperienza. E per davvero. Però io corro il rischio. Perché è troppo bello vedere cosa succede. 

MK: E la lettura?

SD: Anche la lettura mi piace molto. E poi il mezzo caldo della radio… Saper leggere è stupendo. E ci sono degli audiolibri che sono spaventosi. Ci sono grandi attori che sono bravissimi. Non ho ancora fatto un audiolibro, ma non disdegnerei affatto l’idea. Anzi.

MK: E qual’è stato il tuo percorso artistico in questa ottica?

SD: Io ho iniziato col teatro, e sono poi rimasto lì. E le altre cose sono arrivate un po’ come dire, di riflesso. Però nel teatro mi piace stare. Adesso faccio solo l’attore grazie a dio però un tempo giocavo un po’ con tutto… luci eccetera…. A parte la regia. Ho fatto l’aiuto regia ma mai la regia. Non ho troppo la visione di insieme. A me piace dare voce a qualcuno. Mi mette più in difficoltà. A me piace questo superare quella difficoltà. Oppure viverla… Fustigazione! (ridiamo).  A parte ciò sì ci sono cosine che arrivano. Perché no, io le prendo. Sono tutte cose interessanti. E’ bello cambiare un po’. Sperimentare. Per crescere un po’. E poi quando è fatto bene è tutto molto bello. Abbiamo fatto un cortometraggio a Bologna con un ragazzo che ora fa l’aiuto regista di professione. Ecco, lì puoi davvero fare quello che vuoi, perché in Italia la dimensione del corto non se la caga veramente nessuno. Ché non è che fai il corto perché non hai i soldi per fare il lungo. E’ perché quella è proprio la dimensione giusta per quello che devi dire. Qui manca… Ebbe anche un discreto successo. E’ andato anche in America. 

MK: L’America nonostante tutto certe cose ancora riesce a captarle. Forse è l’eredità della beat generation. C’è ancora un po’ di percezione

SD: Il Sundance nasce dal basso ed è diventato un signor festival. Paga lo scotto di essere visto un po’ come un bacino di nicchia. Però in realtà fa ancora cinema. Poi è vero che per fare un film in effetti ci vuole una marea di soldi. Il teatro invece ti rimane ancora abbastanza poco influenzabile. E’ più difficile fare le cose, ma se tu vuoi fare una cosa come la vuoi fare tu, la puoi ancora fare. 

MK: Adesso arriva la domandona. La solitudine … E come proseguiresti o finiresti la frase? Puoi anche chiuderla così.

SD: La solitudine. 

MK: Si. 

SD: La solitudine.  La solitudine…

MK: La solitudine e basta. 

SD: La solitudine. Come proseguiresti o finiresti la frase. La frase è questa. La solitudine. La solitudine… e?

MK: Sigaretta? (ridiamo)

SD: Solitudine sigaretta. Caffè.

MK: Ci sarebbe dentro tutto in solitudine sigaretta caffè in un certo senso.

SD: Poi. Esiste? Io mi sento molto solo. Ed è strano perché non è così. Il mondo è iper collegato. E’ dentro la solitudine. Non mi piace, però a volte la cerco. A volte ci si sto bene. Per riuscire a non dover dimostrare. Per non avere la paura del giudizio degli altri cosa fai? Ti isoli, così… puoi rilassarti.

MK: Ma tu ti rilassi quando sei da solo? Perché io dopo un po’ entro in una serie di cose che mi dico ‘maddai Mari’… 

SD: C’è un primo momento in cui incominci a fare cose. ‘Adesso faccio questo poi faccio quell’altro’. E poi, poi ti arrendi al fatto che ‘Beh. Io non ho voglia di far niente. O di pensare. E basta’. E devi accettare che arrivi sta cosa. Perché sennò non potrai mai dargli il giro. 

MK: Stavo pensando adesso alla solitudine non in accezione negativa ma neutrale: forse è solo lì che diventiamo produttivi adesso che abbiamo tutti questi tanti, troppi stimoli, troppe cose. E’ come se dovessimo monetizzare anche questo tempo che è nostro. Quando smetti come dicevi tu di pensare “Adesso sono da solo/a e DEVO fare qualcosa! Devo leggere un libro, devo guardare un film, devo accrescere la mia cultura, devo fare ginnastica…”  Però si è quando ti arrendi è solo allora che arriva la solitudine giusta. Quella che ti serve veramente. 

SD: Assolutamente. E’ quella a cui dare il giro nel senso sano. Cioè più del sano. In cui quello che vuoi dire è veramente quello che vuoi dire. Quello che vuoi fare è davvero quello che vuoi fare. Non te ne accorgi. E infatti io faccio dei muri di tappi.

MK: Muri di tappi?

SD: Era un mio progetto. Fare un intero muro di tappi di sughero. Ti assicuro che… Con la colla attacco e attacco i tappi. Mi dicevo faccio una testiera del letto. Oppure niente. Non hanno assolutamente un senso quei tappi. Ma è bello da vedere. E mi rilassa tanto. 

MK: Per me da bambina era ritagliare dalle riviste le immagini e creare dei collage con delle situazioni da me inventate. Quando arrivi lì è bella la solitudine. E poi tante volte ti ridà la dimensione giusta anche del fuori poi. Ridimensioni un po’ il resto. Torna a posto. Io quando riesco a fare quella roba là poi tutto torna a posto. Anche quello che un’ora prima non lo era affatto, a posto.

SD: E’ difficile alle volte guardare le cose da un altro punto di vista. Magari stando da solo tu ti sforzi di farlo. Poi lasci perdere. E poi arriva. Ho scoperto questa cosa fantastica che è il sogno. Spesso una soluzione ad un problema, che non ti arriva perché sei incistato su quel problema, il sogno quando ti sei rilassato te la porta. 

MK: Il mondo in cui viviamo oggi come lo vedi?

SD: Vedo molti che urlano forte un’ovvietà che… non so. Nell’era dell’iper celebrazione del sé, dovremmo fare un volantino dove manco la faccia: Sconosciuto si candida. Adesso esagero, però sarebbe una bella provocazione. E’ che non mi piace l’atteggiamento dell’“ho ragione io”. Oggi ognuno urla la propria ragione. Molte persone, persone intelligenti, hanno scelto e deciso che questo è un modo giusto di fare. Questo, per me, è pericoloso. A me piace pensare che ci siano comunque scrittori e poeti sconosciuti che hanno scritto dei capolavori, e che noi un giorno li scopriremo. Questo lo spero, sì. Quindi non è che sono catastrofista. Però un po’ le balle girano. Parecchio. Ma ci sono anche delle piccole rivoluzioni. Solo che non hanno una grande visibilità. Quando Michelle Obama faceva il suo orticello, dava un esempio. Come diceva anche Pasolini, solo l’esempio può creare qualcosa. Prima di tutto siamo noi singolarmente a cambiare il modo di vedere le cose e di approcciarci al mondo. E allora forse questo muove anche qualche cosa. 

MK: Hai collaborato molto anche con le donne, almeno in territorio trentino, che in un paese come il nostro non è scontato affatto… registe, sceneggiatrici, attrici… Come ti sei trovato in questo mondo teatrale al femminile? Credi sia stato un caso, o è stato anche una scelta? O una cosa ancora diversa?

SD: Mi sono trovato molto bene. Benissimo. Non lo so, credo un caso. Però… Sai ci sono molte donne nel teatro; più degli uomini. Son poche nei posti di comando, sicuramente. E questo è strano. Faccio difficoltà perché non ci ho mai pensato in questi termini, però se faccio mente locale ho iniziato sempre con donne. In genere non ti dico che vengo annullato, per carità. Però se c’è una regista è una regista. E se è brava, è brava. Non so come dire. Non è una questione di genere. Poi soprattutto nel teatro in cui mi muovo io che è molto se vuoi sperimentale – con ciò che facciamo con Maura (Pettorruso) e con Daniele (Filosi) – abbiamo cercato nuove forme – sempre teatrali – di comunicare. Di passare. E si mescola un po’ tutto. Diventano delle persone con cui mi piace stare. Lavorare. E’ semplice in fondo. Basta che non ti metti nell’ordine di idee che siccome è donna allora ne sa meno. Ma non esiste, o almeno a me non è mai venuto in mente. Si lavora insieme. E poi si vede come ci si trova. Se ci lavoro bene ci lavoro bene. Questo capita anche con i maschi. certo forse con i maschietti senti più la competitività, ogni tanto. Ma anche lì basta una giornata insieme ad appianare qualsiasi divergenza. Non potrei farti un decalogo di come è la donna a teatro o l’uomo a teatro. Proprio perché vai a conoscere veramente le persone, questa cosa si azzera. E’ un pregiudizio. 

MK: L’opera artistica, non necessariamente nell’ambito in cui lavori, a cui ti senti più legato?

SD: Sei sicura? 

MK: Sì!

SD: Io te la dico eh. (ride) E’ un film. In Italia è passato con “Ricomincio da capo. Il giorno della Marmotta” (1993). Il protagonista è Bill Murray. Lui è un giornalista che si occupa di meteo abbastanza bieco e cinico che ad un certo punto arriva in questo paesino piccolissimo di quattro anime dove c’era appunto questo giorno della marmotta con questo marmottone enorme. E lui si trova a vivere lo stesso giorno continuativamente. Lo davano di solito sotto Natale e non so dirti perché, ma è un film che quando lo vedo mi smuove qualcosa. Veramente mi rendo conto che non sia Bergman ma mi dice qualcosa. Mi commuovo, mi emoziono. Divento un bambino. E quel bambino lì è felice. E quindi quando sei felice nel vedere una cosa… e poi anche Ritorno al Futuro… chissà forse è la questione del tempo che mi affascina.

MK: I tuoi punti di riferimento nell’ambito della tua professione di attore, se ne hai?

SD: Ma sono un po’ quelli che ho nominato. Danio Manfredini, Claudio Morganti, Elena Bucci, Francesca Mazza e ho iniziato anche con Angela Malfitano. Tutto entourage dell’Emilia Romagna, a parte Danio che lui è su Milano. Erano comunque ai margini del teatro classico anche quando avrebbero potuto tranquillamente fare quello istituzionale e invece sono ancora lì che danno. Ti regalano delle cose tutte le volte. 

MK: Un’altra domanda che ti vorrei fare è sul film “In fondo al bosco”a cui hai partecipato. L’ho trovato un buon film. Interessante per un paese come l’Italia.

SD: E’ bello. Atipico per l’Italia sì… un thriller. Secondo me avrebbe potuto andare anche un po’ più giù. Stefano (Lodovichi, il regista ndr) credo sarebbe andato più in fondo ma non glielo hanno permesso perché comunque siamo in Italia. Qui tendono sempre a sottolineare il sentimentale. 

MK: Ci ho visto molto i limiti ma anche il fascino di un piccolo posto di montagna con pochi abitanti. Mi ha fatto pensare anche al nostro Trentino… a delle nostre caratteristiche anche caratteriali e culturali. 

SD: Da borgo chiuso? Sai com’è in tutte le piccole comunità è difficile entrarci. Poi una volta che ci entri… scopri anche che è vero che a volte nei luoghi più chiusi potrebbero capitare le cose più turpi. E quando succedono si nascondono tutti. Tutti guardano da un’altra parte. E’ proprio la piccola comunità molto chiusa. Non necessariamente trentina per definizione. Lì il problema è mantenere quella bolla in modo tale che nessuno spinga troppo per farla esplodere né con le balle né con la verità, né da una parte né dall’altra… una roba un po’ democristiana se vuoi (ride) in cui tutto deve funzionare. Poi ti chiudi dietro la porta, e così non si vede. 

MK: Non ti chiedo chi è Stefano Detassis, ma chi è l’attore per Stefano Detassis. Come concepisci l’idea di attore?

SD: Io ce l’ho un po’ romantica l’idea dell’attore. Mi piace pensare che  un attore sia qualcuno in grado di farsi guardare mentre qualcosa lo attraversa. Ed è anche però molto pratico. Il farti guardare quando ti accade qualunque cosa. Perché non sono sempre cose piacevoli, perché devi andare a pescare robe tue molto intime. Carmelo Rifici ne parlava. Parlava di questo sacrificio. C’é qualcuno della società che si mette lì e si sacrifica per gli altri. 

MK: Era qui mi che mi agganciavo all’idea di solitudine.

SD: La solitudine in pubblico? Sul palco sei profondamente da solo.

MK: La solitudine per il pubblico. Sul palco ma anche fuori. La paghi, ma la scegli anche. Perché secondo me comunque per portare avanti una forma d’arte è necessaria una forma di solitudine. In un certo senso.

SD: Sì però è bello anche circondarsi anche di persone giuste per vincere questo. In qualche modo la si può combattere.

MK: Io dico quella positiva, non la solitudine dell’alienazione. Quello stato in cui riesci ad essere creativo. Perché anche il tempo… il tempo per portare in scena uno spettacolo, per scrivere un libro, per comporre della musica, per fare un quadro… comunque è un tempo che sottrai agli altri. Agli affetti, alle amicizie, alla famiglia.

SD: Sì questo sì. Quante volte mi invitano e devo dire no non posso. E’ molto pratica la cosa. E’ difficile anche riuscire a mantenere dei rapporti. Io ho voglia di vederti tu hai voglia di vedermi ma poi non si riesce mai a combinare. E poi sì quello che dici è vero soprattutto per fare un esempio quando magari leggi un libro per educarti a fare quella parte lì o quella scena là, e te la stai studiando a memoria da solo a casa, e ti rompi i maroni, e vorresti uscire ma non ce la fai a studiare fuori, e ti sembra tutto così effimero. Una volta che è finito lo spettacolo che hai fatto ogni sera per un mese, dopo ti manca. E ti dici beh ma dov’era tutto? Perché ogni sera era un incontro. Una cosa potentissima quando accade. E poi d’un tratto scompare tutto in un attimo. E devi vincere quella solitudine. E quella è la solitudine negativa. E poi devi stare da solo per creare sicuramente. Sono due tipi di solitudine.

MK: E però non puoi scegliere di averne una o l’altra. Sono entrambe parte della scelta che fai quando scegli un percorso artistico. E’ una scelta a prescindere. Un filo rosso che accomuna un po’ la creatività e chi ci si dedica nella vita. 

L’ultima domanda come di consueto, è che cosa vorresti assolutamente comunicare attraverso questa intervista che non sia stato detto attraverso le mie domande: una cosa che non può mancare e che vorresti dire parlando di te e di ciò che fai.

Vorrei chiudere con una battuta ad effetto come fanno i grandi one man show, ma non ce la farei mai. Vorrei fare una riflessione però sul fatto che è sempre difficile per me raccontare questo lavoro. Ho lottato per tutta la vita per far sì che fare l’attore diventasse la mia  professione. Ma adesso che è diventato un vero e proprio lavoro (e ne sono grato) mi devo ricordare che non è questo che dà un significato a quello che faccio. Mi devo ricordare che questo non è solo il mio lavoro. E’ qualcosa di più. Bello che riesco a mantenermi, sono soddisfatto e ho lavorato tanto per questo. Ed  è anche giusto che lo sia diventato perché così puoi dare il messaggio e far capire agli altri che esiste una professionalità anche in questo percorso. Soprattutto per chi ha scelto di seguire il mio stesso cammino. Ma ogni tanto devo e voglio ricordare a me stesso però, che mi piace quello che faccio. Che voglio che mi piaccia sempre. E che voglio farlo bene. E non perché é il mio lavoro, ma perché è la mia scelta.

Grazie Stefano. 

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