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#LivingArtists meets #ManuelAndTheSteadyMoods”

Members:
Voice: Manuel Sicchirollo; Guitar: Paul Hilber;  Bass: Christian Callice;
Drums: Patrick Prasch; Sax: Christian Bauer; Trumpet: Christian Eccli
Genre: Rocksteady, Bluebeat, Reggae, Ska
Good Vibes, quelle attorno al tavolo con Manuel Sicchirollo, front-man dei neonati (si fa per dire, e ne capirete presto il motivo)  Manuel & The Steady Moods.  Il nuovo gruppo nasce con il 2015 da una branchia dei “vecchi” Club99, storici in regione, legati alla scena ska dalle forti contaminazioni punk inglesi, con all’attivo 3 dischi pubblicati.
La formazione è composta interamente da “gente che suona da una vita il genere ska” e che maturando, musicalmente e non solo, si rende conto che i suoni più belli appartengono allo Ska tradizionale anni ’50, quello che arriva dal Calypso, per intenderci (genere musicale afroamericano, originario delle Antille. Il carattere responsoriale della melodia e il tono satirico del testo sono tipici aspetti di ascendenza africana: il canto, infatti, era usato originariamente dagli schiavi delle piantagioni, che se ne servivano per comunicare tra loro. Centro di diffusione fu l’isola di Trinidad. Si affermò negli anni 1950 con Lord Kitchener, Mighty Sparrow, e soprattutto Harry Belafonte, conoscerete tutti Matilda).
Siamo in 3 seduti attorno al tavolo: io, Manuel e mia sorella, che voglio ringraziare qui per avere organizzato l’incontro. E’ la prima volta che mi trovo ad affrontare un’ “intervista a tre”, è molto più complesso seguire non solo il corso dei miei pensieri e quelli dell’artista, ma anche e contemporaneamente quelli di un terzo elemento, di un terzo filo di pensieri. Una bella sfida questo allegro zigzag di sinergie…tanta robba, come si suol dire! In questo senso, quello che segue sarà il mio pezzo per #LivingArtists più vicino ad una vera e propria “intervista” nel senso più tradizionale del termine, dal momento che ho potuto prendermi il lusso di fare anche da spettatrice… buona lettura.
Iniziamo dalle cose importanti, e quindi dai progetti, dal futuro. Sicuramente verrà inciso un disco dei Manuel & the Steady Moods, ma come avrete già intuito, sarà tutta un’altra musica. Niente studio, niente produzione. Il disco sarà infatti completamente auto-prodotto. I testi sono scritti in sinergia da Manuel Sicchirollo, voce e dal bassista Christian Callice, insegnante di inglese: “Una buona botta di creatività”.
Manuel esordisce parlando della fase di cambiamento in atto: ” La nostra scena di riferimento in passato è stata quella inglese, oggi abbiamo riscoperto le radici. Quando incominci ad interessarti ad un artista o ad un genere, scopri sempre strada facendo che non è stato il primo, e così inizi ad interessarti al passato, alla storia.” In questo caso tutto nasce dal Calypso e dal Mento, musica popolare giamaicana, solo poi arriva lo Ska. Quest’ultimo nasce dalla fusione fra Jazz Bianco e Calypso. Durante le estati giamaicane giravano sull’isola i Sound System, liberamente tradotto in “furgoni musicali”, dotati di un impianto formato da più casse per animare le serate. Sono gli anni cinquanta nei ghetti di Kingston, in Giamaica, dove con generatori, piatti e impianti musicali colossali, si spargono musica e vibrazioni per le strade, per riunirsi e divertirsi. Nelle estati più calde, era impossibile riuscire a seguire il ritmo sincopato dello Ska ed è così che per poter far ballare la gente il ritmo rallenta, dando vita a nuove correnti: il Rocksteady e successivamente, il Reggae. 
E tu Manuel, come ci sei arrivato, al tuo qui ed ora?
 “Io sono partito dall’xyz per arrivare all’abc… Alla fine siamo noi che la creiamo la scena musicale: con le  nostre teste“. 
Per quanto riguarda la lingua di riferimento dei testi, Manuel ammette immediatamente di avere sempre un po’ snobbato la musica italiana in passato. Ma ora piano piano ci sta entrando dentro, seppure con in testa le assonanze e le rime legate al suo genere. Questo passaggio si sta compiendo nell’ottica di farsi capire e di lasciare qualcosa si sé a chi ascolta. E’ così che ha iniziato a scrivere alcuni dei testi anche in italiano, cercando comunque di rimanere il più fedele possibile alla scena musicale ed al registro comunicativo che lo rappresentano.
“In questo momento desidero che quello che scrivo si capisca, e che rimanga. Ho voglia di comunicare, è sempre un peccato che le parole vengano sprecate. La scelta dell’italiano non è certo arrivata per una questione di musicalità,  ma in questo momento per me è più importante riuscire a comunicare con  il pubblico. Perché certo la musica la faccio per  me, però il riscontro ed il confronto con gli altri, come uomo e come artista – e soprattutto con le persone che mi piacciono – è fondamentale. Creativamente parlando, sono stimolato anche dalla curiosità di conoscere che cosa penserà quella determinata persona del mio  lavoro”.
Ed è a questo punto, quando il discorso sembrava ormai chiuso, che arriva una riflessione di Manuel davvero inaspettata e controcorrente: “In merito a questo vorrei dire che molto spesso la decisione di esprimere un pensiero critico è molto più ponderata di quella superficiale di chi invece ti porta sempre un feedback positivo. Amenochè la persona in questione non sia un pezzo di merda, ma questo va da sé. Gli amici veri mi hanno dato a volte anche pareri negativi, ma erano dichiarazioni sofferte e meditate: mille volte meglio di chi disinteressatamente ti ripete ogni volta ‘Ah, sì, figo’ . Un commento negativo che viene da una persona che stimo  significa che quello che ho fatto non è universale e allora mi chiedo: posso, devo fare ancora qualcosa per migliorare? E’ come stare con la tua donna: posso fare delle cose, decidere di farle e farle meglio, ma resto sempre me stesso. E’ una spinta. Inizialmente ci posso anche soffrire, ma poi mi dico ‘Ok, mettiamoci al lavoro: miglioriamo il testo, la melodia’ perchè sono convinto che tutto dovrebbe essere Universale“. 
Qui si apre il dibattito sull’essere un “artista”…
“Ci sono artisti che più sono criptici e più pensano di essere fighi, ma per me l’arte deve essere a petto, non deve avere bisogno di una determinata preparazione per essere capita e poter arrivare. Insomma qualcosa ti deve arrivare, anche se siamo persone completamente diverse… Il prisma è una figura emblematica ed una bellissima metafora di questo mio pensiero, nel senso che almeno un raggio dell’iride  ti deve poter raggiungere (in rif. al prisma colorato dei Pink Floyd n.d.r.).Per un anno ho frequentato il conservatorio, studiavo canto. Ho registrato con un pianista un disco, una roba sperimentale alla Frank Zappa: ci ho messo l’anima nei testi  con un sacco di riferimenti letterari e tutto, ma mi dicevano che era troppo complicato. Oggi me lo riascolto anche con l’orecchio di chi me lo ha criticato e questo è emblematico mi sono reso conto che pur essendoci delle cose belle, tutto era troppo artificioso.”
Si fa strada una domanda difficile: quale differenza passa fra bello e brutto in senso artistico, qual’è la linea di separazione?
“E’ così semplice la differenza fra bello e brutto, alla fine. Ma dire mi piace o non mi piace spesso è frutto di un processo estremamente semplificante che con la semplicità non  ha nulla a che fare. (“La tua semplicità non semplifica, Max” da un testo di Paolo Conte, n.d.r.). Quando sei dentro ad un processo creativo, arrivi ad un certo punto che ci sei talmente dentro che non capisci più se quello che stai facendo è bello o brutto. Sei ebbro.  E’ a questo punto che pesa il parere esterno, ed è giusto che ci sia e che pesi, perché in questa fase è ciò che ti permette di creare qualcosa di bello. Poi, a volte, bisogna anche fare qualcosa di brutto.”
E la creatività, dove si colloca?
“Generalmente nella vita e nel percorso di un artista, le prime cose sono anche quelle meno avanzate, quelle tecnicamente peggiori. Ma arrivare a fare qualcosa, già per il fatto di arrivarci, ha dentro di sé una tale voglia, una forza ed una carica creativa che per forza  in qualche modo ne salta fuori qualcosa che spacca. In un certo senso forse con il passare del tempo si alza la qualità ma si abbassa il tasso di creatività. Per evitare questo ho cercato sempre di cambiare genere. Nello Ska ci sono entrato non per volontà ferrea ma per una serie di coincidenze. Avevo organizzato un Festival a Mezzolombardo, conoscevo questi Club99 perchè li avevo visti suonare nel bolzanino al Cubo di Laives, dove si suonava di tutto ai tempi e a me serviva musica solare. Li chiamo e loro mi dicono che il cantante si è trasferito a Roma. E io rispondo che a dire il vero io sarei un mezzo cantante… faccio la prova a Bolzano e via! Loro suonavano già davanti a 2000 persone con un pubblico che arrivava da tutta Europa, erano già fichissimi. E così, improvvisamente, sono arrivato io. Dal Punk-Rock californiano allo Ska per direttissima. Questo mio background ha influenzato anche il gruppo, perché scrivendo le melodie vocali ed i testi vai poi ad incidere su tutto il resto.”
Ci hai parlato del gruppo, che si è aperto alle tue influenze. E invece per te, com’è stato il passaggio dal Punk-Rock allo Ska?
“E a me invece è venuta la voglia di scoprire lo Ska. E poi la musica tradizionale di Kingston. Della Giamaica la cosa che inizialmente mi ha attirato di più  è stata la sua solarità, il mare, la spiaggia… e sì anche la cultura del fumare e tutta la sua peculiarità in quell’isola. Allo stesso tempo ho sempre la sensazione che tutta la musica popolare si dica ‘Senti uomo ricco come ci divertiamo’ – ma che poi alla fine  qualcosa non torni. E’ un genere ‘contro’. Lo Ska nasce come musica di controcultura in aperta opposizione a quella dell’America del Nord, al mondo bianco degli anni ’50. Era come dire ‘Anche noi spacchiamo, anche se non siamo ricchi come te. E forse amico spacchiamo anche più di te’. Questa musica nasce con i Rude Boys come una grande presa per il culo del Jazz Bianco, come ribellione alla segregazione razziale. Però in tutto questo prendere in giro si sente che c’è voglia di rivalsa sociale: ‘Ehi amico! Ci stiamo divertendo. Nonostante tutto.’ Nonostante tutto è il fulcro di tutta la musica popolare.
Per te che cos’è la musica popolare?
Siamo noi oggi. Storicamente, in Italia, i partigiani e i minatori… Prendi Bella ciao: da un punto di vista puramente musicale il tempo è veloce e la chitarra in levare, la canzone allegra per eccellenza. Eppure lo senti che non va bene la situazione; balliamo cantiamo però vaffanculo qua si muore e c’è la fame. E’ da questo concetto che nasce nella mia testa questo progetto di fare un’operazione di revival di tutta la scena grandiosa di Kingston dalla fine degli anni ’50 alla fine degli anni ’70.”
E musicalmente, cosa rappresenta per te la Giamaica, oggi?
“Con questo progetto vorremmo andare indietro, anche per far capire che moltissima della musica che si ascolta oggi distrattamente è stata influenzata profondamente da questi generi musicali popolari: dal Calypso, dallo Ska, dal Rocksteady. La scena musicale inglese moderna a partire dalla fine degli ’50, e prima ancora tutta la scena musicale cosiddetta ‘bianca’ americana.”
E voi, i Manuel & the Steady Moods, come vi collocate sul mercato, per dirla alla Mara Maionchi?
“In questa formazione alla batteria ci sta Pazze, al basso Postaman, alla chitarra Paul, alla tromba Pizza (ci sono 3 Christian, capisci) e al sax Christian. Il saxista e il chitarrista, sono  i puristi del jazz. Il bassista ed il batterista prediligono lo Ska, con influenze Rockabilly. Il trombettista ha una formazione di impronta totalmente classica. Insomma siamo tutta contaminazione. Ognuno ha un background differente, e di molto, ma ci piace un casino quello che facciamo insieme. E questa è la cosa migliore. Per rispondere alla tua domanda, il grande artista mi attira sempre meno. Voglio andare nel  localino e trovare quelle formazioni formidabili con una sensibilità fuori dal comune che si riescono a volte a scovare. L’ultimo film dei fratelli Cohen (A proposito di Davis, 2013 n.d.r.), quella è proprio la parabola dell’artista, per come la vedo io. Quello è un film che ogni artista, qualsiasi cosa voglia dire questa parola, dovrebbe guardare.” 
Ultima domanda, qual’è secondo te ciò che rende il genere Ska, e successivamente quello Reggae, così universale?
“Il figo dello Ska, quello che unisce così tanto, è anche il principio razziale che gli fa da sfondo. L’immagine della scacchiera, bianchi e neri distribuiti in maniera sequenziale e perfettamente equilibrati. L’unione razziale è il principio dello Ska da sempre. Per portare un altro esempio cinematrografico, nel film This is England c’è molto disagio giovanile. Molta ideologia: razzista e antirazzista. C’è l’immigrazione, c’è la problematica dell’integrazione razziale negli anni della Tatcher. Non c’è quel perbenismo scontato ipocrita del cazzo. Questo film ti fa vedere il razzismo come una cosa comprensibile dentro a quel contesto storico e sociale, in quel determinato Paese, da entrambi i punti di vista. Ed è proprio nello Ska che il disagio di fondo va valutato (e viene valutato) sia da una parte che dall’altra.”
Non per nulla la scena Punk inglese ad un certo punto si unisce a quella Ska e Reggae… Culture Clash: Bob Marley, Joe Strummer and the Punky Reggae Party!
Manuel & the Steady Moods
Manuel & the Steady Moods

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