Febbraio… #tempo

“Il tempo è nelle nostre mani”

La foto come sempre è della nostra cara ‪#‎taniasebastiani‬

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Cibo… buono?

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Ho iniziato pensando al cibo: non sempre è buono. Proprio come non lo siamo noi esseri umani.
Il cibo è anche deperibile, marcisce, può essere di scarsa qualità, a basso contenuto di vitamine. Può essere o diventare attraverso piccoli accorgimenti persino un veleno. Pericoloso se ingerito in grande quantità, letale se non ingerito a sufficienza.

 Ho proseguito ricordando a me stessa i 7 peccati capitali:

Riflettendo a lungo sul fatto che tutti i peccati capitali possano essere a mio parere riconducibili in un certo qual modo al cibo, e più precisamente al nostro rapporto con il cibo, mi sono improvvisamente venuti alla mente due riferimenti cinematografici in particolare: il film Seven, con la tragica messa in scena  dei suoi 7 vizi capitali e delle loro implicazioni nelle relazioni fra esseri umani. E la serie Nbc Hannibal, con protagonista nei panni del dottor Lecter un sofisticato quanto spietato Mads Mikkelsen. Il quale ad un certo punto dichiara candidamente, cucinando una delle vittime secondo i dettami di una delle sue ricette per palati esigenti (le ricette che vedete in Hannibal sono il frutto di una collaborazione tra la produzione della serie tv e lo chef José Andrés) – da servire più tardi ad una elegante cena in casa propria con ospiti amici & colleghi psichiatri, profilerpoliziotti ed ispettori con le rispettive mogli e compagne – che «Nutrendo il corpo, si nutre la mente» …Facciamo attenzione al cibo, quindi. Perché se i peccati esigono calorie, la gola gliele fornisce. Sempre.

 

La paura di riuscire

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L’inganno del fallimento è sempre in agguato. Anche riuscire può far paura! Responsabilizza, pesa, soffoca. Così, non è raro rimandare, evitare, distrarsi proprio per sottrarsi al confronto con la realtà e magari chissà, scoprire di non essere veramente all’altezza. Oppure di poterla spuntare e farcela. Allora, involontariamente, tendiamo a sabotare le occasioni di autoaffermazione e a fuggire dalle opportunità. Una difesa per paura di dover prendere in mano la propria vita, essere costretti a fare qualcosa, a cambiare davvero. Perché alla fine abbiamo più confidenza con il fallimento e conosciamo poco il successo. Fallire è un po’ tornare sui propri passi, riuscire vuol dire muovere delle trasformazioni, dentro e fuori di noi. Non è raro uscire da una crisi – senza superarla in effetti – ripristinando i soliti modi, rimettendo a posto tutto così come era. La paura di arrivare e non esserne all’altezza può riproporci continui insuccessi. Inoltre il successo non gode di buona reputazione, è influenzato da vari condizionamenti. Si dice che comporti rischi, deluda, faccia rimanere soli. E che la vita invece è fatta di rinunce, bisogna sopportare, pazientare. Ma successo non è diventare famosi, ricchi e potenti bensì semplicemente realizzare quello che si desidera, andare avanti nella nostra vita, essere autentici. Senza bisogno di ristagnare nella sofferenza a tutti i costi… Non è sbagliato volere di più!

Eccola Carmen Consoli

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Non poteva concludersi meglio la giornata di risveglio dell’italia (#svegliatiitalia), paese addormentato da bigotte convinzioni e da canzonette subdole che perpetuano un’idea di amore che fa rima con cuore, fatto di subordinazione, dipendenza e persempre nelbeneenelmale ioetecontroErmondo.

Poco dopo le 21 fa il suo  ingresso la cantantessa. Bellissima guerriera in tacchi alti e traballanti, gonna di pelle e una rassicurante camicia color panna quasi a voler dire: non aver paura, sono solo una donna libera.

Eccola Carmen Consoli. Inizia dolce questo viaggio musicale, con voce chitarra e piano. Poi luci sul palco e cosa scopri?

Otto musicisti di cui cinque donne. E’ un trionfo di femminilità consapevole questa musica. Alla batteria la signorina (come la chiama lei) Fiamma Cardagni, alle percussioni Valentina Ferraiuolo, che ci regala una cantata sicula in pieno centro platea con tamburello alla mano, ipnotizzante da far venire i brividi anche ad un leghista. Ma non è finita. Al basso Luciana Vicini. Ragazzi ma qui non c’è bisogno neanche di manifestare, è in atto una rivoluzione silente ma feroce come le note e le parole cantate. E al violoncello, manco a dirlo, un’altra rappresentante del sesso debole (ahahahaha) Claudia Della Gatta.

E via sulla musica in una altalena di canzoni da urlare o da far venir voglia di chiudere gli occhi e viaggiare , che ti sembra quasi di sentire l’odore della sicilia, il rumore dei clacson delle macchine immerse nel traffico dei 40 gradi all’ombra di luglio, il profumo del bucato che sventola come bandiere bianche.

Le parole si susseguono velocissime, ognuna con un peso specifico che ti verrebbe voglia di fare l’analisi logica lì, all’istante, di scrivere e condividere mille post su fb perchè  tutti conoscano quella sintesi perfetta che in modo meraviglioso, ma mai ridondante, parla di perdite, abbandoni, superbie femminili, piattume intellettuale, consapevolezza, dolore, profumo di felicità in arrivo.

Quanto è brava Carmen Consoli. Quanto è bello sentire un uomo cantare “confusa e felice” battendo le mani e indicando con l’indice la cantantessa come per dire “anche io come te, si confuso e felice, che mica solo voi!”

e vorrei scrivere una lettera alla Nazione, invitare le donne ad ascoltare Venere (storpia) a tramandarla alle loro amiche, figlie, madri, affinche diventi  un manifesto contro”l’accontentatezza ” (per dirla alla Consoli) , una promessa per boicottare la stupide ma pericolose dipendenze sentimentali cantate a squarciagola  delle tante Amoroso/Pausini che perpetuano, senza neanche accorgercene, quell’idea dell’amore fatto di attesa e lacrime e cheduecoglioni.

Scusate, la Carmen mi ha travolta. Ha la dolcezza sapiente e per nulla stucchevole di parlare di dolori giganteschi, come la perdita di un padre, di amori che mal funzionano, e poi ti butta, con tutto il suo candore, la definizione di felicità che manco Epicuro in “Questa piccola magia”augurando a tutti che la felicità abbracci la nostra vita.

E felici siamo tornati a casa. Almeno per ieri sera.

Cibo Buono

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Ho sempre avuto un rapporto strano con il cibo ammetto, ma chi non lo ha… una sorta di intimo legame con sapori, profumi, rifugi, piaceri e coccole. C’è chi attraverso il cibo professa il suo credo: vegani, vegetariani, carnivori, onnivori persino cannibali, un radicalismo anche questo certamente opinabile ma di fatto per una percentuale di individui esistente. Però il cibo buono beh quello è un altra cosa. Il cibo buono per me è in primis quello della mamma: quello che mi riporta ai ricordi di quando ero bambina; il cibo buono è quello incontrato in qualche viaggio dove ho imparato ad aprirmi ai gusti non solo tradizionali, quello che qualche volta miracolosamente – ed inspiegabilmente- per una come me che fatica a seguire le procedure (indicazioni, protocolli e ricette di cucina) sono riuscita a creare per una cena romantica, una festa fra amici o per i bimbi che mi venivano “dati in prestito” da amiche o sorelle. Il cibo buono può trovarsi in ricette semplici o raffinate, fra gli accostamenti insoliti, talvolta ricco, talvolta povero, pesante o leggero ma buono e chi non sa capire e riconoscere qualcosa di buono? Il cibo entra a pieno titolo nelle passioni per la vita, saper cucinare viene considerato a pieno titolo un arte e l’arte (almeno per me) placa l’impatto “feroce” che a volte può avere la vita: preoccupazioni, solitudine, difficoltà, vecchiaia, bollette da pagare.. Tutto si ferma davanti a qualcosa di buono che rigenera i sensi: ti porta dritto lì, nel pieno del momento, del presente, del palato, dell’olfatto, poesia tangibile. Posso far affiorare ricordi di gioia pura davanti ad un magistrale piatto di pasta alla carbonara. Cibo buono è buono per la mente, per i ricordi, stempera tensioni, fa nascere complicità, alleanze, leggerezza.

 

Hallo Spaceboy

David Bowie-Russell Harty – Intervista, Londra, 1973
RH- “Ti concedi qualche forma di venerazione?”
DB -“La vita. Amo molto la vita.”

RH-“Do you indulge in any form of worship?”
DB -“Life. I love life very much indeed.”

GENNAIO: Ansia di vita

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I recenti fatti accaduti a Colonia, senza entrare nel merito del dibattito politico e religioso, mi fanno sentire in dovere di ricordare quanta strada è stata fatta dalle donne in Europa ed in Occidente. Anche qui la strada verso l’emancipazione, intesa come volontà di diventare più libere di manifestare sé stesse, non è stata un percorso né ovvio né semplice. Ricordiamo queste donne, i loro talenti, le loro fatiche, il loro disagio, la loro caparbietà ed il loro coraggio nel manifestarli e manifestarsi, nonostante tutto. Ricordiamo tutti, uomini e donne, quanto dovremmo essere più fier* e consapevoli della strada percorsa insieme sin qui. E di quanto siamo ancora, uomini e donne, lontan* dal Paradiso. C’è ancora tanta strada da fare davanti a noi, insieme.

Italian/English -liberamente tradotto 

“Io credo che se vivessimo ancora cent’anni o giù di lì ( – sto parlando della vita comune, che è la vita vera, e non delle piccole vite separate che viviamo in qualità di individui – )se avessimo cinquecento sterline all’anno di rendita per ciascuna, allora avremmo una stanza tutta per noi. Se coltivassimo l’abitudine alla libertà ed al coraggio di scrivere esattamente quello che pensiamo; se scappassimo un poco dal salotto comune e vedessimo gli esseri umani non sempre e solo in relazione l’uno con l’altro – ma  e se guardassimo allo stesso modo anche al cielo ed agli alberi ed a tutto quanto possa esservi in essi; se guardassimo oltre Lo spauracchio di Milton” (La Poesia Patriarcale e le Donne Lettrici -dal libro La Donna folle nell’Attico – ndr), poiché nessun essere umano dovrebbe vedere esclusa la possibilità di vedere espresso il proprio punto di vista personale; se affrontassimo il fatto che non vi è nessun braccio a cui aggrapparsi, e che possiamo andare da sole e che viviamo in relazione con il mondo della realtà-e non soltanto con il mondo del maschile e del femminile, allora vedremmo l’opportunità arrivare e realizzarsi, ed il defunto poeta che fu la sorella di Shakespeare* mostrerà finalmente tutto ciò che così spesso ha invece sacrificato. Tirando fuori la sua vita dalla vita delle sconosciute che l’hanno preceduta, come fece suo fratello prima di lei, ella nascerà. E vedremmo il suo arrivo senza preparazione alcuna, senza sforzo di ruolo, senza la ferma risoluzione personale che solamente quando nascerà la prossima volta, forse le sarà possibile vivere e scrivere finalmente le sue poesie: cosa che non ci si può aspettare ora, perché sarebbe impossibile.  Ma io sostengo che essa vi potrebbe arrivare ora, se noi lavorassimo per lei; e che il lavorarci, anche se in povertà e nell’ombra, ne valga la pena.” 

Virginia Woolf, 1929

My belief is that if we live another century or so — I am talking of the common life which is the real life and not of the little separate lives which we live as individuals — and have five hundred a year each of us and rooms of our own; if we have the habit of freedom and the courage to write exactly what we think; if we escape a little from the common sitting-room and see human beings not always in their relation to each other but in relation to reality; and the sky, too, and the trees or whatever it may be in themselves; if we look past Milton‘s Bogey Patriarchal Poetry and Women Readers” * (from The Madwoman in the Attics, ndr), for no human being should shut out the view; if we face the fact, for it is a fact, that there is no arm to cling to, but that we go alone and that our relation is to the world of reality and not only to the world of men and women, then the opportunity will come and the dead poet who was Shakespeare’s sister will put on the body which she has so often laid down. Drawing her life from the lives of the unknown who were her forerunners, as her brother did before her, she will be born. As for her coming without that preparation, without that effort on our part, without that determination that when she is born again she shall find it possible to live and write her poetry, that we cannot expect, for that would be impossible. But I maintain that she would come if we worked for her, and that so to work, even in poverty and obscurity, is worth while.’ 

Virginia Woolf, 1929

*Nel capitolo “Lo sprito di Milton: PoesiaPatriarcale e lettrici donne” dal libro “Madwoman in the Attic” (La donna pazza nell’attico: la donna scrittrice e l’immaginazione letteraria del Diciannovesimo Secolo”, classico del femminismo pubblicato nel 1979 e scritto da Sandra Gilbert e Susan Gubar che esamina la letteratura vittoriana da una prospettiva al femminile e che prende il titolo dal romanzo  Jane Eyre di Charlotte Brontë, in cui la moglie di Rochester Bertha Mason viene tenuta rinchiusa in soffitta dal marito.) Il professor Sandra Gilbert descrive la portata dell’influenza negativa del ritratto negativo di Eva da parte dello scrittore Milton su poeti e scrittori, a partire da Mary Shelley sino a Sylvia Plath e Virginia Woolf per citarne alcune. Mentre i lavori di queste autrici indicano chiaramente di essere stati profondamente influenzati dalla lettura del Paradiso Perduto  – ed in alcuni casi, persino da altri testi di John Milton (Londra, 9 dicembre 1608Londra, 8 novembre 1674) – questo non prova automaticamente che né Milton né i suoi lavori fossero di natura misogina.

*In the chapter, “Milton’s Bogey: Patriarchal Poetry and Women Readers” from the classic feminist tome The Madwoman in the Attic: The Woman Writer and the Nineteenth-Century Literary Imagination, published in 1979, examines Victorian literature from a feminist perspective. Authors Sandra Gilbert and Susan Gubar draw their title from Charlotte Brontë‘s Jane Eyre, in which Rochester’s wife Bertha Mason is kept locked in the attic by her husband. Professor Sandra Gilbert chronicles the breadth of negative influence Milton’s portrayal of Eve has had on authors and poets ranging from Mary Shelley, Sylvia Plath and Virginia Woolf among others. While the works of these authors certainly indicate that they were profoundly impacted by their readings of Paradise Lost (and in some cases additional Miltonic texts) it simply does not prove that neither Milton, nor his works, were misogynistic in nature.

Gennaio… #cibobuono

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Per questo Gennaio 2016 il tema portante è stato deciso insieme:

#cibobuono

“Il CIBO Abbonda sulla Bocca di TUTTI”

Inauguriamo l’anno con un’immagine frutto della nuova collaborazione fra la fotografia di Tania Sebastiani e l’estro creativo di Isa Malfatti.

A presto!

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Per un NUOVO Anno!

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Quest’Anno sta per terminare, e per caso una di queste notti, a tarda ora, rivedo il Film “Toro Scatenato”. Una scena mi lancia una riflessione. Forse perché è notte fonda o forse perché inizia un Nuovo Anno…

Il fratello e manager di Jake La Motta spiega al pugile perché dovrebbe perdere peso e battersi contro un rivale sconosciuto: dopo un intricato aneddoto, che lascia La Motta piuttosto confuso, conclude :

“Quindi fallo. Se vinci, vinci. E se perdi, vinci. Il rischio è sempre così.”

In altre parole, molto spesso vale la pena rischiare unicamente per rischiare.

Al fine di rischiare, dobbiamo abbattere i limiti che finora abbiamo accettato; rompere le barriere create da pensieri come: non posso perché… Una volta accettato che qualunque cosa, anche se fatta male, ha un valore in sé come esperienza, i nostri orizzonti si ampliano. E’ così mi ritrovo a scrivere una lista di piccoli rischi che posso tentare… Se non dovessi forzatamente farlo perfettamente, proverei:

1 A fare un corso di danza

2 Andare in canoa

3 Tirare con l’arco

4 Studiare una lingua

5 Pattinare

6 Tingermi i capelli di biondo

7 Andare sul trapezio

8 Costruire marionette

9 Scrivere racconti

10 Fare un Viaggio avventuroso

… Ora continuate voi…

 

 

 

 

 

 

#stars L’omino dello stagno

Lucy Dyson Paper Collage Woman

Non si capiva bene che creaturina fosse, l’omino dello stagno. Una specie di elfo, o forse di alieno. Piccolissimo, con i suoi pantaloncini rossi, viveva nello stagno. E ogni sera, al calare del sole, si sedeva solitario sul bagnasciuga con lo sguardo rivolto al cielo, in trepidante attesa dell’arrivo delle stelle.

A questo punto, si alzava lentamente per scomparire in mezzo ad altissimi fili d’erba che inghiottivano la sua minuscola figura, per poi rispuntare con una scala di legno. Entrava nel mezzo dello stagno, piantava la sua scala nel fango sottostante la superficie d’acqua, e saliva fino all’ultimo piolo protendendo le manine in direzione delle stelle.

Stava là in quella posizione tutta la notte, e allo spuntare dell’alba riscendeva giù, spiantava la sua scala, la riponeva.

La sera dopo, e quelle seguenti ancora, avrebbe continuato a ripetere gli stessi gesti. Lo stesso rito. In silenzio. Ancora e ancora. Giorno dopo giorno. Con la stessa emozione, con la stessa immutata speranza – o forse convinzione – di poter arrivare a toccarle. Le stelle.

Happy New Year. Non desistiamo, omini e donnine dello stagno.