hope

Io voglio iniziare parlandovi di Speranza

“Una stanza a volte può essere l’inizio di un nuovo cammino, un cammino che “IO” ho deciso di condividere . Spero non risulti troppo pretenzioso l’uso dell’io, ma credo che il non pronunciarlo mai metta a rischio. E’ come un mettersi tra parentesi cadendo nell’impersonale che é per sua definizione privo di identità e di responsabilità .

Così io voglio iniziare parlandovi di Speranza. Perché credo che la “SPERANZA” sia La manifestazione del nostro istinto vitale ed è a suo modo un sentimento elementare, la speranza vieta di chiudere qualsiasi partita prima che sia finita.

Vita e speranza corrono insieme, la Speranza è una spinta, è un desiderio un’ aspettativa sull’avvenire, un apertura all’improbabile, perché “finché c’è vita c’è speranza”. Mai Lei, collocata dai Greci infondo al “Vaso di Pandora ” come ultima riserva e ultima Dea…è la Dea che salva da tutti i mali o è quella più maligna perché illude di salvezza!?!

Domanda legittima considerando che la Speranza se non è ingenua, è comunque sempre velata da un’ombra di tristezza. Quell’attimo oscuro in cui ci troviamo in sua compagnia, divisi tra difetto ed eccesso.

Non so darmi una risposta, ma voglio collocare la Speranza nelle virtù, in quanto sta nel mezzo: tra la presunzione e la disperazione. Perché in fondo, virtuoso è chi è capace di dare norma a se stesso e perciò non arretra di fronte agli ostacoli, sa trovare vie d’uscita in mezzo alle difficoltà e sa mantenere ferma la propria identità nella mutevolezza del mondo. Io sono sufficientemente presuntuosa e disperata per continuare a Sperare … e Voi? …

Film consigliato:Maraviglioso Boccaccio Trailer Ufficiale (2015) – Paolo Taviani, Vittorio Taviani Movie HD

 La vita, le donne quanta speranza in quel Decamerone….

 

fearless

…andsoislove

Se l’amore è perdita d’ Innocenza

voglio affogare nella Consapevolezza.

Affondare ad ogni passo fino alle ginocchia

e sentire tutta la fatica che si richiede al Viaggiatore.

 

Prendermi tutti i Rischi.

Affrontare il mare aperto, il deserto e la montagna.

La fame

la sete

e tutta la paura di farmi ancora male.

 

L’amore è un camminare che a volte

porta su Strade differenti

dove seppure gli Ostacoli siano stati superati

alla fine può darsi di ritrovarsi comunque a riconoscere

forse sì – più liberi –

di saper proseguire anche da soli.

 

E poi

giunti al punto di un Viaggio che ci ha resi

stanchi

spaventati

assetati ed affamati

e peggio ancora

disillusi e consapevoli

il riscoprirsi a provare un Sentimento

improvviso quanto inequivocabile perchè conosciuto

non prevede più l’obbligo di dover essere corrisposti

non prevede più l’ipocrisia del nascondersi

non prevede più la fuga del negarsi

 

…and so is love

 

” Love is a loss of Innocence” Haruki Murakami

 

Picasso

Volevo un sogno

Volevo un sogno.

Ma ho sciolto le possibilità in acido di distacco ed indifferenza.

Sono diventata il nulla di cui avevo paura.

Ho abbandonato le speranze in un angolo e mi sono addormentata.

Ho rovinato i muri con scritte piene di rabbia.

Verso il mondo, il nemico, contro di me.

Senza pensieri girovagavo con le mani in tasca, i capelli al vento, lo sguardo spento.

Ho tolto tutti i colori, i profumi e anche i suoni.

Il nulla fatto di pece mi si è attaccato addosso ed è filtrato fino in fondo alle ossa.

Ero un’ombra senza senso, spietata nei gesti e priva di rimorsi.

Le mani sono diventate artigli, gli occhi di gesso. Il mio sorriso solo un lontano ricordo.

Nelle pieghe dei vestiti nascondevo pensieri osceni, la violenza come scudo, il disinteresse brandito a spada.

Il tempo ha smesso di provare a trattenermi, i miei passi calpestavano i fiori.

Ho raggiunto uno spuntone di roccia, a strapiombo su un precipizio di nuvole.

L’aria gelida e tagliente mi scuoteva prepotente e tenendo stretti i pugni ho urlato tutto il mio dolore: “Non credo più nell’Amore!” “L’amore è solo una romantica invenzione, non esiste, accidenti! L’amore non esiste…”

Con il grigio attaccato alle ossa ho vagato fra i deserti dei sentimenti inariditi che non potranno mai sbocciare,lasciati appassire e ad ogni passo affondavo un po’ di più.

Il silenzio, d’improvviso, ha iniziato a piangere, guaendo. E’ apparso, come venuto dal nulla, un cane marrone screziato di bianco. Si è avvicinato incerto, non timoroso, ma debole. Due occhi nocciola mi guardavano imprigionati in un vortice di dolore e solo osservandolo meglio ho notato lo squarcio che partiva dal petto. Con cautela mi sono lasciata annusare e poi ho affondato la mano nel pelo e un brivido di terrore mi ha attraversata quando ho toccato molto sangue.Il cucciolo mi ha leccato le dita e si è lentamente disteso a terra. Io non ho mosso un muscolo, mordendomi le labbra.

Respirava a fatica, vedevo il busto che si sollevava lentamente e ad ogni movimento soffriva. Ho chiuso gli occhi, aspettando, desiderando che accadesse qualcosa.
Ma non è successo nulla. Mentre i miei occhi si riempivano di lacrime lui ha smesso di vivere, lì ai miei piedi. Senza un qualunque motivo valido.

Le lacrime mi hanno inondato il volto, pulendomi dalla crosta del rifiuto. E tutto intorno è stato inondato dal colore.

L’avvicinarsi spontaneo di quel cagnolino ferito mi ha insegnato che non importa quanto male ti facciano:

l’amore, quello che sa ricominciare, può qualsiasi cosa.

 

 

 

 

 

Malamorechecose

#malamorechecose 1

L’amore è come una saponetta: poche volte sono riuscita a stringerla fra le mani prima che mi scivolasse via. E a volte mi sono sentita come un adolescente in costume da bagno in primavera con il tacco 10 e un retino in mano a correre dietro alle farfalle.

Per alcune persone l’amore e’ passione, discussione, e’ tirarsi per i capelli: figurativamente parlando. Per altre e’ armonia, condivisone, un bacio rassicurante ogni mattina.

L’amore ha mille facce e mille forme.

C’è chi ha bisogno di vivere l’amore alla luce del sole, che vogliono un anello, un ruolo, camminare mano nella mano. Ci sono persone per cui l’amore ha un sapore clandestino e lo sentono più forte così, fugace, fatto di segreti e di ritagli di tempo. A volte le stesse persone che avevano creduto che esistesse solo un modo si trovano d’un colpo a viverlo nell’altro.

Mi sono trovata molte volte a provare ad afferrare i miei sogni e forse anche quello era amore.  L’amore è una cosa semplice o almeno dovrebbe esserlo, eppure la maggior parte delle volte che l’ho incontrato ho combattuto una violenta lotta contro me stessa.

Forse perché sentivo di dover conquistare qualcosa a tutti i costi. E a tutti i costi e’ stato essere qualcosa che non ero.

Amore e’stato combattere il senso di vuoto, la sensazione di inadeguatezza o di pochezza.

Amore e’ stato a volte sentirsi così vicini da riuscire a toccarsi con l’anima, sentirsi vibrare nello stesso tempo.

A volte capire dolorosamente di non avere niente da dare o di trovarsi incapaci di ricevere.

Amore: desiderio, vicinanza, esclusività, condivisione, bisogno, tenerezza, possesso, dominanza.

Amore e’ paura e voglia di scappare a gambe levate.

Amore e’ afferrare l’inafferrabile.

Credo di aver dato un idea un po’ bizzarra e piuttosto personale dell’amore… Ma l’amore che cos’è? Per una come me è stato imparare a volersi bene mentre il principe azzurro cavalcava in lontananza sopra il suo cavallo bianco.

 

Gli amori sono momenti fra crudeli allontanamenti… Mango

 

 

 

 

 

 

 

antonello veneri

#LivingArtists meets #AntonelloVeneri

Ho avuto il piacere di entrare in contatto con Antonello Veneri nell’estate del 2013 tramite un’amica comune. Siamo riusciti ad incontrarci un paio di settimane fa a Trento, sua citta’ natale, dopo 3 anni trascorsi per lui ininterrottamente in Brasile, grazie alla sua disponibilità. E la sua disponibilita’ è stata così grande da farmi accomodare davanti al suo computer di casa e ad un buon caffè, in modo da potermi mostrare e raccontare meglio il lavoro portato avanti negli anni vissuti in Brasile, il primo viaggio nel 2006. Da allora la sua vita di uomo e di fotografo si svolge fra le città di Salvador de Bahia, Rio de Janeiro e Fortaleza. Autore di reportages per “La Repubblica”, con cui ha collaborato per un anno, Veneri ha pubblicato servizi fotografici per varie pubblicazioni e partecipato a numerosi concorsi (National Geographic Italia, tra gli altri, di cui è stato vincitore nel 2014 con il fotoreportage Salvador de Bahia, città al femminile). In Brasile collabora da tempo con Ong per progetti di documentazione sociale, fa parte dell’Agenzia Coofiav (che lavora con i maggiori media brasiliani) e periodicamente fa degli workshops.

Sono tanti i progetti di cui mi parla Antonello, davanti al suo pc scorrono le immagini degli scatti delle fotografie del suo archivio personale: sono centinaia, e potenzialmente da ognuna potrebbe nascere un progetto a se’. Gli scatti tecnicamente perfetti, hanno al tempo stesso una carica di umanità che raramente ho riscontrato in questo tipo di fotografia – fotografia che, volendo darle forzatamente una definizione, si può certamente descrivere come documentaristica e di reportage – Ma la fotografia di Antonello Veneri va ben aldilà di banali definizioni. Le caratteristiche che il mio sguardo ha ritrovato in tutti i suoi scatti, sono le stesse che ho poi trovato anche in Antonello: professionalità ed umanità. Ed è quasi impossibile distinguere la sua persona dal suo lavoro. Del resto dagli stessi racconti dell’esperienza in Brasile, è questo che emerge. Ed emerge ancora più chiaramente quando mi racconta i suoi progetti professionali, che diventano scelte di vita. E viceversa. E così, davanti alle immagini dei suoi scatti, si snoda la nostra lunga conversazione: il racconto di una vita vissuta in Brasile CON le persone, giorno per giorno. Ed e’ nel susseguirsi dei gesti quotidiani, nel trovare il tempo per condividere insieme alla gente comune le loro vite ordinarie e straordinarie al contempo – dentro un cortile degradato in cui Antonello riesce a scovare un angolo di giardino segreto e fiorito per fotografare la Bellezza che si cela fra le rughe del viso di una donna; per le vie di un Brasile tormentato dagli scontri quotidiani con la Polizia la cui presenza e’ una costante imprescindibile, anche in contesti festosi come quelli del Carnevale; oppure davanti ad un Oceano meraviglioso su spiagge “sporcate” da regolamenti di conti fra trafficanti, con corpi giovanissimi e bellissimi riversi sulla sabbia straziati da colpi di pistola ed abbandonati in un lago di sangue… E poi ci sono i bambini, quei bambini che Antonello mi dice di non riuscire ne’ di voler più fotografare. Perché è una fotografia “facile”, che talvolta dall’esterno rischia di poter diventare oggetto di semplificazioni e manipolazioni, e per questo nasce in lui il timore che questo non aiuti a fare una riflessione più profonda, che possa dare le emozioni necessarie per permettere di andare oltre la bellezza e la spontaneità che i bambini portano naturalmente con se’. E forse anche perché lui, invece, ha condiviso con questi stessi bambini anche la miseria e le difficoltà e la durezza delle loro piccole vite di ogni giorno. –

Per Antonello tutte le persone che ha fotografato e fotograferà,  SONO: sono persone che hanno una loro bellezza, unicità, eleganza, intensità ed individualità. Conosce ogni soggetto che è stato fotografato, il loro nome e la loro storia, e quasi sempre si è preso il tempo  di vivere almeno qualche giornata insieme. Spesso, eccetto quando la cosa è materialmente impossibile, lascia loro la foto che li vede protagonisti dello scatto. Queste persone non sono vissute come soggetti fotografici ma anzi sono visti da Antonello come protagonisti della loro stessa vita, con tutte le sue contraddizioni: belli, segnati, vitali, disperati, comici, tragici, tormentati, allegri… e’ a questo punto che Antonello mi spiega che i suoi non sono gli scatti “rubati” di un reporter che si porta via un’immagine “attraente” e se ne scappa via. Fotografando in determinati contesti, si espone totalmente una persona che in molti casi non potrà mai difendersi o fermarti o denunciarti, e proprio per queste motivazioni il “rubare” uno scatto dalla vita di qualcun altro è un’azione che può essere estramente violenta dal punto di vista di chi la subisce : ” I soggetti che fotografo desidero farli sentire Belli, importanti e non ho la falsa presunzione di dare loro una cosiddetta “dignità”, dignità e’ una parola stra-usata ed abusata –  ed inoltre sono convinto profondamente che tutte queste persone ce l’abbiano già, la loro dignita’. Si dovrebbe essere super-rispettosi sempre in questo lavoro, la mia gratitudine verso tutte le persone che mi hanno regalato degli sguardi, del tempo delle loro vite, e’ grande. Considero tutto questo ogni volta un regalo. Mi sento in debito e spero che arrivi questo mio sentimento di rispetto e gratitudine verso persone a cui viene data troppo poca voce e che sono lasciate economicamente – e non solo – ai margini.”

La fotografia a colori di Antonello vuole essere fotografia politica: in un Brasile dove i colori servono per vivere, per rendere migliore una vita non facile, questi stessi colori dentro alle sue fotografie sono in aperta contrapposizione a quelli di un Occidente dove invece la fotografia a colori serve ormai da tempo quasi esclusivamente per vendere prodotti. Con i colori relegati dentro ad immagini pubblicitarie affisse su cartelloni o su pagine più o meno patinate. “In questa parte di mondo i colori, dentro a questo degrado urbano, rappresentano la forza vitale, la voglia e l’amore per la vita stessa, nonostante tutto.  Attraverso l’uso del colore una fotografia e’ per me una fotografia politica, ed è evidente quale possa essere la mia affinità o il mio schieramento: io sto dalla parte di chi vive sulla propria pelle una profonda disuguaglianza sociale.”

Antonello mi dice poi che molte delle sue fotografie non saranno mai pubblicate sulla sua pagina Facebook, perchè andrebbero inserite in una serie di più’ fotografie, dentro un contesto di conoscenza e divulgazione più complesso e strutturato. Il suo sito, rinnovato, è ormai pronto per chi volesse visitare ed approfondire  (http://antonelloveneri.com), ed i suoi progetti sono molti…

Da circa un anno sta portando avanti un lavoro fotografico nel Complexo da Marè a Rio de Janeiro “Interiores da Marè”: ritratti di famiglia dentro casa,  come si faceva una volta,  per mostrare un lato della città che incredibilmente non è stato mai documentato da un punto di vista sociale. Anche insieme a queste persone, che spesso vengono considerate “ultimi”, Antonello ha con-vissuto e con loro ha condiviso la vita di tutti i giorni nelle favelas (o preferibilmente comunidad n.d.r.), con l’intento di dare un volto anche a questa parte della popolazione dimenticata dalla città. “E’ incredibile che non sia mai stato realizzato in Brasile un progetto sistematico di documentazione della vita quotidiana degli abitanti di queste comunidad.”

Altro progetto e’ “Extremos cotidianos”  in cui è nuovamente presente il Brasile delle periferie urbane e dove il filo conduttore che unisce le immagini sono, appunto, gli estremi. Dittici di fotografie uguali e contrarie. Sono molte le foto che mostrano una grande gioia di vivere e sono altrettante quelle violente e drammatiche.  Cio’ che le accomuna sono i gesti, le espressioni corporee, i colori, in un dittico che è al tempo stesso accomunanza e contraddizione, dove come spesso accade nella vita estremi e contrari camminano insieme, fianco a fianco.  Gioia e dolore, sacro e profano, vita e morte.

E ancora, per quasi un anno Antonello ha accompagnato i “moradores de rua” (i senza fissa dimora n.d.r.) di Fortaleza nelle loro giornate, per mesi li ha seguiti per due giorni in settimana documentando il loro quotidiano: dal momento del risveglio del mattino al momento dell’andare a coricarsi la sera. Sono storie di  persone senza lavoro, senza casa, spesso dipendenti dal crack. Ed Antonello li immortala – bellissimi – mentre danzano la Capoeira (un misto fra danza ed arti marziali) nelle strade, meravigliosi con i loro dreadlocks ed i fisici incredibilmente sinuosi ed attraenti ed i loro colori. Ed anche queste sono persone che gli hanno dato molto dal punto di vista umano, in un rapporto quotidiano di condivisione e convivenza.

C’è poi il progetto che ha come soggetto  i travestiti che vivono a la “Ladera de la Preguiça” con la durezza e la poesia delle loro vita quotidiana, la loro forza vitale, la loro “vestizione” quando si trasformano da uomini in donne, la documentazione del percorso a piedi che li porta sulle strade trafficate della città per lavorare, le loro notti, ed infine il loro rientro a casa… Le contraddizioni, la bellezza di un gesto quotidiano, la dolcezza e lo stupore dell’accadere, il manifestarsi improvviso di un momento di tenerezza inaspettato da immortalare… tutto questo e’ sempre presente nella Vita di ogni essere umano, a prescindere che questo si trovi in un contesto difficile o di degrado economico e sociale, ed è questo che Antonello vuole comunicare: lui che ha un legame emozionale con ogni scatto, vuole conoscere ogni persona e vuole prendersi il tempo per farlo: un tempo che gli serve per “andare oltre”.

Infine parliamo del suo Progetto “Galleria Stampa Fine Art”  a sostegno dei progetti del Centro Culturale “Que ladeira é essa?” creato dal nulla da Marcelo Telles a Salvador de Bahia. Marcelo è un ragazzo del posto che svolge un lavoro importantissimo e  che ha un impatto enorme di cambiamento sul modo di vivere di chi gravita intorno al Centro, che si colloca dentro una delle più malfamate favelas de Salvador. Ogni giorno Marcelo è a contatto con persone scomode, vite difficili, luoghi dimenticati. E’ qui che Marcelo organizza corsi ed attività per bambini ed adulti, attività che stanno lentamente  ma inequivocabilmente cambiando le cose. In questi mesi a Trento, Antonello propone di partecipare e contribuire a questo cambiamento attraverso l’acquisto di una sua fotografia, con il ricavato si sviluppano progetti la cui realizzazione necessita naturalmente di fondi. Oltre alla stampa classica, vi e’ la possibilità di acquistare la fotografia in dimensioni più grandi su carta di cotone – una stampa con Certificato Fine Art che dà a chi acquista una ulteriore certificazione di qualità. A fondo articolo troverete il link Facebook a cui potrà accedere direttamente chi è interessato a sostenere il Centro Culturale e le sue attività: tramite questo link avrete la possibilità di scegliere la fotografia da acquistare e di contattare direttamente Antonello Veneri per richiedergli il tipo di stampa desiderato, a cui provvederà personalmente.

Il carico emotivo di questo vivere è forte, ed  a volte si presenta la necessità di occuparsi di progetti più “leggeri” proprio per poter poi riuscire a tornare a dedicarsi ai progetti più impegnati rigenerati. Uno di questi è stato ultimato da poco e presto sarà messo in distribuzione, si tratta di il documentario  “Mãe Stella” prodotto e distribuito dall’Università di Bahia (progetto promosso dalla prof.ssa Caramoli) suoi luoghi dei Culti sacri del Candomblé (religione pagana di origine africana n.d.r.). Un documentario di cui Antonello è molto contento, realizzato insieme al giornalista Stefano Barbicinti, che documenta la figura della Sacerdotessa, autorità dei Riti Candomblè , girato nel Terrero, luogo di culto in cui i riti vengono celebrati, e che come consuetudine vuole andare oltre l’aspetto istituzionale e religioso per scoprire l’aspetto più umano di queste Sacerdotesse.

Antonello si dice oggi in una fase di cambiamento, dopo aver visto tanto il suo sguardo si e’ indurito e c’è in lui un desiderio profondo e prorompente di dare voce a progetti più “forti”, in un certo senso più “estremi”, che arrivino diritti come un pugno allo stomaco. Anche se i suoi lavori di reportage sono da sempre racconti di persone lasciate ai margini, di contesti urbani e dei loro abitanti quasi abbandonati a se stessi, si è manifestata negli ultimi mesi una volontà/necessità di spingersi ancora più’ in la’ delle esperienze di vita con la popolazione delle aree urbane vissute sin qui. In questo Paese fatto di eccessi e di paradossi, vitale e violenta, sono certa che Antonello saprà essere ancora una volta autore di reportage che ci porteranno a fare qualche riflessione in più in merito a situazioni che troppo spesso tutti noi diamo superficialmente per scontate. Ringrazio Antonello per avermi regalato un pomeriggio in cui mi è stata offerta l’opportunità di guardare con occhi diversi dai miei un mondo lontano in cui ho potuto vivere per qualche istante, e forse comprendere un poco, attraverso i suoi scatti.

“Amici dopo lungo girovagar sono di nuovo qui a Trento. rimarrò un po’ e poi ripartirò. Nel frattempo sarò felice di incontrarvi e raccontarci. Una delle più belle esperienze di questi ultimi 3 anni di Brasile è stato conoscere il Centro Cultural “Que ladeira é essa?” a Salvador De bahia. Marcelo Telles un ragazzo che vive là ha creato questo centro dentro una delle più malfamate favelas de Salvador. Nei periodi in cui ero a Salvador ho accompagnato il processo di cambiamento, fotografando quasi quotidianamente. Sono state create decine di attività per i bambini e per gli adulti, ridipinte e sistemate le case della favela, aperto le porte a tante persone e artisti che volevano collaborare. Ma ci sono ancora tante cose da fare e da continuare. E così ho deciso, anche se sono lontano, di continuare a fare qualcosa di utile. Metterò in vendita alcune foto(in un catalogo di circa 35 foto tra cui scegliere) e il ricavato andrà a sostegno delle attività del centro culturale. E mi sembra originale regalare una foto! Prezzi: 30 euro (dimensioni A4, carta fotografica), 90 euro(dimensioni A3, Fine Art, con firma). Post processing e stampa di grande qualità: Robert Akrawi. Chi vorrà scegliere la/e sua/e foto può contattarmi tramite messaggio in facebook o al cellulare (392 4177337). Chi vorrà contattarmi anche solo per salutarci e vederci sarò felice uguale.”
Un abbraccio, 
Antonello Veneri

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unastanzaper

#inunastanzaper…

Una stanza:
Per elaborare un pensiero, per sfuggire alle comunicazioni rapide del quotidiano , quelle comunicazioni rapide,che annullano spesso le sfumature e non danno il tempo di elaborare un pensiero.

Una stanza:
Piena di scritti, diari nascosti nei cassetti, lettere strappate e riscritte mille volte, biglietti d’amore, appunti, riflessioni, segni della nostra identità .
Non solo parole per comunicare , ma una mano che scrive, che tira fuori ciò che abbiamo dentro. La nostra capacità di generare

Una stanza:
Una ricerca interna che sgorga negli scritti ,intrecciare la realtà con il mondo interni e le emozioni

Una stanza:
Per concedersi un tempo per pensare
Un modo di stare in contatto con se stessi.

                    Film consigliato WILD con Reese Whiterspoon

                                  – data uscita 05 marzo 2015 -

Monet studio boat

costruire un sogno

C’era una volta un uomo che abitava vicino ad un canale e aveva la passione del mare. Ogni giorno finito il suo lavoro dedicava qualche ora a costruire una zattera pensando che non appena l’avesse terminata sarebbe partito per un viaggio ed avrebbe esplorato un po’ il mondo. Quando l’ebbe ultimata si mise a guardarla e fu un momento strano: da un lato assaporò la gioia del progetto compiuto dall’altro si senti svuotato e comincio a pensare quanto fosse inadeguata quella zattera rispetto ai suoi grandi sogni da viaggiatore e marinaio. La regalò e decise di dedicare tutti i giorni, una volta adempiuti i suoi impegni lavorativi ad un progetto più ambizioso. Decise di costruire una piccola barca con una parte sottocoperta dove potesse portare qualcuno dei suoi oggetti, che somigliasse di più ad una casa e che gli permettesse una volta ultimata di affrontare un lungo viaggio, di superare una tempesta, di godere del cielo stellato e dell’orizzonte sconfinato. Passo’ qualche anno soltanto a studiare e progettare tutto nei minimi particolari. Finita questa fase passo dalla costruzione del progetto alla costruzione materiale. Ogni giorno che poteva al tramonto si dedicava alla sua passione. Conobbe una donna, fecero dei figli, una famiglia ma lui non perse l’entusiasmo nei confronti di quel progetto, lo condivise con i suoi cari, rispettando anche quando loro non lo sentivano così forte. Con dedizione, ogni volta che ne aveva il tempo continuò a costruire. Arrivo’ finalmente il giorno in cui la barca era ultimata. L’uomo non era più così giovane e anche se la sua passione per il mare non era svanita si accorse di non avere più voglia di usare quella barca per girare il mondo. Allo stesso tempo si rese conto che si identificava così tanto in quell’oggetto, in quel luogo e in quel progetto che lo aveva spinto in tutti quegli anni a costruire non solo quella barca ma un uomo tenace, che ama le sue passioni e a suo modo crede così profondamente nella libertà da celebrarla giorno dopo giorno con perseveranza. Si accorse che quella barca rappresentava gran parte della sua vita e che grazie a questo suo percorso di costruzione aveva trovato dentro di se’ la forza d’animo che tante volte era venuta in soccorso per affrontare non solo le gioie ma anche le difficoltà, le sfide e lo scoramento che questa misteriosa vita ci riserva. Lascio’ la casa ai suoi figli e si trasferì con sua moglie in quel luogo magico e meraviglioso che aveva costruito e attraverso il quale aveva costruito se’ stesso.

La vidi, in piedi nella folla, perduta, scontenta, tenebrosa, spiacevolmente strana… dolce, mora, bella come una pesca – indistinta come un grande sogno triste.. Kerouac

Costruire per sopravvivere

Non voglio tornare in città.
Là soffocavo stritolata nei gorghi del viavai di veicoli affumicanti, perdevo colore sui marciapiedi affollati di fantasmi affaccendati nel loro nulla impellente.
Ho guardato il grigio sopra alla mia testa, cercando il cielo e la profondità.
Ho respirato disinteresse, egoismo, cercando di trattenere con una mano la spalla di un passante qualsiasi.

Solo per scorgere un sorriso colorato, uno sguardo acceso, un fiato caldo.

Ma ho proseguito da sola con le mani premute sulle orecchie, cercando di allontanare il frastuono di vita apparente che ululava di possesso, di coprire i vuoti nascosti sotto la pelle.
L’aria odorava di fumo e pensieri inutili, gettati negli angoli più nascosti di una città mostruosa, degna rappresentazione di un’umanità guastata e dimenticata.
L’unica luce accecante proveniva da immense vetrine specchiate in cui troneggiavano prodotti di ogni sorta. Oggetti superflui accompagnati dal cartellino del prezzo, sempre esorbitante.
Sembravano fari nella notte disperata di chi cerca il proprio senso all’infuori di sè.
Ho camminato per ore in labirinti identici fino a girare un angolo e ritrovarmi davanti ad una porta di legno.
Mi sono sorpresa ad abbassare la maniglia per provare ad aprirla.
Una luce soffusa mi ha accolto nel silenzio irreale.
La stanza era vuota, solo una lampadina pendeva dal soffitto.
Ho chiuso la porta alle mie spalle e un sospiro lunghissimo mi si è liberato dentro.
Così ho ricordato:
Non ero più un corpo da molto tempo, ero rimasta essenza, l’anima della persona che avevo abbandonato.
Ora sono di nuovo al sicuro, avvolta dal luogo che mi sono costruita per sopravvivere.
Uno spazio fatto di assenza, dove ciò che davvero importa lo ho già con me.
Solo l’anima. Nient’altro.

 

de-costruzione

la de-costruzione di me

Prendi le mie Lacrime

Prendi il mio Passato

Tutto cio’ che e’ stato e mai piu’ sara’

E’ un regalo

potra’ esserti utile un po’ di esperienza:

Letti sfatti

Amori (s)finiti

Pugni e baci

Risate cristalline

Camminate nel Sole e nella Neve

Un Cuore nuovo per ogni Cuore stracciato in due

Un Corpo giovane quasi perfetto di cui non avevo coscienza

Io sono Nuova

come la Luna – ogni volta –

e sono tutta Qui

Guardami: io sono strana

E non appartengo ne’ a Te

ne’ nessun posto