#lentezza #3

Lentezza

La lentezza e’ quel qualcosa che mi è sempre apparso lontanissimo da me, ma che proprio per questo ho sempre saputo e potuto osservare con occhio estraneo ed attento, apprezzandola sempre. Soprattutto in Natura. Attraverso la lentezza, tutto trova il suo compimento. Tutto trova da sé, senza forzature, senza accelerazioni improvvise, il suo stesso significato.
Da bambina trascorrevo le ore ad osservare l’andamento lento della vita dei piccoli insetti: formiche, bruchi, ragni, coccinelle… Lentamente, realizzavano continuamente qualcosa di più ampio rispetto a se’ attraverso il ripetersi, quasi sempre uguale a se stesso, dei loro piccoli gesti. Senza domande, senza preoccupazioni. Senza elucubrazioni mentali.
Gli ultimi due mesi sono stati per me caotici, velocissimi, spaventosamente sfuggenti. Per questo, oggi che è scaduto il mese di giugno, mi trovo a prendere atto del fatto che non ho avuto nemmeno il tempo necessario per dedicarmi alla stesura di questo testo come avrei voluto.
Per antonomasia, quale miglior elogio della lentezza, se non quello di dimostrare così quanto la velocità sia effimera , superficiale, povera di spessore.
Passo, e chiudo. Lasciando la parola a Mr. Leonard Cohen, uomo di indubbio spessore.

“In case they wanna know, I’m just tryin’ to slow it down”
“Nel caso lo volessero sapere, sto solo cercando di rallentare”

#lentezza #2

lentezza

Mi sento come un gatto che scorrazza libero per la strada. Solo, in una città sconosciuta, tutto è nuovo, lo sguardo ed i piedi in perenne disaccordo, non sanno più in che direzione andare.

La lentezza e’ accorgermi che avrei dovuto prendere lo zaino invece del trolley, sarebbe stato più comodo, me lo dico sempre prima di partire ed immancabilmente quando è il momento lo dimentico. Gironzolo senza metà per le stradine pensando quanto può arricchire l’idea di non essere nessuno in un posto che non conosci ma soprattutto dove nessuno conosce te. Liberi da noi stessi possiamo essere chiunque o fare finta di essere qualcuno che ci piace tanto, liberi dall’idea che le persone intorno a te, vicine o anche soltanto prossime, si sono fatte di te.

Sono giorni di silenzio questi, fuori e dentro di me le parole sono molto poche. C’era bisogno di quiete, di interrompere tutto e rallentare al minimo. Sfiorare il vortice della lentezza. Lasciare spazio all’improvvisazione. Svegliarsi tardi, dormire tanto, non avere programmi o mete precise, debiti da onorare, salite ripide davanti a me, incertezze, paure.

Tutto sembra ancora più relativo, visto di qui, e meno male, dico fra me. La luce entra dalla finestra ed è una bella sensazione: sembra quasi un presagio. La lentezza mi rende improvvisamente conscia di quanto il significato delle parole nella mia testa sia cambiato molto. Parole come sacrificio, comprensione, misericordia e redenzione se guardo indietro, fino ad un indefinito lasso di tempo indietro, risuonavano in me generando avversione e mistero. Sembra incredibile che abbiano raggiunto improvvisamente nella mia testa una chiarezza cristallina.

Forse si può parlare di fiducia o forse è semplicemente la luce che passa attraverso la finestra. Penso al giardino di casa. Non è mai stato così bello. Ortensie, fiori, salvia e menta sono rigogliose e penso che è buffo ma a volte la vita è anche questo: dopo tanta fatica ti fermi ad osservare i risultati per lasciarli in mano a qualcun altro.

Sullo spettacolo “Polvere, dialogo tra Uomo e Donna” seconda parte #LUI

polvere lui

Questo pezzo è una personale re-interpretazione a seguito della visione dello spettacolo #polvere di Saverio La Ruina​, scritta dal punto di vista maschile e femminile…un esperimento a due teste ed a quattro mani, che vorrebbe come di consueto alimentare il dibattito maschile/femminile, sempre alla ricerca di nuovi territori da poter abitare insieme…un ringraziamento all’autore ed interprete dello spettacolo teatrale che ci ha permesso di fare queste umili riflessioni sulla complessità del rapporto uomo-donna

Lui:

“L’amore? Cos’è l’amore? Uff… l’amore è una roba da donne…non mi va di perdere, non mi va di perdere la faccia per dei sentimenti…e poi secondo me, esiste solo il sesso: il sesso è l’unica verità! Non lo dicono forse anche gli induisti con i loro templi ricoperti di altorilievi erotici? Poi guarda, ma guardale…fanno tutte le amorose, le sentimentali e poi si buttano senza problemi nelle braccia degli uomini. Devono decidere: o sono madri e mogli o amanti, o femministe. Oddio…le femministe…veramente… che dio ce ne scampi: quelle sono le più ipocrite di tutte. Meno male che ho trovato lei, sensibile, delicata, intelligente, non ha avuto nemmeno troppi uomini…mi sto innamorando? …ma l’amore non esiste…oddio…sì mi sto innamorando anzi, temo di essere già innamorato… Io sono un uomo realizzato, sono un uomo di cultura, ho viaggiato, ho conosciuto gente famosa, influente, interessante, non capisco perché lei mi ignori. Ignorarmi? Le costerà caro…chi si crede essere, una femminista? No guarda, ho io il controllo della situazione, so io come va il mondo. Ecco, sei uguale a tutte le altre! Peggio, perché mi hai fatto innamorare! Ma cosa pensavi che facessi, che rinunciassi a tutto per te? Illusa… Ecco…mi hai rovinato. Adesso penso sempre e solo a te. Ah! non avevi detto che avevi avuto solo due ragazzi nella tua vita? Sempre troppi. Sempre che sia vero quello che mi hai detto… No guarda, non esiste…tu, tu che mi lasci? Ma dove pensi di andare? Ma chi pensi che ti possa amare più di me? Nessuno ti può amare più di me…solo io. Tu non meriti il mio amore: cagna. E dire che mi ero fidato di te.”

polvere lui

Sullo spettacolo “Polvere, dialogo tra Uomo e Donna” prima parte #LEI

polvere lei

Questo pezzo è una personale re-interpretazione a seguito della visione dello spettacolo #polvere di Saverio La Ruina​, scritta dal punto di vista maschile e femminile…un esperimento a due teste ed a quattro mani, che vorrebbe come di consueto alimentare il dibattito maschile/femminile, sempre alla ricerca di nuovi territori da poter abitare insieme…un ringraziamento all’autore ed interprete dello spettacolo teatrale che ci ha permesso di fare queste umili riflessioni sulla complessità del rapporto uomo-donna

Lei:

“Pensavo, sì.  Pensavo che l’amore dovesse essere capace di “ripararci”, una sorta di medicina esistenziale: come se l’altro potesse farci tornare indietro nel tempo e trasformare il passato, in modo da rendere la vita più bella – o diversa, meno complicata. Pensavo che prima o poi l’avrei trovato un uomo capace di amarmi come si ama una bambina , sempre pronto ad aiutarmi, a tenere insieme i cocci rotti della mia esistenza. Ma come possiamo chiedere ad una persona di amarci come fossimo bambini? Quale amore cerco? Quello incondizionato, che nemmeno una madre può darci senza sacrificare se stessa. Quello che copre tutto, e che poi però ti soffoca… Non saprei. Eccolo, è Lui, Lo Amo, Si occupa di me!

Il suo sguardo si posa su di me, mi sembra tutto più lieve, non sono poi così “Rotta” così “Imperfetta”… Almeno all’inizio. Poi mi rendo conto che i cocci sparsi della mia esistenza me li porto sempre dietro. E non è certo lui che può aggiustarmi.

Lui non mi aggiusterà e non mi salverà… Ecco! Era una storia senza Amore. Non ho voluto vedere. Speravo fino alla fine che lui mi facesse tornare indietro per ricominciare tutto da capo.

Ma nemmeno io sono riuscita a concedermi un po di pace. Nessuno ci potrà mai far tornare indietro. Forse nn avevo riflettuto abbastanza sulla parola “amore”, che così continua a non avere senso.  Forse dovrei riuscire a cambiare quel “come farmi amare” in “come amare me stessa”.

polvere lei

#lentezza

francesca woodmann

Faccio spesso un sogno. I miei pensieri viaggiano veloci mentre tutto ciò che mi circonda si muove al rallentatore. Anche i miei movimenti sono incollati, le dita impacciate,le labbra articolano suoni dilatati con le vocali pronunciate come grida di guerra. Vorrei comporre un numero di telefono,ma le dita disegnano frammenti di azione: questa incapacità mi irrita. Sono seduta a terra, a gambe incrociate. Immobile e all’erta. Vorrei alzarmi e scappare via,ma qualcosa di invisibile mi trattiene. Il peso dell’aria mi tiene in basso, immobile e costretta. Irrealtà e nausea si mescolano in un luogo inesistente, me ne rendo conto. Ed è il battito del mio cuore a svegliarmi: ritmo intenso, palpiti che si rincorrono a perdifiato. Ritrovo così il mio letto, tengo gli occhi chiusi e distendo i muscoli di gambe e braccia. Prendo tempo per rendermi conto di dove sono. Poi mi alzo rapida, un’occhiata allo specchio, una mano a ravvivare i capelli. Mi lavo la faccia guardandomi negli occhi. Mi sorrido, senza motivo. Ho sempre vissuto lentamente, ballando sulle note della muscia che piace a me. E’ passato così tanto tempo da sembrare un’altra vita, si dice così. Ma sono ancora la stessa ragazza che quella sera era uscita con un’amica. Eravamo in vacanza in barca e dopo la cena avevamo voglia di andare a ballare. La mia amica, in realtà, avrebbe preferito restare a bordo a leggere,ma si era lasciata contagiare dalla mia allegria. Io ero elettrica, come se sentissi attraverso l’aria un’energia magica, speciale. Era presto quando siamo entrate nel locale, non mi interessava fare le ore piccole. Ci siamo accomodate su un divanetto a bordo pista e abbiamo ordinato due drink alla frutta. Ci guardavamo intorno, scambiandoci battute e chiacchiere, eravamo spensierate. In sottofondo passavano pezzi pop, musica per invogliare i pochi avventori ad entrare in pista. C’era anche un animatore che ballava poco convinto in un angolo, sguardo concentratissimo alla punta delle scarpe. Poi il pezzo è finito, dopo due secondi di silenzio è partita un’altra canzone e io ho sentito un brivido attraversarmi. Ho guardato la mia amica e le ho detto di venire con me a ballare. Ha scosso la testa e mi ha risposto ” Vai tu, io non ne ho voglia”. Avevo le unghie affondate nella pelle del divano, non sapevo che fare. Poi mi sono alzata. Ed il tempo è diventato liquido e vaporoso, come i miei movimenti che mi hanno fatta camminare fino al centro della pista, vuota e semibuia, con qualche luce intermittente che passava dal rosso e sfumava nel blu. Indossavo un paio di sandali marroni, una gonnellina a quadrettini bianchi e rossi e un top corto bianco. Ho iniziato a muovere lentamente il corpo al ritmo morbido del pezzo, gli occhi semi chiusi e la mente altrove. Ho sciolto il tempo come cera, lasciandomela gocciolare addosso, impercettibili movimenti della testa per sentire il solletico dei capelli sulla schiena. Le mani disegnavano figure in aria, il respiro si allargava dentro, un sorriso accennato sulle labbra. Non esistevo più e ogni preoccupazione era altrove. Nulla di quello che accadeva intorno avrebbe potuta sfiorarmi in quel momento. I minuti erano fermi,nessuno respirava mentre solo io ballavo al buio. Quattro minuti di incantesimo in cui ho percepito ogni fibra del mio essere, mi sono sentita e vista per quella che sono. La musica è finita per qualche secondo, ho aperto gli occhi e ne ho trovati molti che mi fissavano muti, quasi sorpresi. Ho raggiunto a passi veloci il mio posto, la mia amica mi guardava senza dire niente. Cosa c’è? Le ho chiesto. Niente, è che…eri stupenda lì in mezzo. E stupenda mi ero sentita anch’io, come se avessi mostrato all’esterno come ero dentro, liberandomi. Ed è per questo che ho fatto della lentezza la mia velocità standard. Perchè, distendendo il tempo, esso diventa mio complice e non più un nemico da combattere. Senza frenesia, assaporando l’istante, pregustando un passo dopo l’altro ciò che accadrà. Per poi viverlo,senza ripensamenti e con tutta l’emozione che sento, anche nelle piccole cose.

#solstiziofestival SEMI DAL FUTURO. TERZA LEZIONE PER GIARDINIERI PLANETARI di e con Lorenza Zambon

lorenza zambon

Una donna, un’esplosione di energia: una vera e propria forza della Natura. Piove a dirotto e ci stringiamo tutti intorno a questa “attrice giardiniera” che, come racconta nel suo sito “Teatro e Natura” e’ riuscita a fare delle due sue più grandi passioni un mestiere. Nel suo spettacolo “Semi di futuro. Terza lezione per giardinieri planetari”, Lorenza Zambon ci racconta le favole moderne che stanno accadendo proprio ora nel nostro pianeta. Narra della città di Detroit, di come il crollo dell’industria dell’automobile abbia ridotto questa città da megalopoli a ghost town e di come una Natura Selvaggia si sia re-impadronita lentamente di spazi e fabbriche abbandonate inghiottendo tutto e ricreando paesaggi improbabili. Ci parla di fattorie urbane, di pionieri del Terzo Millenio che sperimentano tradizioni e modi di sostentamento antichi in scenari post-moderni. Rivela di una strana battaglia chiamata guerrilla gardening guidata da veri e propri movimenti rivoluzionari sparsi in tutta Italia e su tutto il globo, appassionati del verde che hanno deciso di combattere la loro crociata prendendosi cura dello spazio urbano, riappropriandosene per abbellirlo e rimodellarlo con fiori e piante. Ci racconta infine di una donna: Vandana Shiva (grande Madre, grande Sorella) e della sua volontà di combattere le multinazionali agroalimentari: che sono 5 e possiedono il 75% dei “nuovi semi immobili”, i famigerati semi che non si evolvono. E di come questa donna cerchi di diffondere il messaggio di come profondere le nostre energie a favore della fertilità del suolo e della libertà dei semi.

Lorenza ci porta la realtà del nostro pianeta e ci racconta di come questo pianeta reagisce ai cambiamenti, ci mette davanti alle nuove possibili alleanze fra Uomo e Natura, ci fa capire come ritrovare il passato attraverso i semi liberi non sia un tornare indietro nel tempo, ma al contrario una strada verso il futuro. Forse l’unica che ci rimane. Perché il progresso può passare anche attraverso il regresso. Semi di Futuro, lo dice già l’insieme di queste parole: un’ autentica iniezione di fiducia.

Semina Rivoluzionaria

#solstiziofestival Ascanio Celestini, Racconti d’Estate

ascanio celestini

Uno dei motivi per cui io rispetto profondamente e amo Celestini è che lui ha una visione, come dire, sociale del teatro e, ancor prima che del teatro, della parola.

La parola è importante, le parole sono importanti: fanno sì che noi siamo come siamo, ci performano da dentro. In un momento storico come quello che stiamo vivendo, pieno di contraddizioni e tensioni così forti che sembra quotidianamente di sentire un clangore di armi, la parola, il teatro, hanno il compito difficilissimo di fare da “testimoni” di ciò che accade intorno a noi e parlarci di come siamo, di come eravamo e di come abbiamo il dovere di provare ad essere. Celestini di racconta di quanto siamo fragili, stressati dalla quotidianità, facciamo tremila cose insieme, mai soddisfatti, né di quello che abbiamo né di quello che non abbiamo, specialmente noi donne: allora immaginiamo di sdoppiarci, triplicarci e che anche le persone vicno a noi, quelle con cui maggiormente interagiamo, si sdoppino e si triplichino. Oppure immaginiamo di rivivere la stessa situazione più volte, come un infinito deja-vu: ebbene sì, così a prima vista, siamo privi di punti di riferimento. Ma una cosa c’è che ci può ancora agganciare a ciò che è “vero” e, sembra dirci Celestini, questa cosa è la memoria. La memoria personale, la storia dei nostri genitori diventa parte della memoria collettiva e ci permette fare di noi stessi radici belle, salde e profonde da opporre all’orrore strisciante che s’insinua nei nostri occhi e nelle nostre orecchie attraverso la TV, la pubblicità, i tentativi di controllo sociale collettivo contro cui è sempre più difficile opporre resistenza. Ecco allora che Celestini ci invita ad entrare nel suo vissuto di persona ansiosa, di persona a tratti traballante, come tutti noi ci possiamo sentire quotidianamente, che ritrova forza nel ricordo delle storie raccontate dal padre. Il papà che durante la seconda guerra mondiale era un ragazzino ed ha visto la guerra da uno dei quertieri popolari storici di Roma: il Quadraro. Ed ho provato una commozione intensa quando, inaspettatamente, entra in scena la voce registrata del padre di Celestini, che racconta alcuni stralci di vicende legate ai suoi ricordi amari ma in parte divertenti dell’epoca: forse divertenti, perché nonostante ci fosse la guerra con la sua disperazione, che mordeva il ghetto dell’area del teatro di Marcello, l’occupazione dura di Roma, erano comunque i momenti della giovinezza del padre, mista ad una incoscienza connatura all’energia dei ragazzini, per cui si riusciva a vedere l’ironia anche nella condizione estrema della guerra.

ascanio celestini

La rabbia

runwiththewolves

La rabbia è fatta per essere ascoltata? E perché?

Perché è un’utile mappa che ci può far capire quali sono nostri confini, quando è il momento di tagliare la corda, ci fa vedere dove siamo stati e quando non ci è piaciuto; ci indica un cammino, a volte ci rivela che stiamo rinascendo e che rinascere fa male.

La rabbia è il propellente che ci spinge in una nuova direzione; è uno strumento, non un padrone! …Ma spesso siamo persone per bene e perciò inghiottiamo la nostra rabbia, come un rospo: la neghiamo, la nascondiamo, mentiamo su di essa, la camuffiamo o la ignoriamo. Insomma facciamo di tutto tranne che ascoltarla. Dimenticando che l’indolenza rassegnata, l’apatia e la disperazione sono i veri nemici.

La rabbia è spesso amica, forse un’amica un po scomoda: poco gentile, ma molto leale, perché ci dirà sempre quando abbiamo ingannato noi stessi e quando siamo stati ingannati.

“Quando nasciamo dentro di noi abbiamo cicloni,  foreste in fiamme e comete; quando nasciamo siamo capaci di cantare agli uccelli, leggere le nuvole e vedere il nostro destino nei granelli di sabbia!

…ma poi in parte l’educazione strappa via la magia, ed alla fine veniamo indirizzati su una strada diritta ed angusta, dove ci viene ripetuto costantemente  di “comportarci sempre in modo responsabile” …

Mio figlio era come un padre per me

Fratelli Dalla Via (Tonezza del Cimone - Vicenza)
Mio figlio era come un padre per me
di e con Marta Dalla Via, Diego Dalla Via
aiuto regia Veronica Schiavone
partitura fisica Annalisa Ferlini
scene Diego Dalla Via
costumi Marta Dalla Via 
spettacolo vincitore Premio Scenario 2013
Fratelli Dalla Via (Tonezza del Cimone – Vicenza)
Mio figlio era come un padre per me
di e con Marta Dalla Via, Diego Dalla Via
aiuto regia Veronica Schiavone
partitura fisica Annalisa Ferlini
scene Diego Dalla Via
costumi Marta Dalla Via
spettacolo vincitore Premio Scenario 2013
Il paradosso. Da un estremo all’altro l’oscillare di questo racconto lascia senza fiato. Il diabolico piano escogitato da due fratelli figli di papà si trasforma in una gelida presa di coscienza. Il contatto con la realtà si spinge fino ad un ribaltamento dei ruoli, da viziati ragazzini ad unici e soli responsabili del proprio destino, del proprio futuro. Da scriteriati bambocci maniaci della dieta e dello spriz a personaggi improvvisamente maturi, costretti a diventare adulti. In un’ intensa escalation scandita da battute al vetriolo, vivace ironia e schietta sincerità la parabola di due generazioni a confronto in balia di una feroce crisi economica e di valori. Parole che hanno il suono di una litania concludono con la professione di un credo esasperato. Tanto crudo quanto attuale, originale ed imprevedibile quanto imperdibile.

Giugno… #lentezza #slowness

Lentezza 3

                      Tutto ciò che è squisito matura lentamente
                        (Arthur Schopenhauer)

Lentezza 3