#nondireno3

nondireno

Non dire no. Guardo il foglio bianco e mi sento come stringere alla gola. L’approdo sicuro in cui svuotare i pensieri e srotolare i sentimenti, ora mi sembra una palude infestata. Come se non potessi liberarmi così semplicemente del peso scuro di momenti fragili. L’idea di toccare il fondo per risalire non mi è mai piaciuta. Un po’ perché gli abissi mi hanno sempre messo paura, ma soprattutto perché credo sia proprio nei momenti difficili che si debba rispondere al richiamo della vita, senza esitare. Mi sono leccata a lungo le ferite, spaesata, svuotata e assente. Ho allontanato i sentimenti, di qualunque genere, per non dover sorridere per forza. Senza spiegazioni ho preferito lasciare uno spazio vuoto, egoista indifferente, almeno in superficie. I tempi imposti dal mondo mi stanno spesso stretti, così ho smesso di ballare. Mi sono seduta nell’angolo più buio ed ho atteso mettessero la musica che piace a me. Per ritornare in pista e per rispondere a quella tacita domanda che sentiamo dentro quando siamo ad un passo dallo sgretolarci: “Vuoi provare ad essere felice? Non dire no”.

Una Pausa d’Agosto

peaceofsummer

Silenzio, riposo, vuoto. Il niente all’interno di un brano, di una melodia, di un pezzo, di un periodo. Una pausa temporanea che serve a dare senso al resto, indispensabile per reggere il discorso musicale. Una sospensione che sta dentro il brano, non lo interrompe. Ne fa parte. Un vuoto vitale. Senza, la struttura del pezzo crolla. Se trascurato, l’esecuzione risulta insicura, nervosa. Non credibile. Non dice più molto. Anche il linguaggio funziona così. Mettiamo virgole, punti, andiamo a capo. Voltiamo pagina. Prendiamo fiato, introduciamo silenzi. Nello stesso modo abbiamo bisogno di individuare le nostre pause, di inserire spazi tra momenti, periodi, situazioni della nostra vita. Le pause a cui pensare non si riferiscono a ore di sonno o di svago. Sono tempi “fuori da”, senza obiettivi, senza orologio. Momenti di sospensione, di inerzia per rimanere su ciò che viene da dentro. Ascoltare il movimento interiore, mai veramente silenzioso. Anche il silenzio e l’inattività hanno valore di messaggio. In effetti riposo e intervalli ma anche vuoto e noia possono diventare passaggi evolutivi, varchi nella nostra vita profonda. Dare ascolto alla musica che viene da dentro…

#nondireno2

polpo d'amor - pinterest

Tutti hanno bisogno talvolta di allontanarsi dal passato. Le persone che abitano i ricordi diventano fantasmi che nel presente sono protagonisti di altre storie, altre vite, altre realtà. I ricordi nel tempo si distorcono e ci si ritrova legati a qualcosa che non è nemmeno più ben chiaro. Diventa sfumato, confuso: irreale. Nel tempo senza tempo, nel flusso di ogni giorno succede improvvisamente di imbattersi in qualcosa, in qualcuno che accende inaspettatamente interesse, curiosità, fantasia rimasta per lungo tempo inattiva. Non dire no, Parole sussurrate. Non dire no, Bottoni sbottonati. Non dire no, Lo so che sei in ritardo. Non dire no, Non credo sia uno sbaglio. Non dire no, Lo so che vai di fretta. Non dire no, Il tempo di una sigaretta. Nel mucchietto delle tue parole, fa che non sia no la carta che vorrai estrarre. Non dire no, Non fare scivolare questo attimo. Perché quel guizzo, quell’impulso, non sarà così facile da far tornare.

#nondireno1

image

Ci sono stati giorni dissoluti e pericolosi. Per non guardarmi dentro, per non guardare fuori. Per non vedere più (te). Poi, quando tocchi il fondo, quando più giù non puoi andare, arriva improvvisa la Redenzione. Ti chiedi che cosa ti lasci alle spalle: pezzi di te, frantumi inutilizzabili. Li lasci indietro senza nessuna considerazione, senza dare ai tuoi incontri disperati il minimo peso. Sono i pezzi che ti vuoi lasciare alle spalle, frammenti di dolore e, spesso in questi casi, di disamore di te. Tutta roba che si può lasciare dove sta. Forse a questo serve toccare il fondo: a salvare se stessi, ad andarsene con la parte buona che ti rimane di te. Non è possibile negarsi alla Vita, per coloro che la amano. Si raccolgono i cocci, e ci si aggiusta. Con quello che c’è. Che è quello che conta. Perchè ciò che non hai, non ti può servire.

C’e’ una tecnica giapponese che prevede di riparare gli oggetti con inserti di metalli preziosi. Si chiama kintsugi (金継ぎ), letteralmente “riparare con l’oro”. E’ una pratica  che consiste nell’utilizzo di oro o argento liquido per la riparazione di oggetti in ceramica usando il metallo prezioso per saldare assieme i frammenti. In questo modo ogni ceramica riparata presenta un diverso intreccio di linee dorate unico ed irripetibile per via della casualità con cui la ceramica può frantumarsi. Questa pratica nasce dall’idea che dall’imperfezione e da una ferita possa nascere una forma ancora maggiore di perfezione estetica ed interiore.

Dalla rottura nasce una nuova vita, attraverso le spaccature che rendono l’oggetto ancora più pregiato grazie alle sue preziose cicatrici. Una pratica dal significato profondo, a cui noi occidentali siamo poco abituati. Quando ci capita di rompere qualche cosa, ci arrabbiamo e ci disperiamo e se decidiamo di ripararla, cerchiamo di farlo in modo tale che si nascondano i segni. Quasi a vergognarci di esporre un oggetto rotto e poi riparato. Il Kintsugi invece, ci dice che da una ferita può nascere una forma nuova con una storia ancora più preziosa: sia esteticamente che interiormente. Si dà  origine ad una nuova vita, attraverso la rottura stessa. Ogni storia, anche la più travagliata, è origine di bellezza, ed ogni cicatrice viene mostrata con orgoglio, conferendole così un grande valore. Ed il dolore viene vissuto in tutta la sua interezza.

Ma superare le avversità e diventare più forti del nostro vissuto è qualcosa che anche noi occidentali facciamo ogni giorno. Con la differenza che culturalmente tendiamo a conferire alle crisi quasi esclusivamente un valore negativo, senza pensare che queste esperienze in realtà hanno il potere di metterci in contatto profondo con tutte le forze e le risorse che possiamo mettere in circolo ed in gioco esclusivamente in seguito alle nostre cadute ed al presentarsi  delle difficoltà. Dovremmo essere più consapevoli che il dolore, le spaccature, le cadute sono in realtà esattamente ciò che ci consente di imparare qualcosa di più e di evolvere. Una volta superate, ne usciamo sì certamente diversi, ma anche enormemente arricchiti. E spesso sono proprio queste esperienze che ci rendono in grado di dare a chi ci si avvicinerà qualcosa in più rispetto a prima.

Pull yourself togheter. #nondireno.

(Dimenticavo: sarò bellissima.)

Agosto… #nondireno

Non dire no

#nondireno

#InAltoMare3

inaltomare3

Io, Terraferma, ti vedo

In lontananza

E tu? Mi vedi arrivare?

Sono ancora in alto mare,

ma la meta è ormai chiarissima

La rotta, è precisa

Però

Voglio starmene qui ancora per un po’

Forse, un bel po’

In mezzo al mare

Indisturbata

Vedere tutto e, forse, non essere nemmeno vista

Godermi questo dubbio, viverlo quotidianamente

Fare tutto quel che devo fare, e farlo bene.

Senza che ci sia un pubblico

Senza dare spettacolo.

Perché la Vita in alto mare, si sa

è avventurosa

è imprevedibile

è pura Vita.

Bisogna essere navigatori esperti

Bisogna aver fiducia nei propri mezzi

E non temere la Natura.

Bisogna essere forti

Bisogna voler vivere

Bisogna resistere.

Bisogna sentirsi liberi

Di più, essere liberi

Per desiderare il Ritorno

…Sail away with me Honey. Now. Now. Now.

#LivingArtists meets #ManuelAndTheSteadyMoods”

manuel
Members:
Voice: Manuel Sicchirollo; Guitar: Paul Hilber;  Bass: Christian Callice;
Drums: Patrick Prasch; Sax: Christian Bauer; Trumpet: Christian Eccli
Genre: Rocksteady, Bluebeat, Reggae, Ska
Good Vibes, quelle attorno al tavolo con Manuel Sicchirollo, front-man dei neonati (si fa per dire, e ne capirete presto il motivo)  Manuel & The Steady Moods.  Il nuovo gruppo nasce con il 2015 da una branchia dei “vecchi” Club99, storici in regione, legati alla scena ska dalle forti contaminazioni punk inglesi, con all’attivo 3 dischi pubblicati.
La formazione è composta interamente da “gente che suona da una vita il genere ska” e che maturando, musicalmente e non solo, si rende conto che i suoni più belli appartengono allo Ska tradizionale anni ’50, quello che arriva dal Calypso, per intenderci (genere musicale afroamericano, originario delle Antille. Il carattere responsoriale della melodia e il tono satirico del testo sono tipici aspetti di ascendenza africana: il canto, infatti, era usato originariamente dagli schiavi delle piantagioni, che se ne servivano per comunicare tra loro. Centro di diffusione fu l’isola di Trinidad. Si affermò negli anni 1950 con Lord Kitchener, Mighty Sparrow, e soprattutto Harry Belafonte, conoscerete tutti Matilda).
Siamo in 3 seduti attorno al tavolo: io, Manuel e mia sorella, che voglio ringraziare qui per avere organizzato l’incontro. E’ la prima volta che mi trovo ad affrontare un’ “intervista a tre”, è molto più complesso seguire non solo il corso dei miei pensieri e quelli dell’artista, ma anche e contemporaneamente quelli di un terzo elemento, di un terzo filo di pensieri. Una bella sfida questo allegro zigzag di sinergie…tanta robba, come si suol dire! In questo senso, quello che segue sarà il mio pezzo per #LivingArtists più vicino ad una vera e propria “intervista” nel senso più tradizionale del termine, dal momento che ho potuto prendermi il lusso di fare anche da spettatrice… buona lettura.
Iniziamo dalle cose importanti, e quindi dai progetti, dal futuro. Sicuramente verrà inciso un disco dei Manuel & the Steady Moods, ma come avrete già intuito, sarà tutta un’altra musica. Niente studio, niente produzione. Il disco sarà infatti completamente auto-prodotto. I testi sono scritti in sinergia da Manuel Sicchirollo, voce e dal bassista Christian Callice, insegnante di inglese: “Una buona botta di creatività”.
Manuel esordisce parlando della fase di cambiamento in atto: ” La nostra scena di riferimento in passato è stata quella inglese, oggi abbiamo riscoperto le radici. Quando incominci ad interessarti ad un artista o ad un genere, scopri sempre strada facendo che non è stato il primo, e così inizi ad interessarti al passato, alla storia.” In questo caso tutto nasce dal Calypso e dal Mento, musica popolare giamaicana, solo poi arriva lo Ska. Quest’ultimo nasce dalla fusione fra Jazz Bianco e Calypso. Durante le estati giamaicane giravano sull’isola i Sound System, liberamente tradotto in “furgoni musicali”, dotati di un impianto formato da più casse per animare le serate. Sono gli anni cinquanta nei ghetti di Kingston, in Giamaica, dove con generatori, piatti e impianti musicali colossali, si spargono musica e vibrazioni per le strade, per riunirsi e divertirsi. Nelle estati più calde, era impossibile riuscire a seguire il ritmo sincopato dello Ska ed è così che per poter far ballare la gente il ritmo rallenta, dando vita a nuove correnti: il Rocksteady e successivamente, il Reggae. 
E tu Manuel, come ci sei arrivato, al tuo qui ed ora?
“Io sono partito dall’xyz per arrivare all’abc… Alla fine siamo noi che la creiamo la scena musicale, con le  nostre teste“. 
Per quanto riguarda la lingua di riferimento dei testi, Manuel ammette immediatamente di avere sempre un po’ snobbato la musica italiana in passato. Ma ora piano piano ci sta entrando dentro, seppure con in testa le assonanze e le rime legate al suo genere. Questo passaggio si sta compiendo nell’ottica di farsi capire e di lasciare qualcosa si sé a chi ascolta. E’ così che ha iniziato a scrivere alcuni dei testi anche in italiano, cercando comunque di rimanere il più fedele possibile alla scena musicale ed al registro comunicativo che lo rappresentano.
“In questo momento desidero che quello che scrivo si capisca, e che rimanga. Ho voglia di comunicare, è sempre un peccato che le parole vengano sprecate. La scelta dell’italiano non è certo arrivata per una questione di musicalità,  ma in questo momento per me è più importante riuscire a comunicare con  il pubblico. Perché certo, la musica la faccio per  me, però il riscontro ed il confronto con gli altri, come uomo e come artista – e soprattutto con le persone che mi piacciono – è fondamentale. Creativamente parlando, sono stimolato anche dalla curiosità di conoscere che cosa penserà quella determinata persona del mio  lavoro”.
Ed è a questo punto, quando il discorso sembrava ormai chiuso, che arriva una riflessione di Manuel davvero inaspettata e controcorrente: “In merito a questo vorrei dire che molto spesso la decisione di esprimere un pensiero critico è molto più ponderata di quella superficiale di chi invece ti porta sempre un feedback positivo. Amenochè la persona in questione non sia un pezzo di merda, ma questo va da sé. Gli amici veri mi hanno dato a volte anche pareri negativi, ma erano dichiarazioni sofferte e meditate: mille volte meglio di chi disinteressatamente ti ripete ogni volta ‘Ah, sì, figo’ . Un commento negativo che viene da una persona che stimo  significa che quello che ho fatto non è Universale e allora mi chiedo: posso, devo fare ancora qualcosa per migliorare? E’ come stare con la tua donna: posso fare delle cose, decidere di farle e farle meglio, ma resto sempre me stesso. E’ una spinta. Inizialmente ci posso anche soffrire, ma poi mi dico ‘Ok, mettiamoci al lavoro: miglioriamo il testo, la melodia’ perchè sono convinto che tutto dovrebbe essere Universale“. 
Qui si apre il dibattito sull’essere un “artista”…
“Ci sono artisti che più sono criptici e più pensano di essere fighi, ma per me l’arte deve essere a petto, non deve avere bisogno di una determinata preparazione per essere capita e poter arrivare. Insomma qualcosa ti deve arrivare, anche se siamo persone completamente diverse… Il prisma è una figura emblematica ed una bellissima metafora di questo mio pensiero, nel senso che almeno un raggio dell’iride  ti deve poter raggiungere (in rif. al prisma colorato dei Pink Floyd n.d.r.)
Per un anno ho frequentato il conservatorio, studiavo canto. Ho registrato con un pianista un disco, una roba sperimentale alla Frank Zappa: ci ho messo l’anima nei testi  con un sacco di riferimenti letterari e tutto, ma mi dicevano che era troppo complicato. Oggi me lo riascolto anche con l’orecchio di chi me lo ha criticato e questo è emblematico mi sono reso conto che pur essendoci delle cose belle, tutto era troppo artificioso.”
Si fa strada una domanda difficile: quale differenza passa fra bello e brutto in senso artistico, qual’è la linea di separazione?
“E’ così semplice la differenza fra bello e brutto, alla fine. Ma dire mi piace o non mi piace spesso è frutto di un processo estremamente semplificante che con la semplicità non  ha nulla a che fare. (“La tua semplicità non semplifica, Max” da un testo di Paolo Conte, n.d.r.). Quando sei dentro ad un processo creativo, arrivi ad un certo punto che ci sei talmente dentro che non capisci più se quello che stai facendo è bello o brutto. Sei ebbro.  E’ a questo punto che pesa il parere esterno, ed è giusto che ci sia e che pesi, perché in questa fase è ciò che ti permette di creare qualcosa di bello. Poi, a volte, bisogna anche fare qualcosa di brutto.”
E la creatività, dove si colloca?
“Generalmente nella vita e nel percorso di un artista, le prime cose sono anche quelle meno avanzate, quelle tecnicamente peggiori. Ma arrivare a fare qualcosa, già per il fatto di arrivarci, ha dentro di sé una tale voglia, una forza ed una carica creativa che per forza  in qualche modo ne salta fuori qualcosa che spacca. In un certo senso forse con il passare del tempo si alza la qualità ma si abbassa il tasso di creatività. Per evitare questo ho cercato sempre di cambiare genere. Nello Ska ci sono entrato non per volontà ferrea ma per una serie di coincidenze. Avevo organizzato un Festival a Mezzolombardo, conoscevo questi Club99 perchè li avevo visti suonare nel bolzanino al Cubo di Laives, dove si suonava di tutto ai tempi e a me serviva musica solare. Li chiamo e loro mi dicono che il cantante si è trasferito a Roma. E io rispondo che a dire il vero io sarei un mezzo cantante… faccio la prova a Bolzano e via! Loro suonavano già davanti a 2000 persone con un pubblico che arrivava da tutta Europa, erano già fichissimi. E così, improvvisamente, sono arrivato io. Dal Punk-Rock californiano allo Ska per direttissima. Questo mio background ha influenzato anche il gruppo, perché scrivendo le melodie vocali ed i testi vai poi ad incidere su tutto il resto.”
Ci hai parlato del gruppo, che si è aperto alle tue influenze. E invece per te, com’è stato il passaggio dal Punk-Rock allo Ska?
“E a me invece è venuta la voglia di scoprire lo Ska. E poi la musica tradizionale di Kingston. Della Giamaica la cosa che inizialmente mi ha attirato di più  è stata la sua solarità, il mare, la spiaggia… e sì anche la cultura del fumare e tutta la sua peculiarità in quell’isola. Ma allo stesso tempo ho sempre la sensazione che tutta la musica popolare si dica ‘Senti uomo ricco come ci divertiamo’ ma che allo stesso tempo poi alla fine  qualcosa non torni. E’ un genere ‘contro’. Lo Ska nasce come musica di controcultura in aperta opposizione a quella dell’America del Nord, al mondo bianco degli anni ’50. Era come dire ‘Anche noi spacchiamo, anche se non siamo ricchi come te. E forse amico spacchiamo anche più di te’. Questa musica nasce con i Rude Boys come una grande presa per il culo del Jazz Bianco, come ribellione alla segregazione razziale. Però in questo prendere in giro si sente che c’è quella voglia di rivalsa sociale: ci stiamo divertendo. Nonostante tutto. Nonostante tutto è il fulcro di tutta la musica popolare.
Per te che cos’è la musica popolare?
Siamo noi oggi. Storicamente, in Italia, i partigiani e i minatori… Prendi Bella ciao: da un punto di vista puramente musicale il tempo è veloce e la chitarra in levare, la canzone allegra per eccellenza. Eppure lo senti che non va bene la situazione; balliamo cantiamo però vaffanculo qua si muore e c’è la fame. E’ da questo concetto che nasce nella mia testa questo progetto di fare un’operazione di revival di tutta la scena grandiosa di Kingston dalla fine degli anni ’50 alla fine degli anni ’70.”
E musicalmente, cosa rappresenta per te la Giamaica, oggi?
Con questo progetto vorremmo andare indietro, anche per far capire che moltissima della musica che si ascolta oggi distrattamente è stata influenzata profondamente da questi generi musicali popolari: dal Calypso, dallo Ska, dal Rocksteady. La scena musicale inglese moderna a partire dalla fine degli ’50, e prima ancora tutta la scena musicale cosiddetta ‘bianca’ americana.”
E voi, i Manuel & the Steady Moods, come vi collocate sul mercato, per dirla alla Mara Maionchi?
In questa formazione alla batteria ci sta Pazze, al basso Postaman, alla chitarra Paul, alla tromba Pizza (ci sono 4 Christian, capisci) e al sax Christian. Il saxista e il chitarrista, sono  i puristi del jazz. Il bassista ed il batterista prediligono lo Ska, con influenze Rockabilly. Il trombettista ha una formazione talmente classica che la prima volta in sala prove è andato in crisi perché non sapeva cosa volesse dire improvvisare. Insomma siamo tutta contaminazione. Ognuno ha un background differente, e di molto, ma ci piace un casino quello che facciamo insieme. E questa è la cosa migliore. Per rispondere alla tua domanda, il grande artista mi attira sempre meno. Voglio andare nel  localino e trovare quelle formazioni formidabili con una sensibilità fuori dal comune che si riescono a volte a scovare. L’ultimo film dei fratelli Cohen (A proposito di Davis, 2013 n.d.r.), quella è proprio la parabola dell’artista, per come la vedo io. Quello è un film che ogni artista, qualsiasi cosa voglia dire questa parola, dovrebbe guardare. 
Ultima domanda, qual’è secondo te ciò che rende il genere Ska, e successivamente quello Reggae, così universale?
If figo dello Ska, quello che unisce così tanto, è anche il principio razziale che gli fa da sfondo. L’immagine della scacchiera, bianchi e neri distribuiti in maniera sequenziale e perfettamente equilibrati. L’unione razziale è il principio dello Ska da sempre. Per portare un altro esempio cinematrografico, nel film This is England c’è molto disagio giovanile. Molta ideologia: razzizta e antirazzista. C’è l’immigrazione, c’è l’integrazione razziale negli anni della Tatcher. Non c’è quel perbenismo scontato ipocrita del cazzo. Questo film ti fa vedere il razzismo come una cosa comprensibile dentro a quel contesto storico e sociale, in quel determinato Paese. Ed è proprio nello Ska che il disagio di fondo va valutato (e viene valutato) sia da una parte che dall’altra.”
Non per nulla la scena Punk inglese ad un certo punto si unisce a quella Ska e Reggae… Culture Clash: Bob Marley, Joe Strummer and the Punky Reggae Party.
Manuel & the Steady Moods
Manuel & the Steady Moods

#InAltoMare2

inaltomare2

In alto mare. Non è la prima volta che mi ci ritrovo, in alto mare.

La prima volta mi ci sono infilata dentro con incoscienza, spinta dalla curiosità e dall’impeto di capirlo meglio il mare, e di capire meglio me stessa: forte e certa di saper tornare indietro. Altre volte mi ci hanno portato per gioco ed è stato diverso, come fare una scampagnata, di nuovo frutto dell’incoscienza ma una sensazione molto più leggera.

Mi ricordo la volta invece che me ne stavo sulla barca rilassata e di colpo mi ci hanno buttato dentro: un gesto inaspettato. Questa volta e’ diverso ancora: non ho fatto nessun atto consapevole per arrivarci, nessuna scampagnata, niente gesti goliardici: non me lo spiego. E’ come se mi ci fossi risvegliata in mezzo: in mezzo al mare, in alto mare. Come quelle volte che non te lo spieghi e di colpo devi ricominciare tutto daccapo. Un po’ stanca, piuttosto malconcia, l’unica cosa che mi viene in mente è che mi ci sia spinta sola, di notte. E quel ricordo vago di sperare in un cambiamento… il ricordo di quel qualcosa, di quel qualcuno che non sentivo più di essere.

“E’ semplicemente necessaria una sana accettazione della situazione per non farsi prendere dal panico, ed essere quindi certi della propria sopravvivenza” Lo grido, lo ripeto come un mantra. L’incertezza che mi fa stare in movimento mi terrorizza ma mi nutre al contempo. Per tutti quelli che ci sono stati, per tutte le anime che ci sono rimaste intrappolate, per chi ci finirà, per chi non avrebbe mai voluto andarci, per chi riesce a fare ritorno.

#Estate: Più Identità per Tutti

TheNuProgect_EuropeGallery

Estate. Molto caldo. Spogliarsi, Mostrarsi…
Guardarsi allo specchio, cercando di piacersi. Cercando di rientrare in chissà quali canoni estetici, mille dubbi offuscano la vista, ci si lascia influenzare, mille immagini di corpi perfetti racchiusi nella mente…Ma poi respiro. Un respiro profondo. E penso: “Uomini e Donne dovremmo essere stanchi di tutto questo. Siamo persone moderne, abbiamo conquistato indipendenza e autonomia, opportunità e diritti, ma spesso ci ritroviamo ancora intrappolati dal mito della bellezza. Fino a quando questo mito sarà uno dei pilastri portanti dell’identità, rimarremmo vulnerabili all’approvazione esterna? Non può esserci nessuna Bellezza dove ci sono Sofferenza, Rinuncia, Senso di fallimento, Rifiuto della propria Immagine.”
È il momento di renderci consapevoli, di fare pace con la nostra immagine. Diamo più spessore alla nostra individualità, particolarità, a chi siamo e non solo al nostro corpo. Curiamoci, Miglioriamoci, Sintonizziamoci su cosa sentiamo. Diventiamo fiduciosi. Interessanti. E seduttivi a modo nostro!
Costruiamo la nostra Bellezza. Coltiviamo il nostro Cambiamento. Troviamo il Coraggio di essere chi siamo. Sogno da sempre il diritto di ognuno di noi di essere Unico e quindi… #Estate: Più Identità per Tutti!

Watch the Video #imnotproana  Don’t let others decide who you have to be.

(Music “John the Revelator”Depeche Mode)

#InAltoMare1

inaltomare1

In alto mare. Così si dice quando, nell’intraprendere qualcosa, ci si accorge di avere davanti molte difficoltá da superare, prima di poter raggiungere ciò che si desidera. Da tale definizione devo dedurre di essere al largo da tutta la vita. Non che non me ne sia accorta prima, ma leggerlo nero su bianco fa decisamente uno strano effetto. È però una condizione piacevole, mi rispecchia, forse perchè spesso a me non importa di raggiungere ciò che desidero, mi basta poterlo immaginare. Scopro così il gusto dolceamaro di essere circondata dall’acqua, l’orizzonte non spezzato dalla presenza di terre emerse. Essere alla deriva non è sinonimo di mancanza di consapevolezza. Per me è spesso una scelta di sopravvivenza. Quando la frenesìa e la pressione superano la mia debole tolleranza, la salvezza è ” prendere il mare”, rifugio immaginario, zattera di tempo dilatato, raccoglimento da concedermi, lontana ed irraggiungibile. Trascorrere del tempo in alto mare non è affrontare tempeste di difficoltá; è piuttosto lo spunto per riflettere, ricalibrare sogni e bisogni e magari godere dei movimenti apparentemente casuali di correnti e possibilitá. Qualche volta, sotto un cielo fitto e brillante di stelle, sento nostalgia della terraferma. Così torno a riva e dopo aver mosso passi traballanti, recupero il mio equilibrio. E posso tornare a ballare, senza smettere di sognare l’infinito.