#LivingTravelling: primi giorni in Sardegna

Respiro a pieni polmoni lo iodio e la libertá mentre cammino lentamente verso il mare. Ho sistemato velocemente la mia stanzetta e adesso assecondo il ritmo della Natura. Raggiungo gli scogli frastagliati, i sensi all’ erta, un sorriso disteso sulle labbra. La schiuma delle onde biancheggia, un forte Maestrale batte violento. Profumo di mirto e pitosforo, dolce e amaro che si mescolano e raccontano il carattere dell’ isola. Io osservo muta e ammirata, lo stupore negli occhi che vagano attorno. Il mio cuore batte e sembra anche questo un dono speciale, qui.

In lontananza l’ orizzonte distingue cielo e mare, separa i dolori dal desiderio di volare. Occhi nerissimi mi scrutano con intensitá: è un silenzioso abitante che senza troppe parole mi stringe la mano, forte, mi sorride appena e poi si gira verso il mare. Seguo il suo sguardo, un po’ imbarazzata, rimanendo in silenzio. Un’ onda si schianta con fragore sugli scogli, a me sembra uno sbuffo di qualche mostro marino. L’uomo si gira e apre le labbra in un sorriso pieno di denti bianchissimi: “Benvenuta in Sardegna!”

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La dolce inerzia

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Rifletto in uno stato necessario di lieve malinconia…

Tutte le persone che ho incontrato in amore,

mi hanno insegnato o lasciato qualcosa:

Sciarpe

Scuse

Bottoni

Libri

Pruriti

Portachiavi

Lividi

Poesie

Accendini

Fotografie

Rivelazioni

Scarpe

Scontrini

Amore

Tramonti

Lacrime di gioia e di dolore

Tutte mi hanno lasciato qualcosa

“La dolce inerzia ”

Mi culla la corolla del papavero,

Il mio sonno è lunghissimo

La strada

Si agita laggiù da quattro ore

Solo un tuo squillo potrebbe svegliarmi

Non mi somiglia quest’inerzia,sono da quando amo, tutt’altra persona

Mi culli a lungo, mi culla il papavero, se sarà lungo il sogno di te
Credo che siano ancora necessarie le

Poesie d’amore

Di Maria Luisa Spaziani

Dolce malinconia ….

#LivingTravelling verso la Sardegna

Con la mia partenza inizia la rubrica “LivingTravelling” un diario di viaggio un po’ speciale, per raccontare emozioni e sensazioni di un cuore naufrago in cerca di un approdo nell’esistenza, passo dopo passo…

La partenza è incognita ed emozioni contrastanti. Gusto ogni attimo anche se questo vuol dire avere a che fare con della malinconia. Ogni viaggio inevitabilmente si insinua sotto pelle per entrare in circolo e cambiare: le abitudini, i pensieri e lo sguardo. Riempire una valigia di cose da portare con me, chiudere bene le porte e le finestre, salutare coloro dei quali avrò nostalgia e poi mettere un passo in fila all’altro per iniziare ad andare…e domani sarò in terra sarda, località Porto Quadro, Santa Teresa di Gallura! Stay tuned…e55cf36f035e19e88d6f85e57f60bb11

Cancelli & Rose…Gates & Roses

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Italian/English

Le cose da sistemare sono rimaste al loro posto sulla scrivania

Ma oggi finalmente soffia una brezza leggera,

finalmente ho potuto spalancare le finestre di casa

Io mi apro al mio mondo, apro il cancello del mio Giardino Segreto: 
non mi serve la chiave, devo soltanto spingere forte
Vado a spasso fra le rose, oggi

Il profumo inebriante mi riempie la testa come una nebbiolina leggera

e mi confondo in un sogno che è fatto delle mie fantasie, come da bambina.

E come siamo fuori da tutto io e le più preziose amiche mie
Così eteree da essere irraggiungibili
Eppure le nostre passioni sono così evidenti e terrene;
Chissà...
siamo qui ma la nostra vita vera sembra sempre svolgersi "altrove"

Verrà a prenderci per mano qualcuno un giorno, nel nostro Giardino Segreto?
 
Things to arrange are still left on the writing desk in its stead
Finally today a gentle breeze blows, finally I could open the windows wide
I open up to my world, I open up the gate of my Secret Garden:
there's no need of the key, I only have to push heavily
I’ll  take a stroll among the roses, today
The vertiginous smell fills up my head just like a light mist
 and I am feeling lost in  a dream, like I’ve been as a little girl
And how far from this world am I, and my most precious friends
So ethereal to become unapproachable.
Eitherway our passions are so unmistakable and earthy;
Who knows…we are here but we always seem to belong ‘elsewhere’
Will someone ever come and take our hands
Someday
Within our Secret Garden?

La bellezza del seme…The beauty of the seed

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La bellezza del seme è che da uno ne puoi avere mille. La bellezza dell’impollinatore è che ne trasforma uno in un milione. Questa è un’economia dell’abbondanza, della condivisione. Questa è la vera economia della crescita. Perchè la vita è crescita. Le economie e le tecnologie di ibridazione e modificazione genetica sono una deliberata creazione di scarsità. –Dr. Vandana Shiva

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Presentazione del libro-raccolta “Anima, emozioni e sentimenti”

viky keller

Appuntamento Martedì 5 maggio ore 17.30 

c/o il Centro Rosmini in Via Dordi a Trento

Presentazione del libro-raccolta “Anima, emozioni e sentimenti”

Durante l’incontro saranno letti degli estratti tra cui il pezzo intitolato “L’anima nella guerra” della nostra Viky Key (alias Mariavittoria Keller)

viky keller

Maggio: #ilgiardinosegreto…the secret garden

giardino-segreto

“In mezzo all’erba, sotto gli alberi, nei vasi grigi delle nicchie, si scorgevano pennellate bianche, d’oro, di porpora; sopra la sua testa gli alberi erano rosa e bianchi, e ovunque si udivano battiti d’ali, suoni flautati, ronzii, dolci profumi.”

Frances Hodgson Burnett, Il giardino Segreto

Selvaggitudine…Wilderness

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La “selvaggitudine” è un tema a me molto caro. Sono cresciuta, come molti della generazione degli anni ’70, da selvaggia. Noi ragazzini eravamo tutti, chi più chi meno, dei selvaggi. Ad essere onesta, forse i ragazzini lo erano anche allora più delle ragazzine, per questione di educazione di genere…ma ad ogni modo suonato il campanello della scuola e terminati i compiti: subito fuori!

Nel mio caso, essendo nata e cresciuta in montagna, si scappava nel bosco e non sulla strada o nella piazza con gli amici. E si rientrava al tramonto; mi torna spesso alla mente la chiusura della canzone Diamante di Zucchero, dove si sente la mamma che grida “Vieni a casa!”. La mia ce lo gridava dal balcone a fine giornata. Le estati poi, interminabili e senza la scuola, si rientrava soltanto per i pasti ed il sonno.

Sono venuta su così, a casa ed a scuola (e a catechesi poi non ne parliamo!) le regole – all’aperto finalmente sola libera e ribelle, fantasticando giornate intere di avventure immaginarie con la complicità dei coetanei e di Madre Natura. In compagnia di animali selvatici, alberi piante e rocce, con il sole o con la pioggia senza che questo costituisse un problema (altro che la meteo-ossessione di oggi). Lividi sulle ginocchia, graffi e segni sul corpo. Un corpo che sentivo davvero mio, a volte potente, altre fragile: questa vita all’aperto un po’ spericolata (i bambini non hanno paura né senso del pericolo, si sa, e sperimentano sulla propria pelle ogni strampalata teoria che un cervello sempre attivo ed in movimento riesce a partorire) mi ha insegnato anche – causa cadute e vari potenzialmente tragici incidenti scampati – i suoi limiti. Ed i miei. E’ così che sono diventata più forte da un lato e più consapevole dall’altro. Misurandomi con me stessa in un contesto, ripensandoci oggi, che era in una certa misura “di sopravvivenza”: gli adulti non c’erano mai, troppo occupati nelle loro attività quotidiane…e comunque allora tutto era differente. I bambini ed i ragazzini dovevano “stare fra di loro” e possibilmente anche “fuori dai piedi” per poter “fare i bambini”. A posteriori, forse quello era un approccio più “sano” all’infanzia ed all’adolescenza, ma questa è un’altra storia ancora.

Nonostante le mie precoci inclinazioni (iniziai a leggere i classici della letteratura verso gli 8 anni, e non chiedetemene il motivo) verso forme espressive anche complesse per la mia età come la letteratura, la filosofia e la psicologia e quindi un universo assolutamente introspettivo e cerebrale, che mi portava a trascorrere moltissimo tempo da sola con i miei libri ed i miei pensieri, non ho mai saputo rinunciare alla parte più selvatica di me. Anche se questo spesso mi faceva vivere conflitti profondi (soprattutto in età adolescenziale): mi sono sempre sentita un po’ divisa in due e non è stato semplice né immediato trovare un equilibrio né definire la mia identità (c’è da dire che certamente questi due ultimi aspetti, trovare un equilibrio ed un’identità, accompagnano la maggior parte di noi per tutto il nostro percorso di vita).

Ci sono stati periodi in cui ho pensato che queste mie due “nature”, entrambe così prepotenti ed opposte, fossero incompatibili. A fasi alterne ho cercato di sopprimere prima l’una e poi l’altra. Ma con il trascorrere degli anni, e negli ultimi in particolare, ho scoperto che è stata proprio questa mia dicotomia caratteriale che mi ha permesso di “sopravvivere”. Sono capacissima di stare alle regole della “buona società”, ma non mi faccio soffocare dal cosiddetto “senso comune”…quando qualcosa non va lo sento con tutti i miei sensi: è l’istinto, lo abbiamo ricevuto in dono e dovremmo imparare tutti a rispettarlo e ad ascoltarlo con più attenzione. Ho capito che in situazioni veramente “estreme” è l’istinto che ci mette in salvo – non certo la razionalità. Quella serve in un secondo momento, a prefigurarsi le conseguenze e a non esserne colti impreparati. A farsi un piano d’azione. Ma anche arrivati a questo punto, comunque ciò che ci farà reagire inizialmente ad una data situazione, è ancora l’istinto.

La testa spesso ci blocca, ci incarta, ci paralizza, in definitiva di fronte alla Vita spesso ci frega. Se non avessi avuto la possibilità e la fortuna di poter coltivare da bambina anche uno spazio dove poter esprimere la mia parte più “istintuale” liberamente e di misurarmi con essa faccia a faccia, senza interventi esterni (di genitori, educatori, istituzioni o chi per loro: di adulti in definitiva) scusate l’espressione ma so che a quest’ora sarei fottuta. Addomesticata. Sedata. Assuefatta. E invece sono viva, piena di contraddizioni certo ed assolutamente imperfetta, ma posso ancora sentire tutte quelle energie e quelle forze imponderabili che muovono il mondo, le persone e le cose. Trovo che la Vita si muova in questo modo e che in una certa misura, decidete voi quale, ad un livello archetipo e primordiale, se ne infischi di tutte le nostre sovrastrutture mentali. Ed è in queste contraddizioni che trovo anche oggi come allora tutto lo stupore, il fascino ed il senso del legame misterioso che allaccia la Vita al nostro essere umani.

Selvaggi*

nature

L’ insonnia mi fa compagnia ormai da più di qualche giorno.

Sarà la stagione che sta transitando, il fiorire di alberi e piante, sarà ritrovarsi di fronte all’ennesima mutazione.

Sono tanti i ragionamenti che ho fatto su questo tema.

Numerosi i collegamenti che si sono accesi nella mia mente.

Era il 1755 quando Jan Jaques Rousseau, pubblicava il “Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza fra gli uomini”, stimolato dal quesito posto in un concorso bandito dall’Accademia di Digione: “qual’e’ l’origine dell’ineguaglianza tra gli uomini e se essa sia autorizzata dalla legge naturale”.

Ho pensato molto a questo libro e proprio la parola chiave di questo tema è l’essere selvaggio in questa visione: più semplice nei modi, sostanzialmente non corrotto ne’ viziato dalla civiltà moderna, dal progresso e dalle regole sociali.

Esiste una natura dell’uomo più autentica?

Risiede nell’energia di cui noi esseri umani siamo dotati fin da principio e che rapidamente e progressivamente perdiamo crescendo?

Lo stato di natura sarebbe più genuino e contraddistinto da un rapporto più spontaneo e più vitale con le cose e con la realtà.

Improvvisamente ci ritroviamo incapaci di vivere, confinati a vivere artificiosamente e a dover imparare quello che un tempo conoscevamo per natura, ci ritroviamo quindi a rincorrere, a tentare di recuperare un rapporto più autentico con le cose.

Moderni decaduti e corrotti fatti a brandelli dall’incivilimento.

Rousseau sostiene che la disuguaglianza non abbia origine nello stato di natura ma che sia generata contemporaneamente alla formazione della società, spontaneamente buono e in armonia rispetto a se stesso e all’ambiente circostante l’individuo viene corrotto dallo stato civile in cui si viene a trovare; un ambiente dominato dalla competizione, dalla falsità, dall’oppressione e dai bisogni superflui a cui l’uomo si adatterà acquisendo questi fattori sociali.

In questo momento o semplicemente in questa mia epoca questa tesi mi sembra così vera ed attuale.

Ovviamente non è previsto un lieto fine ma quanto meno viene lasciato uno spiraglio al libero arbitrio, ovvero, posto che non è più possibile tornare ad uno stato di natura (cosa che non saremmo nemmeno più in grado di sostenere in termini di adattabilità) e’ possibile costruire uno stato civile che impedisca i danni morali e materiali in cui l’uomo si dibatte.

A questo punto nuovamente in balia delle mie parabole mentali provo ostinatamente a dare un senso, un significato a questa “selvaggitudine”.

Richiamare la nostra natura più selvaggia porta in qualche modo all’istinto e avvicina alla verità.

Non c’è una lente che ci permetta di leggere con lucidità il tempo in cui si sta vivendo, pare sia riconosciuto come un momento di grande cambiamento, dove nuove realtà e nuovi modi di far funzionare le cose cercano di farsi largo.

Posso solo umilmente condividere qualche consiglio che ho dato a me stessa: entrate nell’economia della condivisione, riflettete con tutta la coerenza di cui disponete sulla scala dei vostri valori, allontanatevi prendendo posizione dall’aggressività fisica ma soprattutto da quella verbale che in maniera subdola si sta diffondendo nel quotidiano.

Fate un salto indietro rispetto alle abitudini moderne, ritornare a cucinare (ammesso che non lo facciate già) almeno di tanto in tanto, provate a coltivare qualcosa o semplicemente a prendervi cura di una pianta.

Ricordate di essere uomini o donne dotati di mani potenzialmente in grado di costruire, nell’epoca della tecnologia imperante ho paura sia diventato un concetto non banale.

Siate primitivi: riesumate la vostra parte selvaggia.

“Non dimenticate che la terra si diletta a sentire i vostri piedi nudi e i venti desiderano intensamente giocare con i vostri capelli.” ~Kahil Gibran

Per portarmi in salvo

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Fatta di istinto e sensazioni,incapace di distrarre i pensieri scomodi. Lo sguardo vagava irrequieto, le dita tamburellavano nervosamente sul legno del davanzale. “Ho sempre scelto di essere con te quando ho potuto”. Un loop nauseante piazzato all’altezza dello stomaco mi ricordava il senso della mia partenza. Come la valigia preparata di fretta, riempita senza entusiasmo. Andare altrove per non sentirmi più così vuota. Sono uscita di casa come se fossi in ritardo per un appuntamento inesistente. Il senso del dovere mi ha fatto sempre muovere passi da automa nelle direzioni più disparate. Spesso molto lontane dal mio tragitto legittimo. Vestita di tutto punto per non sfigurare in mezzo alla gente. Consuetudine che applicavo senza esserne davvero convinta. Come sorridere all’autista dell’autobus anche se avrei nascosto lo sguardo per non dover incrociarne nessuno. Mi sforzavo di stare in mezzo alla gente, contenendo sotto pelle il desiderio di mettermi ad urlare. Stanca dell’apparenza così ammaestrata. Del disinteresse elevato a superiorità. Della crudeltà distribuita a piene mani e senza rimorso. Della paura del cuore, delle accelerazioni ingestibili, della sincerità che inchioda al muro. Stavo seduta sul sedile instabile e assecondavo l’ondeggiare del mezzo. Una foglia nel vento. Consolavo mentalmente i pensieri più fragili, quelli travestiti da pagliacci di stracci. Il viaggio non sarebbe durato a lungo. Il paesaggio scorreva fluido oltre i finestrini, il mio respiro regolare appannava la confusione che avevo dentro. Desideravo incontrarti e allo stesso tempo temevo cosa sarebbe stato. Alla fine di questa corsa era fermo il mio destino ed io ero decisa a trovarlo. La strada correva veloce, ma io non guardavo. Ostinata e distratta, come sempre. Dicono che la vita è quello che ti accade mentre stai programmando tutt’altro. Se avessi potuto appuntarlo come promemoria per quella giornata! Invece ignara rimanevo persa nei mie pensieri, soppesando possibilità e lucidando i desideri. Così concentrata da non accorgermi che le trame intricate della vita prendevano forma mio malgrado. L’autobus ha iniziato a sbandare, qualcosa non andava nel controllo dei freni. Non ho avuto nemmeno il tempo di guardarmi attorno prima che il mio lato del veicolo si schiantasse contro il fianco di un edificio. Rumore di vetri in frantumi, urla tutt’attorno. Io ero sbalzata a terra, incastrata sotto una fila di seggiolini, qualcosa di doloroso infilato in un fianco. E in quel momento un unico pensiero ha attraversato la mente: dovevo salvarmi, uscire da quelle lamiere accartocciate. Ho strisciato sulla schiena per cercare di scivolare fuori. Una fitta al fianco sinistro mi ha tolto il fiato. Sentivo un liquido freddo che mi colava addosso, mi sono imposta di non guardare. Sono riuscita a liberarmi ed a rimettermi in piedi, determinata. Ho sempre temuto il dolore fisico e adesso mi scopro coraggiosa come non avrei creduto possibile. Non mi volto nemmeno un attimo, un passo incerto dopo l’altro mi allontano, il dove non mi importa. La notte è lentamente calata come un lenzuolo scuro steso sui dispiaceri della gente. Io al buio mi sento selvaggia, spogliata dai dettagli spinosi del giorno. Sollevo lo sguardo al cielo, le stelle rischiarano l’aria immobile e un silenzio ultraterreno. La gola mi prude, gli occhi lacrimano, le dita artigliano la stoffa dei pantaloni che indosso. Deglutisco in serie suoni gutturali. Poi un ululato. Un latrato simile ad un mio urlo. E poi ancora, con il collo teso e il viso rivolto al cielo. Un animale ferito incapace di arrendersi. L’anima selvatica e salvifica. Perchè dove l’essere umano smette di capire, è lì che l’essenza aspetta. Per portarmi in salvo.