#LivingArtists meets #ManuelAndTheSteadyMoods”

manuel
Members:
Voice: Manuel Sicchirollo; Guitar: Paul Hilber;  Bass: Christian Callice;
Drums: Patrick Prasch; Sax: Christian Bauer; Trumpet: Christian Eccli
Genre: Rocksteady, Bluebeat, Reggae, Ska
Good Vibes, quelle attorno al tavolo con Manuel Sicchirollo, front-man dei neonati (si fa per dire, e ne capirete presto il motivo)  Manuel & The Steady Moods.  Il nuovo gruppo nasce con il 2015 da una branchia dei “vecchi” Club99, storici in regione, legati alla scena ska dalle forti contaminazioni punk inglesi, con all’attivo 3 dischi pubblicati.
La formazione è composta interamente da “gente che suona da una vita il genere ska” e che maturando, musicalmente e non solo, si rende conto che i suoni più belli appartengono allo Ska tradizionale anni ’50, quello che arriva dal Calypso, per intenderci (genere musicale afroamericano, originario delle Antille. Il carattere responsoriale della melodia e il tono satirico del testo sono tipici aspetti di ascendenza africana: il canto, infatti, era usato originariamente dagli schiavi delle piantagioni, che se ne servivano per comunicare tra loro. Centro di diffusione fu l’isola di Trinidad. Si affermò negli anni 1950 con Lord Kitchener, Mighty Sparrow, e soprattutto Harry Belafonte, conoscerete tutti Matilda).
Siamo in 3 seduti attorno al tavolo: io, Manuel e mia sorella, che voglio ringraziare qui per avere organizzato l’incontro. E’ la prima volta che mi trovo ad affrontare un’ “intervista a tre”, è molto più complesso seguire non solo il corso dei miei pensieri e quelli dell’artista, ma anche e contemporaneamente quelli di un terzo elemento, di un terzo filo di pensieri. Una bella sfida questo allegro zigzag di sinergie…tanta robba, come si suol dire! In questo senso, quello che segue sarà il mio pezzo per #LivingArtists più vicino ad una vera e propria “intervista” nel senso più tradizionale del termine, dal momento che ho potuto prendermi il lusso di fare anche da spettatrice… buona lettura.
Iniziamo dalle cose importanti, e quindi dai progetti, dal futuro. Sicuramente verrà inciso un disco dei Manuel & the Steady Moods, ma come avrete già intuito, sarà tutta un’altra musica. Niente studio, niente produzione. Il disco sarà infatti completamente auto-prodotto. I testi sono scritti in sinergia da Manuel Sicchirollo, voce e dal bassista Christian Callice, insegnante di inglese: “Una buona botta di creatività”.
Manuel esordisce parlando della fase di cambiamento in atto: ” La nostra scena di riferimento in passato è stata quella inglese, oggi abbiamo riscoperto le radici. Quando incominci ad interessarti ad un artista o ad un genere, scopri sempre strada facendo che non è stato il primo, e così inizi ad interessarti al passato, alla storia.” In questo caso tutto nasce dal Calypso e dal Mento, musica popolare giamaicana, solo poi arriva lo Ska. Quest’ultimo nasce dalla fusione fra Jazz Bianco e Calypso. Durante le estati giamaicane giravano sull’isola i Sound System, liberamente tradotto in “furgoni musicali”, dotati di un impianto formato da più casse per animare le serate. Sono gli anni cinquanta nei ghetti di Kingston, in Giamaica, dove con generatori, piatti e impianti musicali colossali, si spargono musica e vibrazioni per le strade, per riunirsi e divertirsi. Nelle estati più calde, era impossibile riuscire a seguire il ritmo sincopato dello Ska ed è così che per poter far ballare la gente il ritmo rallenta, dando vita a nuove correnti: il Rocksteady e successivamente, il Reggae. 
E tu Manuel, come ci sei arrivato, al tuo qui ed ora?
“Io sono partito dall’xyz per arrivare all’abc… Alla fine siamo noi che la creiamo la scena musicale, con le  nostre teste“. 
Per quanto riguarda la lingua di riferimento dei testi, Manuel ammette immediatamente di avere sempre un po’ snobbato la musica italiana in passato. Ma ora piano piano ci sta entrando dentro, seppure con in testa le assonanze e le rime legate al suo genere. Questo passaggio si sta compiendo nell’ottica di farsi capire e di lasciare qualcosa si sé a chi ascolta. E’ così che ha iniziato a scrivere alcuni dei testi anche in italiano, cercando comunque di rimanere il più fedele possibile alla scena musicale ed al registro comunicativo che lo rappresentano.
“In questo momento desidero che quello che scrivo si capisca, e che rimanga. Ho voglia di comunicare, è sempre un peccato che le parole vengano sprecate. La scelta dell’italiano non è certo arrivata per una questione di musicalità,  ma in questo momento per me è più importante riuscire a comunicare con  il pubblico. Perché certo, la musica la faccio per  me, però il riscontro ed il confronto con gli altri, come uomo e come artista – e soprattutto con le persone che mi piacciono – è fondamentale. Creativamente parlando, sono stimolato anche dalla curiosità di conoscere che cosa penserà quella determinata persona del mio  lavoro”.
Ed è a questo punto, quando il discorso sembrava ormai chiuso, che arriva una riflessione di Manuel davvero inaspettata e controcorrente: “In merito a questo vorrei dire che molto spesso la decisione di esprimere un pensiero critico è molto più ponderata di quella superficiale di chi invece ti porta sempre un feedback positivo. Amenochè la persona in questione non sia un pezzo di merda, ma questo va da sé. Gli amici veri mi hanno dato a volte anche pareri negativi, ma erano dichiarazioni sofferte e meditate: mille volte meglio di chi disinteressatamente ti ripete ogni volta ‘Ah, sì, figo’ . Un commento negativo che viene da una persona che stimo  significa che quello che ho fatto non è Universale e allora mi chiedo: posso, devo fare ancora qualcosa per migliorare? E’ come stare con la tua donna: posso fare delle cose, decidere di farle e farle meglio, ma resto sempre me stesso. E’ una spinta. Inizialmente ci posso anche soffrire, ma poi mi dico ‘Ok, mettiamoci al lavoro: miglioriamo il testo, la melodia’ perchè sono convinto che tutto dovrebbe essere Universale“. 
Qui si apre il dibattito sull’essere un “artista”…
“Ci sono artisti che più sono criptici e più pensano di essere fighi, ma per me l’arte deve essere a petto, non deve avere bisogno di una determinata preparazione per essere capita e poter arrivare. Insomma qualcosa ti deve arrivare, anche se siamo persone completamente diverse… Il prisma è una figura emblematica ed una bellissima metafora di questo mio pensiero, nel senso che almeno un raggio dell’iride  ti deve poter raggiungere (in rif. al prisma colorato dei Pink Floyd n.d.r.)
Per un anno ho frequentato il conservatorio, studiavo canto. Ho registrato con un pianista un disco, una roba sperimentale alla Frank Zappa: ci ho messo l’anima nei testi  con un sacco di riferimenti letterari e tutto, ma mi dicevano che era troppo complicato. Oggi me lo riascolto anche con l’orecchio di chi me lo ha criticato e questo è emblematico mi sono reso conto che pur essendoci delle cose belle, tutto era troppo artificioso.”
Si fa strada una domanda difficile: quale differenza passa fra bello e brutto in senso artistico, qual’è la linea di separazione?
“E’ così semplice la differenza fra bello e brutto, alla fine. Ma dire mi piace o non mi piace spesso è frutto di un processo estremamente semplificante che con la semplicità non  ha nulla a che fare. (“La tua semplicità non semplifica, Max” da un testo di Paolo Conte, n.d.r.). Quando sei dentro ad un processo creativo, arrivi ad un certo punto che ci sei talmente dentro che non capisci più se quello che stai facendo è bello o brutto. Sei ebbro.  E’ a questo punto che pesa il parere esterno, ed è giusto che ci sia e che pesi, perché in questa fase è ciò che ti permette di creare qualcosa di bello. Poi, a volte, bisogna anche fare qualcosa di brutto.”
E la creatività, dove si colloca?
“Generalmente nella vita e nel percorso di un artista, le prime cose sono anche quelle meno avanzate, quelle tecnicamente peggiori. Ma arrivare a fare qualcosa, già per il fatto di arrivarci, ha dentro di sé una tale voglia, una forza ed una carica creativa che per forza  in qualche modo ne salta fuori qualcosa che spacca. In un certo senso forse con il passare del tempo si alza la qualità ma si abbassa il tasso di creatività. Per evitare questo ho cercato sempre di cambiare genere. Nello Ska ci sono entrato non per volontà ferrea ma per una serie di coincidenze. Avevo organizzato un Festival a Mezzolombardo, conoscevo questi Club99 perchè li avevo visti suonare nel bolzanino al Cubo di Laives, dove si suonava di tutto ai tempi e a me serviva musica solare. Li chiamo e loro mi dicono che il cantante si è trasferito a Roma. E io rispondo che a dire il vero io sarei un mezzo cantante… faccio la prova a Bolzano e via! Loro suonavano già davanti a 2000 persone con un pubblico che arrivava da tutta Europa, erano già fichissimi. E così, improvvisamente, sono arrivato io. Dal Punk-Rock californiano allo Ska per direttissima. Questo mio background ha influenzato anche il gruppo, perché scrivendo le melodie vocali ed i testi vai poi ad incidere su tutto il resto.”
Ci hai parlato del gruppo, che si è aperto alle tue influenze. E invece per te, com’è stato il passaggio dal Punk-Rock allo Ska?
“E a me invece è venuta la voglia di scoprire lo Ska. E poi la musica tradizionale di Kingston. Della Giamaica la cosa che inizialmente mi ha attirato di più  è stata la sua solarità, il mare, la spiaggia… e sì anche la cultura del fumare e tutta la sua peculiarità in quell’isola. Ma allo stesso tempo ho sempre la sensazione che tutta la musica popolare si dica ‘Senti uomo ricco come ci divertiamo’ ma che allo stesso tempo poi alla fine  qualcosa non torni. E’ un genere ‘contro’. Lo Ska nasce come musica di controcultura in aperta opposizione a quella dell’America del Nord, al mondo bianco degli anni ’50. Era come dire ‘Anche noi spacchiamo, anche se non siamo ricchi come te. E forse amico spacchiamo anche più di te’. Questa musica nasce con i Rude Boys come una grande presa per il culo del Jazz Bianco, come ribellione alla segregazione razziale. Però in questo prendere in giro si sente che c’è quella voglia di rivalsa sociale: ci stiamo divertendo. Nonostante tutto. Nonostante tutto è il fulcro di tutta la musica popolare.
Per te che cos’è la musica popolare?
Siamo noi oggi. Storicamente, in Italia, i partigiani e i minatori… Prendi Bella ciao: da un punto di vista puramente musicale il tempo è veloce e la chitarra in levare, la canzone allegra per eccellenza. Eppure lo senti che non va bene la situazione; balliamo cantiamo però vaffanculo qua si muore e c’è la fame. E’ da questo concetto che nasce nella mia testa questo progetto di fare un’operazione di revival di tutta la scena grandiosa di Kingston dalla fine degli anni ’50 alla fine degli anni ’70.”
E musicalmente, cosa rappresenta per te la Giamaica, oggi?
Con questo progetto vorremmo andare indietro, anche per far capire che moltissima della musica che si ascolta oggi distrattamente è stata influenzata profondamente da questi generi musicali popolari: dal Calypso, dallo Ska, dal Rocksteady. La scena musicale inglese moderna a partire dalla fine degli ’50, e prima ancora tutta la scena musicale cosiddetta ‘bianca’ americana.”
E voi, i Manuel & the Steady Moods, come vi collocate sul mercato, per dirla alla Mara Maionchi?
In questa formazione alla batteria ci sta Pazze, al basso Postaman, alla chitarra Paul, alla tromba Pizza (ci sono 4 Christian, capisci) e al sax Christian. Il saxista e il chitarrista, sono  i puristi del jazz. Il bassista ed il batterista prediligono lo Ska, con influenze Rockabilly. Il trombettista ha una formazione talmente classica che la prima volta in sala prove è andato in crisi perché non sapeva cosa volesse dire improvvisare. Insomma siamo tutta contaminazione. Ognuno ha un background differente, e di molto, ma ci piace un casino quello che facciamo insieme. E questa è la cosa migliore. Per rispondere alla tua domanda, il grande artista mi attira sempre meno. Voglio andare nel  localino e trovare quelle formazioni formidabili con una sensibilità fuori dal comune che si riescono a volte a scovare. L’ultimo film dei fratelli Cohen (A proposito di Davis, 2013 n.d.r.), quella è proprio la parabola dell’artista, per come la vedo io. Quello è un film che ogni artista, qualsiasi cosa voglia dire questa parola, dovrebbe guardare. 
Ultima domanda, qual’è secondo te ciò che rende il genere Ska, e successivamente quello Reggae, così universale?
If figo dello Ska, quello che unisce così tanto, è anche il principio razziale che gli fa da sfondo. L’immagine della scacchiera, bianchi e neri distribuiti in maniera sequenziale e perfettamente equilibrati. L’unione razziale è il principio dello Ska da sempre. Per portare un altro esempio cinematrografico, nel film This is England c’è molto disagio giovanile. Molta ideologia: razzizta e antirazzista. C’è l’immigrazione, c’è l’integrazione razziale negli anni della Tatcher. Non c’è quel perbenismo scontato ipocrita del cazzo. Questo film ti fa vedere il razzismo come una cosa comprensibile dentro a quel contesto storico e sociale, in quel determinato Paese. Ed è proprio nello Ska che il disagio di fondo va valutato (e viene valutato) sia da una parte che dall’altra.”
Non per nulla la scena Punk inglese ad un certo punto si unisce a quella Ska e Reggae… Culture Clash: Bob Marley, Joe Strummer and the Punky Reggae Party.
Manuel & the Steady Moods
Manuel & the Steady Moods

#InAltoMare2

inaltomare2

In alto mare. Non è la prima volta che mi ci ritrovo, in alto mare.

La prima volta mi ci sono infilata dentro con incoscienza, spinta dalla curiosità e dall’impeto di capirlo meglio il mare, e di capire meglio me stessa: forte e certa di saper tornare indietro. Altre volte mi ci hanno portato per gioco ed è stato diverso, come fare una scampagnata, di nuovo frutto dell’incoscienza ma una sensazione molto più leggera.

Mi ricordo la volta invece che me ne stavo sulla barca rilassata e di colpo mi ci hanno buttato dentro: un gesto inaspettato. Questa volta e’ diverso ancora: non ho fatto nessun atto consapevole per arrivarci, nessuna scampagnata, niente gesti goliardici: non me lo spiego. E’ come se mi ci fossi risvegliata in mezzo: in mezzo al mare, in alto mare. Come quelle volte che non te lo spieghi e di colpo devi ricominciare tutto daccapo. Un po’ stanca, piuttosto malconcia, l’unica cosa che mi viene in mente è che mi ci sia spinta sola, di notte. E quel ricordo vago di sperare in un cambiamento… il ricordo di quel qualcosa, di quel qualcuno che non sentivo più di essere.

“E’ semplicemente necessaria una sana accettazione della situazione per non farsi prendere dal panico, ed essere quindi certi della propria sopravvivenza” Lo grido, lo ripeto come un mantra. L’incertezza che mi fa stare in movimento mi terrorizza ma mi nutre al contempo. Per tutti quelli che ci sono stati, per tutte le anime che ci sono rimaste intrappolate, per chi ci finirà, per chi non avrebbe mai voluto andarci, per chi riesce a fare ritorno.

#Estate: Più Identità per Tutti

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Estate. Molto caldo. Spogliarsi, Mostrarsi…
Guardarsi allo specchio, cercando di piacersi. Cercando di rientrare in chissà quali canoni estetici, mille dubbi offuscano la vista, ci si lascia influenzare, mille immagini di corpi perfetti racchiusi nella mente…Ma poi respiro. Un respiro profondo. E penso: “Uomini e Donne dovremmo essere stanchi di tutto questo. Siamo persone moderne, abbiamo conquistato indipendenza e autonomia, opportunità e diritti, ma spesso ci ritroviamo ancora intrappolati dal mito della bellezza. Fino a quando questo mito sarà uno dei pilastri portanti dell’identità, rimarremmo vulnerabili all’approvazione esterna? Non può esserci nessuna Bellezza dove ci sono Sofferenza, Rinuncia, Senso di fallimento, Rifiuto della propria Immagine.”
È il momento di renderci consapevoli, di fare pace con la nostra immagine. Diamo più spessore alla nostra individualità, particolarità, a chi siamo e non solo al nostro corpo. Curiamoci, Miglioriamoci, Sintonizziamoci su cosa sentiamo. Diventiamo fiduciosi. Interessanti. E seduttivi a modo nostro!
Costruiamo la nostra Bellezza. Coltiviamo il nostro Cambiamento. Troviamo il Coraggio di essere chi siamo. Sogno da sempre il diritto di ognuno di noi di essere Unico e quindi… #Estate: Più Identità per Tutti!

Watch the Video #imnotproana  Don’t let others decide who you have to be.

(Music “John the Revelator”Depeche Mode)

#inaltomare1

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In alto mare. Così si dice quando, nell’intraprendere qualcosa, ci si accorge di avere davanti molte difficoltá da superare, prima di poter raggiungere ciò che si desidera. Da tale definizione devo dedurre di essere al largo da tutta la vita. Non che non me ne sia accorta prima, ma leggerlo nero su bianco fa decisamente uno strano effetto. È però una condizione piacevole, mi rispecchia, forse perchè spesso a me non importa di raggiungere ciò che desidero, mi basta poterlo immaginare. Scopro così il gusto dolceamaro di essere circondata dall’acqua, l’orizzonte non spezzato dalla presenza di terre emerse. Essere alla deriva non è sinonimo di mancanza di consapevolezza. Per me è spesso una scelta di sopravvivenza. Quando la frenesìa e la pressione superano la mia debole tolleranza, la salvezza è ” prendere il mare”, rifugio immaginario, zattera di tempo dilatato, raccoglimento da concedermi, lontana ed irraggiungibile. Trascorrere del tempo in alto mare non è affrontare tempeste di difficoltá; è piuttosto lo spunto per riflettere, ricalibrare sogni e bisogni e magari godere dei movimenti apparentemente casuali di correnti e possibilitá. Qualche volta, sotto un cielo fitto e brillante di stelle, sento nostalgia della terraferma. Così torno a riva e dopo aver mosso passi traballanti, recupero il mio equilibrio. E posso tornare a ballare, senza smettere di sognare l’infinito.

Cronaca di un concerto: #MsLaurynHill

laurynhill

Ci sono emozioni talmente ricche che possiamo solo provare a descrivere con le parole, ci sono avventure che nascono quasi per caso e dove tutto fila liscio-liscio. Ci sono. E posso dire dal cuore per fortuna e meno male – considerato il mio tasso di cinismo medio – cose che proprio non ti aspetti. Questo è il preambolo per descrivere com’è andata il 20 luglio al Lucca Summer Festival al cospetto di Ms. Lauryn Hill e della sua grandiosa band.

E’ esattamente così che mi sono sentita: al cospetto di una donna eccezionale, straordinaria, di una vera Regina.

Attenzione, non stiamo parlando di puntualità, visto che lo hanno sottolineato su tutta la stampa online e non, e sì lo confermo è vero, si è fatta attendere un’ora e 45 minuti, peraltro colmati egregiamente da un dj giamaicano. Non sto parlando di bel o buon carattere, non sto parlando di cose semplici da spiegare. Solo nel vedere gli strumenti sul palco; già si capisce all’entrata che si tratta di un clan di musicisti e strumentisti imponente  “12 elementi, 3 fiati, 2 tastiere, 3 coriste, 2 chitarre, basso e batteria” E’ ancora più che chiaro che qualcosa di straordinario succederà qui questa sera.

Stiamo parlando di un talento che lascia stesi al tappeto, di un’artista e poli-strumentista a tutto tondo che non solo canta e suona contemporaneamente, ma dirige nervosamente e ininterrottamente i suoi musicisti con intransigenza per tutta la durata della serata. Stiamo parlando di una donna che nel corso della sua performance attraversa numerosi generi musicali: rap, doo-wop, hip-hop, soul, reggae, neo-soul, R&B… e potrei averne dimenticato qualcuno.  Di una donna che si capisce bene, soprattutto nella prima parte del concerto, pretende dagli altri quello che pretende da se stessa. Inaspettatamente poi arriva “Love is stronger than pride” di Sade e non ci posso credere: l’emozione arriva dritta al cuore iniziando a farmi “sanguinare” dagli occhi.

Dopo questa prima parte Lauryn Hill lascia la chitarra, si toglie le scarpe ed inizia un’altra fase del concerto. Lei si fa più libera, più distesa, fa esplodere tutta la sua energia nei suoi cavalli di battaglia per approdare a diversi brani di Bob Marley.

Ha molte sfumature questa Regina e molte a tratti le si leggono nelle espressioni del viso sul megaschermo: sofferenza, inquietudine, passione. Mi vengono in mente stralci delle notizie lette, mi viene in mente che questo talento spaventoso che si affaccia al successo planetario giovanissimo con i Fugees e qualche anno dopo nel 1998 esce con il pluripremiato ed acclamatissimo album “The Miseducation of Lauryn Hill”. E’ evidente che Lauryn non è una di quelle persone che amano le scelte facili. Nel 2002 pubblica “Mtv Unplugged”, tutt’ora una roba quasi da intenditori, sicuramente non pubblicata per accontentare tutti.

Successivamente brevi tour, molte date cancellate, campagne di boicottaggio, dichiarazioni vere o presunte legate allo show biz ed alla libertà di espressione che non hanno di certo contribuito ad incrementare la sua popolarità in certi ambienti. E tre mesi passati in carcere per scontare una pena legata al reato di evasione fiscale ( Lauryn fu rilasciata alcuni giorni prima dello scadere della pena per una serie di fattori, fra cui la buona condotta n.d.r.).

Passionale, complessa, densa di contenuti e di talento, a tratti più sgombra mentre canta e balla. Canta infine Nina Simone e la sua voce mi riempie, mi fa pensare ad una donna vera, madre di 5 figli, moglie di Rohan Marley (uno dei numerosi figli di Bob Marley, n.d.r.) – “anche se sembra che dal 2004 si siano separati”.

A come “diffonda il verbo” attraverso alcuni testi come War, che non hanno mai smesso di essere attuali. Mi fa riflettere su quanta ricerca si celi dentro al percorso musicale e personale di questa donna, di quanta fatica, entusiasmo, gioia, delusione, scivolate come quella della più volte annunciata reunion dei Fugees, un progetto mai decollato e stroncato dalla critica a priori. Mi fa riflettere ancora una volta sul come anche chi ha un talento straordinario sia costretto a superare momenti difficili e di sconfitta ed a rimettersi in piedi. In definitiva di quanto a volte gestire se stessi può diventare difficile, per noi esseri umani.

Alla fine di questo concerto Ms. Lauryn Hill scappa via senza nemmeno presentare la sua band, ed a me sembra di aver vissuto un intero viaggio mano nella mano con questa creatura regale, libera e selvaggia.

Per riascoltare il live di Ms Lauryn Hill CLICCA QUI 

http://www.radio2.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-fed42e76-c42a-48c9-bde8-66b70c96ca0a.html#

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luglio… #inaltomare

alto-mare

Navigando lo so già

che la Terra spunterà

è normale sia così

perché noi viviamo qui

tra i rumori di una via

tranquillanti farmacia

figli dell’ideologia

e non possiamo starci in alto mare

#solstiziofestival Alma Rosè – Concerto fra gli Orti

concerto tra gli orti

Comincia così, con passaggi non facili, questo concerto fra gli orti. Parlando di persone alle quali dopo 30 anni viene privata con violenza la propria terra, esproprio in città, dicono che bisogna costruire, dicono che la terra e’ di chi deve edificare. Racconta di uomini e donne abituati a disporre autonomamente del proprio fazzoletto di terra, gestendolo con recinti e lucchetti, custodendolo con morbosità, guardando con diffidenza quelli si vogliono avvicinare, sentendo come intrusi anche quelli che sono semplicemente curiosi. Parla di un Paese come l’Argentina che vedendo improvvisamente crollare la stabilità economica ha trascinato nella povertà gran parte dei suoi abitanti. Proprio attraverso questi passaggi che ci fanno tremare sulla sedia, citando eventi violenti e traumatizzanti, parlando di egoismo e chiusura che poi ci trasporta più leggeri verso l’idea della rinascita, di un concetto di condivisone, della collaborazione che può nascere nei confronti di un obbiettivo condiviso, quello dell’approvvigionamento del cibo che si produce attraverso la coltivazione della terra, che boicotta le mono culture imperanti gestite dalle multinazionali, che in momenti di difficoltà come questi ci rendono ancora più chiara la miseria che possono far scaturire negli abitanti di un Paese. Attraverso questi passaggi le persone si aprono, tornano a collaborare per gli obbiettivi comuni, nascono gli orti comunitari, sbocciano amori fra gli orti, i bambini sperimentano come da un seme possa nascere una pianta e da una pianta fagioli, si riscopre la gioia dello stare insieme, la speranza e la potenza delle lotte condivise. Comprese quelle vinte da una parte di persone che riescono a dimostrare attraverso l’età di una pianta che viene tagliata la proprietà di un pezzo di terra, annullando l’esproprio. Superiamo un improvvisa pioggia estiva grazie anche all’incoraggiamento di Manuel Ferreira che ci regala un brano tratto da “cittadini in transito” uno spettacolo che parla di cittadinanza e di giovani di seconda generazione, figli di immigrati, nuovi italiani a metà fra due culture. Ci sbellichiamo ascoltando un buffo monologo fatto di pregiudizi e luoghi comuni per capire come essere cittadini sia un viaggio continuo alla conquista del lavoro, dell’amore, del diritto di essere nuovi cittadini accettati dalla comunità che ci circonda, protagonisti di un Italia ricca di nuove facce e nuovi costumi, un vero e proprio patrimonio tutto da scoprire. Ci racconta di speranza, di cambiamento, di saper accettare il cambiamento e decidere di farne parte. Ci mostra il potenziale umano davanti all’incertezza. Incoraggiante.

#lentezza #3

Lentezza

La lentezza e’ quel qualcosa che mi è sempre apparso lontanissimo da me, ma che proprio per questo ho sempre saputo e potuto osservare con occhio estraneo ed attento, apprezzandola sempre. Soprattutto in Natura. Attraverso la lentezza, tutto trova il suo compimento. Tutto trova da sé, senza forzature, senza accelerazioni improvvise, il suo stesso significato.
Da bambina trascorrevo le ore ad osservare l’andamento lento della vita dei piccoli insetti: formiche, bruchi, ragni, coccinelle… Lentamente, realizzavano continuamente qualcosa di più ampio rispetto a se’ attraverso il ripetersi, quasi sempre uguale a se stesso, dei loro piccoli gesti. Senza domande, senza preoccupazioni. Senza elucubrazioni mentali.
Gli ultimi due mesi sono stati per me caotici, velocissimi, spaventosamente sfuggenti. Per questo, oggi che è scaduto il mese di giugno, mi trovo a prendere atto del fatto che non ho avuto nemmeno il tempo necessario per dedicarmi alla stesura di questo testo come avrei voluto.
Per antonomasia, quale miglior elogio della lentezza, se non quello di dimostrare così quanto la velocità sia effimera , superficiale, povera di spessore.
Passo, e chiudo. Lasciando la parola a Mr. Leonard Cohen, uomo di indubbio spessore.

“In case they wanna know, I’m just tryin’ to slow it down”
“Nel caso lo volessero sapere, sto solo cercando di rallentare”

#lentezza #2

lentezza

Mi sento come un gatto che scorrazza libero per la strada. Solo, in una città sconosciuta, tutto è nuovo, lo sguardo ed i piedi in perenne disaccordo, non sanno più in che direzione andare.

La lentezza e’ accorgermi che avrei dovuto prendere lo zaino invece del trolley, sarebbe stato più comodo, me lo dico sempre prima di partire ed immancabilmente quando è il momento lo dimentico. Gironzolo senza metà per le stradine pensando quanto può arricchire l’idea di non essere nessuno in un posto che non conosci ma soprattutto dove nessuno conosce te. Liberi da noi stessi possiamo essere chiunque o fare finta di essere qualcuno che ci piace tanto, liberi dall’idea che le persone intorno a te, vicine o anche soltanto prossime, si sono fatte di te.

Sono giorni di silenzio questi, fuori e dentro di me le parole sono molto poche. C’era bisogno di quiete, di interrompere tutto e rallentare al minimo. Sfiorare il vortice della lentezza. Lasciare spazio all’improvvisazione. Svegliarsi tardi, dormire tanto, non avere programmi o mete precise, debiti da onorare, salite ripide davanti a me, incertezze, paure.

Tutto sembra ancora più relativo, visto di qui, e meno male, dico fra me. La luce entra dalla finestra ed è una bella sensazione: sembra quasi un presagio. La lentezza mi rende improvvisamente conscia di quanto il significato delle parole nella mia testa sia cambiato molto. Parole come sacrificio, comprensione, misericordia e redenzione se guardo indietro, fino ad un indefinito lasso di tempo indietro, risuonavano in me generando avversione e mistero. Sembra incredibile che abbiano raggiunto improvvisamente nella mia testa una chiarezza cristallina.

Forse si può parlare di fiducia o forse è semplicemente la luce che passa attraverso la finestra. Penso al giardino di casa. Non è mai stato così bello. Ortensie, fiori, salvia e menta sono rigogliose e penso che è buffo ma a volte la vita è anche questo: dopo tanta fatica ti fermi ad osservare i risultati per lasciarli in mano a qualcun altro.

Sullo spettacolo “Polvere, dialogo tra Uomo e Donna” seconda parte #LUI

polvere lui

Questo pezzo è una personale re-interpretazione a seguito della visione dello spettacolo #polvere di Saverio La Ruina​, scritta dal punto di vista maschile e femminile…un esperimento a due teste ed a quattro mani, che vorrebbe come di consueto alimentare il dibattito maschile/femminile, sempre alla ricerca di nuovi territori da poter abitare insieme…un ringraziamento all’autore ed interprete dello spettacolo teatrale che ci ha permesso di fare queste umili riflessioni sulla complessità del rapporto uomo-donna

Lui:

“L’amore? Cos’è l’amore? Uff… l’amore è una roba da donne…non mi va di perdere, non mi va di perdere la faccia per dei sentimenti…e poi secondo me, esiste solo il sesso: il sesso è l’unica verità! Non lo dicono forse anche gli induisti con i loro templi ricoperti di altorilievi erotici? Poi guarda, ma guardale…fanno tutte le amorose, le sentimentali e poi si buttano senza problemi nelle braccia degli uomini. Devono decidere: o sono madri e mogli o amanti, o femministe. Oddio…le femministe…veramente… che dio ce ne scampi: quelle sono le più ipocrite di tutte. Meno male che ho trovato lei, sensibile, delicata, intelligente, non ha avuto nemmeno troppi uomini…mi sto innamorando? …ma l’amore non esiste…oddio…sì mi sto innamorando anzi, temo di essere già innamorato… Io sono un uomo realizzato, sono un uomo di cultura, ho viaggiato, ho conosciuto gente famosa, influente, interessante, non capisco perché lei mi ignori. Ignorarmi? Le costerà caro…chi si crede essere, una femminista? No guarda, ho io il controllo della situazione, so io come va il mondo. Ecco, sei uguale a tutte le altre! Peggio, perché mi hai fatto innamorare! Ma cosa pensavi che facessi, che rinunciassi a tutto per te? Illusa… Ecco…mi hai rovinato. Adesso penso sempre e solo a te. Ah! non avevi detto che avevi avuto solo due ragazzi nella tua vita? Sempre troppi. Sempre che sia vero quello che mi hai detto… No guarda, non esiste…tu, tu che mi lasci? Ma dove pensi di andare? Ma chi pensi che ti possa amare più di me? Nessuno ti può amare più di me…solo io. Tu non meriti il mio amore: cagna. E dire che mi ero fidato di te.”

polvere lui