MOTHER

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MAYDAY, MAYDAY

Qui imbarcazione CASTANA, ripeto CASTANA con a bordo due minori Alfa e Beta ripeto ALFA e BETA chiedono soccorso per trasloco in corso.

Nostra posizione Latitudine: 46°04′04″ Nord

Longitudine: 11°07′15″ Est

MAYDAY MAYDAY trasloco in corso ripeto trasloco in corso.

Siamo a 20 capitano. Ripeto VENTI

Mollo gli ormeggi Capitano

Lo so che ci siamo Capitano ma prendiamo acqua da tutte le parti.

Ho provveduto a tutto il necessario Capitano

Letti

Mobile bagno

Lampadine

Posate

Piatti se no come cazzo mangiamo

Materassi n. 3 per Alfa, Beta e futura amica di Alfa. In waterfoam certo Capitano

Ho solo dimenticato il rubinetto pensavo lo vendessero insieme al lavandino.

MAYDAY MAYDAY

Mi aiuti Capitano

Cerco idraulico economico

Elettricista economico

Braccia rubate all’agricoltura economiche

Qualcuno per bicchiere di vino gratis

Cerco Olfatto lost in the week end

Cerco mano sulla spalla che mi dica sei quasi in salva

MAYDAY MAYDAY

Stiamo affondando me lo sento

Finito riserve mentali

Finite riserve fisiche

Finite riserve economiche

Si intraveda la terra ferma, lo so Capitano

Ci devo credere Capitano lo so

Credici M.other credici

MAYDAY MAYDAY

Alfa e Beta stanno bene Capitano non crollano mai cazzo. Mi addormento sempre e comunque prima io.

MAYDAY MAYDAY sono tre mesi che leggo lo stesso libro e sono sempre a pagina 115 perché ogni sera mi addormento, devo rileggere tre pagine per ricordarmi dove ero arrivata, e nel frattempo arrivo a p 115 e mi riaddormento (cit. M.other)

non ti sento più Capitano. Segnale assente.

MAYDAY?

OUH!

MAYDAY?

Capitano cazzo! Rispondimi!

MAYDAY richiesta soccorso immediato

Mancano 100 metri

MAYDAY MAYDAY

Capitano non te ne andare adesso! Incitami, esortami, dimmi che ghe sem !

MAY..

Terra.

MAYDAY sono arrivata.

MAYDAY è bello qui. Fa caldo.

E lì cosa c’è?

Una cameretta…

E lì? un letto per me? Come per me? Basta divano quindi? Ma il materasso è waterfoam pure per me?

MAYDAY MAYDAY allarme cessato

E qui cosa c’è? Un lavandino nuovo

E qui? Che bella questa lampada arancione.

Ma quelli sono i miei vestiti! E lì? La tua moto Beta! E i tuoi libri Alfa!

Ma ci sono tutte le nostre cose!

Quindi è finito il viaggio?

E allora è arrivato il momento dei ringraziamenti?

Siii mi piacciono i ringraziamenti.

Allora fammi pensare…da dove inizio…

Ci sono:

ringrazio lo specchio in cui mi sono guardata e mi ha dato un’immagine di me che non riconoscevo più perché se non fosse stato per lui non sarei mai partita.

Ringrazio la mia barca senza timone e destinazione piena d’acqua e di falle. Ma che ha saputo resistere.

Ringrazio le barche che ho incrociato in mezzo al mare e che mi hanno portato da bere, da fumare e da asciugare lacrime a go go.

Ringrazio gli ostacoli senza cui non avrei scoperto di essere in grado di superarli.

Ringrazio il mio Olfatto che non sbaglia mai.

Ringrazio la scrivania del mio ufficio che ha retto la mia testa stanca e pesante per due anni.

Ringrazio il lago di Caldonazzo che mi ha fatto credere “un’altra vita è possibile”

Ringrazio Conto Arancio per avermi permesso di mettere soldi da parte e comprare la cucina

Ringrazio la foto in mezzo alla campagna marchigiana che mi ha fatto da specchio facendomi pensare che lì e solo lì volevo essere e così solo così avrei voluto immaginarmi a 40 anni.

E quindi last but not least

Chimidevefarspiegaresempretutto e quella foto l’ha scattata.

Buon vento m.other

finalmente

HomeSweetHome

manu maggio
…one day there will be a place for us!
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1981 ovvero breve storia di piccola m.other e grande brother

Qualche settimana fa mentre ero in ufficio, in una pausa tra un colloquio e l’altro, mi sono lasciata andare ai miei voli pindarici da 3,5 secondi e osservando il sole splendere fuori ho tirato un sospiro di sollievo pensando “ che bello, sta arrivando l’estate…”. Mi sono sentita attraversare da un brivido felino lungo tutta la schiena , ho sentito il sole penetrare nelle mie ossa, ho avvertito il profumo di una tiella di riso patate e cozze appena raccolte nel mar Piccolo fino al momento in cui il mio cervello, con evidente autolesionismo misto a impeto di salvezza, mi ha proposto un volantino random visto chissà dove per strada in cui campeggiava (è proprio il caso di dirlo) la scritta

SCADENZA ISCRIZIONI COLONIE ESTIVE 30 APRILE

Cazzo.

Quindi, abbandonando immediatamente i miei brevi sogni, ho contestualizzato di avere 6 giorni di tempo per

A andare al patronato e fare l’icef per usufruire dei buoni servizio (se non siete genitori, l’argomento è lungo e poco interessante)

B scegliere la colonia estiva

C andare presso la colonia estiva e fare il progetto per Alfa e Beta

D recarmi presso l’inferno umano (di sole mamme) degli uffici preposti all’utilizzo dei buoni servizio

E ultimo ma fondamentale, pianificare le mie ferie e quelle (separate) del grande fother , per sottrazione, far emergere le settimane di colonia di Alfa e Beta.

sticazzi

Considerando che lavoro mattina e pomeriggio, che la comunicazione tra me e il grande fother si svolge per lo più attraverso sms, che sto traslocando, acquistando mobili e tessendo relazioni con idraulici e elettricisti come mai fatto nella mia vita, 6 giorni sono il nulla. Il niente. Lo zero.

Decido quindi di aggiungere ai già concreti limiti temporali, una nuova riflessione:

colonie di coppia o colonie separate. Cioè Alfa deve piangersi il fratello? Oppure merita di stare in pace almeno durante le attività ludiche estive?

mmm vediamo…faccio un breafing serale in stile autonomia del fanciullo e convoco i miei bambini:

Allora ragazzi quest’anno andrete tutti e due in colonia.

Cosa ne pensate di andare insieme?

Alfa accusa il colpo e con sguardo supplichevole mi dice

no ti prego, non puoi farmi questo mamma

Beta che non ha capito forse la domanda ma solo la proposta di stare con la sua Alfa, mi guarda con sguardo entusiasta e mi dice

Cot’è coonja mamma?

Quindi?

Quindi ho un nuovo tema notturno da sviscerare.

Rispetto Alfa che non vede l’ora di rivedere le sue amiche e farsi strada sicura tra la mischia di minori sudati e finalmente staccarsi da Beta o la educo alla cura del fratello più piccolo?

Improvvisamente torno al 1981, quando avevo 5 anni e il mio big brother 8.

Lo adoravo. Vivevo per giocare con lui. Ero fiera di avere un fratello più grande che come un cavaliere dello zodiaco mi difendeva a spada tratta dalle difficoltà di una già difficile donna di 5 anni.

Certo, lui non mi sopportava, non vedeva l’ora di staccarsi da me. Ma io lo so. Era tutta una messa in scena tipicamente pre- adolescenziale.

Quando andavamo giù (giù = cortile), nonostante le raccomandazioni di big m.other “stai attento a tua sorella”, mi consegnava in men che non si dica alle mie amiche; se decidevo di andare sui pattini, lui prendeva la bicicletta, se disegnavo la campana, lui chiamava gli amici per il nascondino; se proponevo una partita a pallavolo, lui sicuramente optava per il calcetto.

Quando ci incrociavamo io dicevo a tutte le mie amiche innamorate di lui “quello è mio fratello” con orgoglio e fierezza. Lui a volte faceva finta di non vedermi, non mi salutava o se proprio era costretto a farlo, alzava giusto il mento ma io lo so, era quel sottile gioco tra le parti che vuole il grande snobbare e maltrattare il più piccolo; chi non ha subito questo trattamento?

Lo guardavo e lo trovavo il brother più bello del mondo; una volta ci stavamo pettinando e gli ho detto “quanto sei bello tu. E io?”. Lui mi ha guardata e dopo una interminabile pausa di suspance, mi ha detto “nzomma” (=insomma) e io ci sono rimasta malissimo ma sapevo che in cuor suo mi vedeva bellissima e che giocavamo ai fratelli che si odiano.

E poi vogliamo parlare delle gite in macchina? Che bello giocare sui sedili della nostra renault 4 rossa, mangiare panzerotti e gridare nomi cose e città, aspettare papà che prendeva i pasticcini della domenica e fare finta di essere sul taxi, mangiare il gelato e quando lo finiva (era bravissimo e velossissimo) mi guardava con quegli occhioni bastardi e mi diceva “mi dai il tuo?” E io che non sapevo dirgli di no gli cedevo il mio cono monogusto per circa 15 anni al limone; come papà .

Ero così felice di essere la sua sorellina che mi piaceva persino giocare all’uomo tigre e quando lui faceva il volo dell’angelo rischiando di fratturarmi un’anca, io ero felice di sopportare il dolore come Mister Chi.

E quando fingeva di essere morto? Io correvo dalla big m.other urlando” vieni mamma grande brother sta male!”. E invece quando lo facevo io mi passava sopra dicendomi “si vede che stai respirando” e io mi allenavo per imparare a stare 5 secondi senza muovere la pancia nella speranza di ingannarlo e sentirlo disperarsi per me.

Ma nonostante queste dolci angherie, c’era un momento in cui questo suo modo un po’ così si scioglieva in un atto d’amore colossale.

Quando giù qualcuno mi faceva piangere.

Nella frazione di secondo in cui le mie lacrime scendevano dal mio occhio sinistro e toccavano l’asfalto, quel micro splash scuoteva la terra in una vibrazione che arrivava da lui in qualsiasi posto fosse mentre stava per calciare il rigore del campionato scala A contro scala C. E così la co.la.sider.ta (cooperativa lavoratori siderurgici Taranto, ossia casa nostra) si trasformava in un Colosseo e lui nel mio gladiatore. Lo vedevo arrivare da lontano e no, non ce n’era per nessuno signori. Mi diceva semplicemente “chi è stato?” e io dovevo solo indicare con il dito il nemico. E povero lui! Il resto non ve lo racconto. Di solito finiva in una riunione tra mamme sul ballatoio di casa in cui eravamo costretti a chiederci tutti scusa.

Riapro gli occhi e torno al 2017. Grande brother quanto ti ho amato e tu quanto mi hai protetta. E quanto ci piace oggi ricordare le nostre avventure color seppia.

Ho deciso. Alfa e Beta insieme. Stessa colonia. Gruppi diversi. Ma sarete lì. A vedervela con i vostri nemici amici, a creare nuove avventure , ad odiarvi e proteggervi finche scuola non vi separi.

E poi vuoi mettere la comodità di lasciarli tutti e due nello stesso posto?

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M.OTHER E’ TUTTO NORMALE

Nella classifica degli incubi notturni sul mio futuro di single m.other ci sono, in ordine di importanza:

1 Alfa adolescente che si fa pagare una ricarica telefonica per una sveltina nei bagni della scuola

2 Beta adolescente  tossico che trascorre i fine settimana tra bungee jumping , balconing e slacklining in Cambogia

3 io che mi perdo negli uffici dell’ACI cercando il funzionario PRA, non ricordando se la macchina si chiama Matis o Mazda, se è  GPL , Diesel o metano,  se ha 4000 km o 400.000 e quando finalmente ho il passaggio di proprietà in mano, ci salgo sopra e scopro cazzo che in dotazione c’è  l’autoradio estraibile con mangiacassette.

Avevo però trascurato,  con supponente noncuranza, un evento inatteso quanto  prevedibile per tutte le m.other dell’universo : l’influenza della prole.

Alfa ha la febbre a 40 a ciodo da due giorni e io mi confronto con il mio disagio mentale che fa subito un’equazione semplice semplice:

febbre a 40 = danni permanenti al cervello = angoscia pura

Non è certo la prima volta che Alfa si ammala ma questa volta c’è una sottile differenza. Devo fare tutto da sola. Che non è tanto misurare la febbre, somministrare ogni 4 ore la Tachipirina, ogni 8 il Nurofen (con un intervallo rigoroso di 2 ore tra l’una e l’altro) e incastrarci anche l’Augumentin ogni 8 come se il giorno fosse composto da 8+8+2+8= 26 ore, quanto

gestire la mia ansia

Quella un tempo mitigata dal grande f.other  che mi diceva “è tutto normale”, lo stesso che oggi mi rema contro a prescindere con effetto moltiplicatore dell’angoscia e del senso di colpa.

Mantengo la calma, fumo e piango di nascosto (in bagno) ogni volta che il termometro segna  39.7. Con maestria attoriale sfoggio il mio sorriso migliore e ripeto come un mantra ma senza  convinzione  la frase ”è tutto normale è tutto normale è tutto normale”

Rasento il David di Donatello (siamo pur sempre in Italia) quando, accarezzando Alfa e stendendole pezze bagnate di aceto sulla fronte (terronia school) le dico “tranquilla amore della mamma, è tutto normale”.

Ma dentro sto morendo. Al calare della sera perdo qualsiasi contatto con la realtà, sono all’ottava telefonata con la pediatra che mi dice “signora è tutto normale, un po’ di influenza” ; si ma 40 cazzo! E se perde il timpano? Se le viene una trombosi all’occhio? Se le si paralizza la lingua? E poi la fa facile lei dottoressa che si sta dimenticando di Beta che non empatizza affatto  con la malattia della sorella e vuole le mie attenzioni come fosse il giorno del suo compleanno.

Ma il peggio deve ancora arrivare. E a tradimento, se pur attesa, arriva la notte.

“ E quando arriva la notte..e resto sola con me..la testa parte va in giro…in cerca dei suoi perché…” e la testa infatti gira gira gira.

Metto la sveglia alle 2.30 per la Tachipirina, alle 4,30 per il Nurofen,  alle 5,30 per l’Augumentin e negli intervalli non dormo ma misuro la febbre, faccio bagnoli, piango, bevo, fumo, la bacio sulla fronte,  prego un Dio che non esiste fino alla sveglia successiva.

L’attimo che passa tra l’oscillazione del termometro e la linea che improvvisamente becchi e segna la temperatura dura un’infinità mentre nella testa ripeto “fa che si sia abbassata fa che si sia abbassata fa che si sia abb…” 40 porca puttana mantra n. 1 “è tutto normale è tutto normale è tutto …” talmente normale che vado al pronto soccorso.

Chiamo mia sorella che in un moto di lucidità mi convince a chiamare il grande f.other ma qui la lotta si fa dura e chi la dura non la vince. Infatti perdo completamente e il pertenonesistopiù questa volta si declina in un bel vaffanculo e tanti saluti a casa. La tua, che non è più la nostra.

Sottotesto: è tutto normale, sono le tue solite ansie che un tempo arginavo e che ora come una diga esplodono e trovati un altro muro alto bello e forte che le contenga.  

E questa volta il muro lo trovo , è quell’infallibile  Olfatto che un tempo  mi ha fatto prendere la via della liberazione.

Ci carichiamo tutti in macchina manco una gita a Gardaland.  Do ordini lucidi e inaspettati: tu e tu al Mc Donal e ci sentiamo dopo; tu seguimi e poi ne parlaimo della telefonata che m’hai fatto fare perché il grandef.otherlodevesapere peccato mi abbia sfanculata;  tu in braccio e andiamo! E non aver paura che qui sei nata e ed è come un albergo a 4 stelle.

Arrivo trafelata con Alfa in braccio nella sala pediatrica del pronto soccorso. Una scena che in un film avrebbe avuto come colonna sonora La prima cosa bella di Nicola di Beri e mi avrebbe fatto commuovere e battere il cuore, ma che nella realtà ha un solo sapore. Quello dell’angoscia. Grazie a dio Olfatto e Beta sono al Mc Donald tra una pisciata di traverso, un panino e un po’ di musica rock and roll.

Grazie naso mio che non ti sbagli mai.

Ma torniamo a noi.

Arrivo dalla pediatra di turno terrona anche lei che però non empatizza affatto con le nostre comuni radici anzi,  mi da della madre ansiosa perche è tutto normale pure per lei. Nel frattempo mi prendo pure della stronza aggratis dal grande (fuck) f.other.  È tutto normale un cazzo.

Alfa subisce un’altra bella dose di Nurofen mentre l’infermiera nordica la guarda, poi guarda me e mi dice “è belissima”.  Lo so infermiera, lo so che è bella la mia Mercoledì.

“Torni a casa su. La bambina ha bisogno di riposo e la febbre deve fare il suo corso, non facciamo mica miracoli qui! “ Bastonate a destra e a manca come se non ci fosse un domani.

Torno a casa in un misto di affanno, stanchezza, sollievo e sconvolgimento  emotivo. Grande f.other da argine ti sei trasformato in bastardaggine allo stato puro motivata da un amore fallito e mai ricomposto.

È tutto normale m.other. La febbre è andata via e un altro passo è stato fatto.  M.other single si può. È tutto normale.

Dici?

vangogh
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IL PESO DELLA GRAVIDANZA

Il peso della gravidanza è un fatto tecnico, concreto, tangibile. È cosa ben diversa dal peso della maternità. Più metafisico, cerebrale, discusso, a volte condiviso.

Quando sei madre subentra l’istinto, la capacità di dribblare gli ostacoli come Maradona, i libri di pedagogia , le mediatrici, gli insegnanti, la nonna, tua madre, la pediatra, il papà insomma una rete più o meno efficace. E poi madre e figlio si nutrono a vicenda, quando stai per mollare taaac, direbbe un milanese, il nano ti sgancia il suo sorriso miglior e pensi che comunque ne vale la pena.

Ma

nell’essere incinta? Quale sentimento ti sostiene? Chi ti fa pensare che ne vale la pena considerando che sei una matrioska ambulante fragile e sovrappeso?

La gravidanza è un peso specifico, sono litri di liquidi in più, è un essere che da girino diventa uomo/donna di 3/4/5 kili chi lo sa. Un chilo al mese da portare in giro per strada, in bagno, a letto, in ufficio, in fabbrica.

La gravidanza è spesso solitudine

È la tua testa che parte e non sai dove andrà a parare.

È il compagno che quando c’è, non potrà mai capire fino in fondo.

È il costante confronto con le mamme dei giornali, delle pubblicità, dello star system che non esistono ripeto non esistono.

E con quelle in carne ed ossa felici di mostrare la loro pancia, la loro tutina fashion, il loro ciuccio eco sostenibile total bio, le loro tette esplosive piene di sano futuro latte.

Io incinta ero incazzata come un automobilista alle 18 sulla circonvallazione di Roma.

E ho tanta voglia ancora di raccontare cosa “possono” essere quei 9 mesi. Perché ahimè e per fortuna non sono tutti uguali. Non sono un format che acquisti con garanzia di recesso. Sono un’incognita, un’ipoteca su un futuro incerto con felicità a momenti.

Ecco perché il 9 marzo festeggerò la mia anti festa della donna. Il mio micro dissenso verso un paese che fa bla bla bla sulla questione femminile ma poi chiude i centri antiviolenza, i punti nascita anche nel ridente Trentino, ci paga meno di un maschio qualsiasi senza valutare le nostre competenze, ma così , a prescindere, solo perché sei fimmina.

Va da sé che non condivido il modo di festeggiare le donne l’otto marzo, perché non condivido neanche le donne dell’otto marzo imbellettate per i bar e i ristoranti.

In generale non frequento nessun luogo settorialmente aggregante perché sicuramente monotematico e quindi noioso.

E allora come lo festeggerò?

Riproponendo la cosa più bella nata dal mio delirio ante partum , ovvero lo spettacolo No Kids_stato di gravidanza.

Il peso della mia gravidanza si chiamava Alfa. La amavo e la odiavo già nella pancia, combattuta tra sentimenti contrastanti di fatica, senso di colpa, gioia e inadeguatezza.

Per altro il germogliare di Alfa inside of me mi valse la più grande sfanculata della mia vita, la porta in faccia più dura dei miei allora 33 anni, l’esclusione più umiliante del mio essere donna da altre donne. Il mio lefaremosapere, il mio Per te X factor finisce qui, il mio per me è un NO, il mio Sei brava ma è troppo complicato adesso che sarai mamma.

Questa legnata tra i denti mi costrinse a dire al mondo “io esisto lo stesso”, pure con la panza e sto peso che mi porto dietro.

Così iniziai a scrivere il mio disagio, coccolata da un meraviglioso dottor Emilio Arisi , più che un ginecologo uno psicologo, vero protagonista (dopo il WC, non me ne voglia dottore) dello spettacolo nato dalle mie viscere.

A febbraio 2013 il debutto.

Alfa aveva 4 anni ed era in sala. Beta il furioso 16 settimane …nella mia pancia. Perché sono stata talmente sfacciata da voler dimostrare che non solo ero sopravvissuta alla prima gravidanza e ne avevo fatto uno spettacolo, ma debuttavo nuovamente incinta ad una settimana dalla famosa amniocentesi. Rischiando di mandare tutto a puttane. Ma Beta si mostrava già cazzuto e attaccato alla vita (aveva già rischiato di perderla …ma questo è un altro discorso).

Fu una serata magica, solo così potevo esorcizzare i nove mesi peggiori della mia vita. Buttandoli in faccia agli altri, alle donne che mi hanno abbracciata perché hanno sofferto come me, a quelle che mi hanno detto per me è stato diverso, a mio padre che piangendo ha chiesto a mia sorella “ma veramente stava così male? Però è brava a fare l’attrice”.

Quel peso è diventata la mia forza. Quel peso è diventata la mia zavorra.

Zavorra: Carico speciale, di materiale liquido o solido, che si dispone nella stiva di una nave quando il carico normale non è sufficiente a stabilizzarne l’assetto e l’equilibrio.

Ma chi è quel pazzo che ha trasformato il termine zavorra in accezione, negativa?

Il mio peso specifico non è mai stato sufficiente. Mi ha fatto volare ovunque dandomi esperienza ma instabilità spesso faticosa. Fino a quando

Taaac è arrivata Alfa

E poi

Taaac è arrivato Beta

E la nave si è stabilizzata e ha iniziato a prendere na cazzo di rotta giusta.

Il nove marzo dopo otto anni da quando è stato “partorito” e tre da quando ha debuttato, torna il peso della gravidanza. Torna No Kids_stato, monologo per attrice non protagonista, quale sono io.

Torna nello stesso postio di allora. Lo Spazio Off di Trento (ma anche questo è un altro discorso)

E mò maschio Alfa siediti accanto a me e prendi quel peso per 45 minuti. Poi ne riparliamo.

NO KIDS Anti-Festa DELLA DONNA 2017 #portaunmaschioateatro

#NOKIDS stato di gravidanza
monologo per attrice non protagonista di e con Manuela Fischietti

NO KIDS non è un’isteria post partum, ma un progetto teatrale. E’ il luogo comune dell’essere madre contro il luogo comune dell’essere single, compagna, moglie, amante, “concentratasumestessa”. “Sono incinta. e adesso?”

Non vogliamo parlare a noi stesse. Quindi adottiamo la formula #PORTAUNMASCHIOATEATRO. Ci interessa dialogare con chi ci ha accompagnate o ci potrebbe accompagnare in questo viaggio speciale. Per tutti i potenziali futuri padri, zii, amici, e sicuramente figli, l’ingresso è gratuito, se accompagnati da una donna.

Un viaggio che ha come oggetto la maternità e come punto di partenza la scoperta dell’essere incinta. E’ la storia di una donna in balia dell’idiozia della TV, dell’asburgico tradizionalismo meridionale, dell’isolamento forzato dalle altre donne libere e in carriera. Un ipotetico prima durante e dopo la gravidanza passando dal rifiuto della maternità alle degenerazioni insite nell’essere madre.

Uno spettacolo che affronta il peso dei 9 mesi meno magici della vita di una donna vissuti in una società che SPESSO impone culturalmente la procreazione come tappa necessaria, escludendo il libero arbitrio nel mettere al mondo un figlio.
Questa volta però evitiamo l’autoreferenzialità.

Proponiamo una convenzione con biglietto ridotto a 8€ (anzichè intero 10€) per tutti i nostri follower sui canali officiali livingwomen (FB, Twitter, Instagram). Per usufruire della convenzione basterà mostrare che ci segui sul tuo smartphone sl momento dell’acquisto del biglietto oppure che vi rechiate a teatro con una pagina che vi è piaciuta stampata dal nostro blog https://livingwomen.net/

Ingresso: 10 €
Ingresso Ridotto: 8 € per chi si presenta con like oppure un articolo del blog livingwomen.net

Ingresso gratuito: per gli uomini accompagnati da una donna

Info e prenotazioni:
info@spaziooff.com – 333 27 53 033

nokids_livingwomen

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M.OTHER POSSO FARE QUALCOSA PER TE? ovvero perché i figli si crescono in due

Mentre dormo, faccio colazione, preparo Alfa e Beta per la scuola, lavoro, cucino, gioco, ricucino, rilavoro, faccio Spiderman, penso al teatro, scrivo su questo blog, leggo una fiaba, leggo tre righe di Murakami, ridormo,  vedo gente e faccio cose, penso:

Ma la pentola anti aderente è cancerogena? È giusto premiarli? E punirli? Chiamo la baby sitter o mi arrangio? Preferiscono stare con me o con il grande f.other? Tutta questa tv non farà male? E il cellulare? Sto coltivando il loro tempo libero? Li sto educando alla noia? Sui compiti meglio intransigente o tollerante? Le favole ad cazzum o seguendo un preciso disegno educativo? Il gioco delle pistole lo farà diventare violento? Quello delle principesse una donna sfigata? Ha detto che sputare è bello, cosa sto sbagliando? Forse dovrei essere più severa. Più paziente. Più sorridente. Più equilibrata. Più fisica. Più chiara. Più…

take it easy.

Mi porto sul divano e mi faccio accomodare.

Vuoi una sigaretta? Dai così ti rilassi, fuma. Adesso dimmi: Perché sei così pesante? Eppure prima facevi la m.other figa, non hai mai ragionato tanto a lungo sulle cose. E lo so era facile fare la frikkettona lasciandoli in custodia al grande f.other.

E mò invece? Che è tutta sta riflessione pedagogica?

Pensandoci dalle 4 del mattino alle 7.05 scopro che la risposta è semplice:

Manca il f.other.

O meglio, manca l’elementarità del maschio. La sua superficialità intelligente, la sua capacità di sintesi/risoluzione dei problemi, il pragmatismo allo stato puro, la domanda a cui segue sempre una risposta, e non un’altra domanda.

Respira? Allora sta bene.

Sorride? Allora è sereno.

Va in bagno? Allora mangia sano.

Esprime i suoi sentimenti? Allora siamo bravi genitori.

E tu sei una brava mamma…

 

Sei una brava mamma

 

Sei

Una

Brava

Mamma

 

Seiunabravamamma

 

Ora capisco perché i figli si fanno in due. Perché c’è bisogno di un mediatore, di un filtro come quello della folletto che aspira solo il superfluo.

Una folletto senza filtro tirerebbe su le scarpe, il tappetino del bagno, il computer, il reggiseno, il dinosauro, la barbie, tutto.

Invece c’è un filtro che dice

Questo sì e questo no.

Questo serve e questo no.

E alla fine ti guardi intorno e pensi “aaah che bello quando è tutto pulito”.

Come il cervello. Che deve essere pulito. Altrimenti gira su se stesso, involve, peggiora le situazioni, non trova leggerezza e quindi pace.

 

Lo so. Non è il problema dell’umanità.

Il mondo va avanti anche senza una soluzione a questo spinoso quesito autoreferenziale che riguarda solo 4 milioni e 250 mila donne in Italia.

In fondo banale problema, banale soluzione.

 

Lasciando perdere le politiche sul lavoro, i sussidi sociali, la conciliazione lavoro/famiglia, i nidi aziendali, i gruppi di genitori separati, i viaggi premio m.other of the year.

 

Basterebbe ripetete con noi il mantra

Sei una brava mamma

 

Dai è facile! Tutti possono dirlo, è gratis e noi lo accettiamo anche se non avete figli o li avete abbandonati alla nascita.

 

E dopo, mettendo via la questione “li hai voluti tu i figli” che equivale a eliminare l’empatia dalla faccia della terra (perché è chiaro che non è arrivato nessun angelo a inseminarmi, ma sarebbe come dire ad un manovale edile a fine giornata “lo hai voluto tu di spaccarti le ossa a suon di mattoni”) dunque dicevo che si potrebbe aggiungere la formulazione di una domanda semplice e semplice.

 

Posso fare qualcosa per te?

 

Posso

Fare

Qualcosa

Per

Te

 

Possofarequalcosaperte?
E noi stupidamente vi diremo no. Ma vi ringrazieremo davvero tanto per avercelo chiesto.

#LIVINGINTRENTINO · #LIVINGWOMEN · #RIFIUTISPECIALI · ABITUDINI MODERNE · BAMBINI-CHILDREN · CONTROCULTURA · DIGNITÀ-DIGNITY · EDUCATION-EDUCAZIONE · FAMIGLIA · FIGLI · FOTOGRAFIA/PHOTOGRAPHY · GENDER · GENITORIALITÀ-PARENTHOOD · IN ITALIA · INVERNO · MADRI/MOTHERS · MATERNITÀ-MOTHERHOOD · MOTHER · NORMALITÀ/NORMALITY · OSSESSIONE-OBSESSION · PATERNITÀ-FATHERHOOD · PUSHING BOTTONS · REGALI · RESISTERE RESISTERE RESISTERE · SELF PORTRAITS-RITRATTI DEL SÈ · SINGLE PARENTS · STILI DI VITA-LIFESTYLES · STORIE · THE ART OF NOT SITTING PRETTY · TRENTO · VIVERE/LIVING

M.other sotto l’albero- lo stillicidio delle recite di Natale

Alfa si è esibita in una performance canora di Natale con altri 852 bambini tra i 6 e i 10 anni   della scuola elementare più multietnica della città.

Un sociologo dovrebbe prendersi la briga di assistere a tal evento per fotografare l’itaglia e soprattutto la genitorialità del terzo millennio.

Breve descrizione dell’evento.

Innanzi tutto non si vede un cazzo. Un must delle recite scolastiche è l’autofinanziamento quindi no palchi, no sedie, no microfoni, solo decine e decine di bambini da moltiplicare per genitori e nonni nel cortile interno della scuola in stile casa circondariale.

Ma, colpo di scena, la novità è quella di un fantastico concerto itinerante che, sfidando i 5 gradi di un pomeriggio di dicembre  senza sole, ci sottopone ad una ripetizione di 5 canti per classe , che per cinque classi fa 25, su tre poste: piazzetta, chiesa e istituto comprensivo per un totale di 75 canzoni.

Io e Beta al terzo Bianco Natal siamo già devastati.

Come posso ammazzare il tempo? Alfa è invisibile, si è mimetizzata tra le sue amichette. Io sono alta 1.58 in più Beta è ingestibile. Provo a cullarlo, il mix terribile freddo/canti di natale fa il resto. Dorme e io posso finalmente dedicarmi ad una accurata analisi sociologica comepiaceammè.

Ed ecco i risultati empirici della mia osservazione.

Christmas Stars

Balza immediatamente agli occhi che le vere stelle di Natale non sono né i bambini, né le piante, né le luci, né le maestre tanto pazienti. Bensì i Cellulari.

Quintali, litri, chilometri di cellulari dominano il cielo a suon di Din Don Dan. Mamme e papà con braccia tese verso l’alto a filmare filmare filmare ore ed ore di…

Di cosa?

A) esseri umani accatastati ossia nuche nuche nuche come se non ci fosse un domani?

B) corpi di infanti che fanno finta di cantare perché si sente solo la voce delle maestre e di Alfa chiaramente?

C) o forse le maestre stesse di cui la gran parte giovani e carine grazie al precariato più nero?

Io rasento il congelamento, i piedi e le mani segnano un -7 gradi, ma l’indagine mi sta prendendo sempre più. Sono curiosa di osservare come in uno zoo la poltiglia umana in stile natalizio. Tanto Alfa non mi caga di striscio perché, quando mi infilo nella selva oscura e riesco a sbucare oltre la cortina di genitori, la guardo le faccio ciao ciao con la manina, mi fulmina  con lo sguardo come per dire “cazzo mamma sto concentrata, contestualizza”.

Per fortuna Beta continua a dormire ed io posso continuare la mia osservazione con più serenità.

Mi dedico quindi al genitore rincoglionito. Si dai, mi ci metto in mezzo anche io perché qui non c’è distinzione né di razza né di genere; mamma e papà assumono gli stessi identici atteggiamenti.

Quindi scorro da destra verso sinistra la curva nord di genitori lacrimosi e vedo una Canon. No due. Tre Canon. Ragazzi sono quattro. Ma che dico quattro sei, dodici cazzo sono tantissime per questo folto gruppo di Oliviero Toscani!

Distese di reflex rubate all’agricoltura. Migliaia di futuri giovani reporter senza attrezzatura perché se ne sono impossessati loro. I genitori che immortalano il lobo del genitore accanto, il cappello del figlio quando va meglio, il gomito della maestra mentre batte il tempo di “che festa che festa ci son proprio tutti, chiunque può entrare non serve bussare. Non serve l’invito o il visto d’ingresso, basta che a tutti si porti rispetto“.

Dio che bello, quanto mi piace osservare l’umanità.

Ma una parola buona per le maestre? Quest’anno dovete sapere che ci sono due fazioni che si contendono il titolo di miglior approccio pedagogico.

Alla destra del coretto le maestre old school, quelle severe (di Alfa chiaramente), che fanno camminare i bambini in fila e guai se ti muovi o rompi le file.

Alla sinistra le maestre folletto Montessori, che sorridono a priori, che vanno con calma perche “noi non abbiamo fretta” mi ha detto  una quando le ho  chiesto quanti pezzi mancassero alla fine del concertone, quelle che hanno preparato i mandarini mentre le nostre il panettun della coop.

E i genitori? Anche noi ci dividiamo, non socializziamo mica! Alla sinistra le super easy, punk a bestia come quando facevo l’università, le mamme e i papà montessori che vanno in giro con biciclette strane , salopette, marsupi, medicinali omeopatici e sorrisoni di felicità al sapore di tofu e hummus in borsetta. Alla destra le mamme vecchio stile in Woolrich e borse di pelle umana con Iphone e Tablet ma , attenzione, mamme bulgare, pakistane, marocchine perché lì di Montessori credo non abbiano sentito ancora parlare.

Ma…ecco ancora una volta lui. Il minimo comune denominatore, l’azzeratore delle differenze, il centro gravitazionale permanente non importa chi tu sia.

Il cellulare.

hipsterchristmas2

Perché anche i genitori montessoriani sono figli del nostro tempo, e nonostante la pedagogia amica del fanciullo,  non sanno più godersi lo spettacolo.

E anzi che piangere lacrime biologiche come me mamma old school (perché alfa è sempre la mia Alfa), si perdono tutto lo spettacolo per inquadrare il nulla con i cellulare e propinare i video non so a chi come facciamo noi donne del sud con i filmini dei matrimoni da 12 ore.

Fossi in Alfa farei come Adele all’arena di Verona: bloccherei tutto urlando:

you can stop film me. I’m here, real.

Marry Christmas to youuuuuuu

 

SIAMO TUTTI SOTTO PSYCO

pinkfreud

Ovvero: Del bisogno che un estraneo ci aiuti a fare pace con noi stessi. Per 50 euro l’ora.

Ne ho avuti 7 . Di terapeuti. Con i quali ho rielaborato qualsiasi aspetto della mia vita.

Ho conosciuto esperti dell’amore, della coppia, della pedagogia, della sessualità e chi più ne ha più ne metta. Abbiamo gestito il quotidiano, nulla di trascendentale, semplicemente il mio stare al mondo. Sticazzi. Peggio che andar di notte.

Un tempo andare dallo psicologo era sinonimo di disagio puro. Non si poteva dire, rappresentava un tabù, un problema serio, un ah poverino “le mat”, direste voi a Trento.

Oggi è quasi fashion, fa intelligente, incline al cambiamento, non ottuso.

Ricordo ancora quando chiesi a mia madre chi fosse uno psicologo e lei, abbassando la voce per non farsi sentire (da chi?), mi disse “dove vanno le persone …(agitando agitatamente agitata l’indice sulla tempia ).

Poi ci è finito mio padre. Anche se, a sentire lui, era lo psicologo che avrebbe dovuto sganciargli 50 euro a botta poiché in quel caso il paziente dispensava consigli all’esperto.

Potere della mente.

Poi ci sono finita io. La prima volta per indagare la mia vera essenza scioè scoprire le mie paure recondite scioè…i mondi esistenziali che scioè come dire… mi facevo un sacco di canne e volevo andare oltre l’apparente.

Avevo 28 anni e tutta la vita davanti. Giravo con la mia bellissima seicento per la steppa salentina e correvo verso l’ignoto e verso me stessa ascoltando Battiato. Ero felice.

Poi ne ho conosciuto un secondo ma l’urgenza non era reale, era più il mio fancazzismo atavico, una noia da routine quotidiana montanara (nel frattempo ero finita dal Salento al Trentino. Forse era questo il vero motivo della mia crisi?) che mi riportava davanti alle solite domande esistenziali: chi sono, cosa voglio, dove vado? Unico dato preoccupante era che avevo già dato alla luce Alfa. La mia dolce bambina.

Terzo incontro. Questa volta mi avvicino, causa separazione, al maggico mondo della mediazione familiare. Ossia uno psicologo/legale/pedagogista/amicodelcuore/magamagò che ha come obiettivo supremo il raggiungimento della cogenitorialità: per chi non lo sapesse, è un disperato tentativo che un uomo e una donna che un tempo si amavano e hanno dato alla luce dei figli, continuino a fare i genitori a distanza anche quando vorrebbero investirsi sulle strisce pedonali fluorescenti facendo finta di non aver visto il pedone con giubbotto catarifrangente.

Ma torniamo alla realtà.

Il maggico mondo della mediazione funziona così:

Primo step: hai bisogno di aiuto quindi vai, da solo, da un terapeuta.

Ricomincio quindi con lo psicologo ma questa volta funziona!

Scopro i soprusi subiti dalla mia mente innocente a sei anni che io stessa ho abilmente trasformato in paure. Quelle che mi impediscono tipo di: chiedere aiuto, amare più me dell’uomo di turno, bastare a me stessa e cose di questo genere. Insomma i problemi di tutti dai.

Secondo step: l’incontro con la terapeuta di coppia, quella che deve capire se ci sono margini di riconciliazione. Cioè siccome noi umani ex fidanzati compagni mariti e mogli non siamo in grado di capirlo da soli, ce lo facciamo dire da un estraneo. Buffo no?

Esempio pratico

Io (Gamma) e il mio ex (Zeta) andiamo dalla prima terapeuta certa dott.ssa Delta.

Funziona così:

dott.ssa Delta: allora Gamma provi a dirmi cosa non funziona con Zeta.

Io (gasata perché finalmente mi sfogo): non so, non mi sento compresa, ascoltata, capita, valorizzata, amata, sostenuta, stupita, desiderata, coccolat…

Dott.ssa Gamma chiaro chiaro. Allora Zeta, ha sentito? Gamma dice di non sentirsi compresa, ascoltata, capita eccuetera, eccuetera (si le mediatrici dicono eccuetera). Lei è d’accordo?

Zeta (già scoglionato): se lo dice lei. Anche io comunque

Dott.ssa Delta: allora Gamma, anche Zeta dice di non sentirsi compreso, ascoltato, capito

eccetuera eccuetera. Lei è d’accordo?

Io: non è vero, io lo ascolto (ho sbagliato lo so, dovevo mediare)

Zeta: eccola , è arrivata la maestra! Perché deve sapere dottoressa che la “Signora” (?) qui presente non sbaglia mai!

Iniziamo a scaldarci, la tensione sale finché

Dott.sa Delta: stiamo calmi. Un attimo, ascoltatevi per favore basta, ascoltatevi!

A-SCOL-TA-TE-VI ?

Ahahahahahahahahahahahahahahahahahahahahaha

Tutto questo per quasi due ore in un continuo rimpallo di parole prese, rielaborate e restituite all’altro. Un vaffanculo non sarebbe stato più efficace?

120 euro e andiamo via.

Pensiamo giustamente che ad essere sbagliata sia lei, non certo noi due.

Quindi ne scegliamo un’altra dopo esserci confrontata con tutti i nostri amici e scegliamo quella che ha seguito la coppia che poi “ce l’ha fatta”.

Si presenta infatti positiva e sorridente.

Il meccanismo però è lo stesso.

Allora Gamma cosa non funziona

Non so, non mi sento compresa, ascoltata, capit..

Eccetuera eccetuera

Ma questa terapeuta è più concreta e dopo 7 incontri e una fattura da 600 euro, ci dice queste parole:

“Siete giovani e non siete certo i primi a separarvi. Perché non vi rifate una vita?”

Zeta sgrana gli occhi e la manda a fare in culo bestemmiando poi con me colpevole di aver speso 600 euro per sentirci dire di separarci.

Terzo step: Qualcuno del maggicomondo della mediazione finalmente capisce che non ghe né. Quindi ci consigliano d’emblée un avvocato perché alla fine

“si riduce tutto ad una questione economica”.

Ommioddio ma eri così magica un mese fa!

Contemporaneamente però andiamo da una mediatrice familiare per gestire loro. Gli ignari per eccellenza, Alfa e Beta che credono che mamma e papà siano diventati improvvisamente miliardari poiché adesso hanno 2 case, 2 macchine, 2 stanze, due di due di tutto.

Tre incontri bastano per devastarmi. La mia vita viene riassunta su una lavagna dove, come nei problemi che Alfa risolve a scuola, sono indicati:

I DATI

A= Alfa

B= Beta

M= mamma

P= papà

LE VARIABILI

1 = prima settimana

2 = seconda settimana

3= terza settimana

4= quarta settimana

IL PROBLEMA

Se ho 4 settimane in un mese, due bambini e due genitori, quanto tempo A e B staranno con M e P considerando l’affido congiunto?

LA SOLUZIONE

AxB/1×2/M+P/2(A+B/M) x (A+B/P) – Natale + Capodanno – Pasqua con chi vuoi = checazzonesaitudellavitanostra

Un disastro

Chiaramente la seduta finisce quando il più debole cede poiché il più forte gioca di sfinimento che neanche una partita a Risiko a mezzanotte.

Eppure serve.

Eppure certe cose non siamo più in grado di dirle da soli, abbiamo bisogno di uno specchio riflesso. Come da bambini, esatto!

Tifo a prescindere per l’indaggine esistenziale introspettiva scioè. Anche se le canne non me le faccio più ahimè.

E sono felice che la società (almeno la micro società nella quale io vivo) abbia sdoganato lo psicologo. Anzi sei OUT se non ci vai! E a cena noi ne parliamo con entusiasmo come fossimo degli esperti:

ma dai anche tu? Da quanto? Un anno??? Così poco! Io tre. E la tua a quale corrente appartiene? E’ junghiana o freudiana? Costruttivista o comportamentista? Ma è figa? Secondo te è sposata? Io adesso ho anche quella della coppia. Ah dai, ci andate in due quindi? Ma tu ti siedi su una poltrona o hai la chaise longue come nei film? Daiiiii no la mia ha due sedie uguali cosi ci sentiamo alla pari.

E così via, felici di questa ennesima condivisione di disagio costruttivo.

Certo io adesso rispetto a loro ho una carta in più. La terapeuta di coppia. Esperienza mica da poco ragazzi. Fa curriculum.

E poi adesso quando discuto con qualcuno mi difendo così :

“Me lo ha detto la psicologa” cioè Cristo fatto donna e sceso in terra, a Trento per l’esattezza.

Ma qual è il problema? Qual’è il confine tra esperire la propria anima e giustificare tutte le nostre stronzate? Perché la psyco non ti dirà maaaai che hai sbagliato. Ma che se hai agito così evidentemente era quello il tuo sentire, quindi no colpe, no pain ragazzi!

Eppur mi chiedo:

perché facciamo i figli e li cresciamo con un affiatamento ed una divisione dei ruoli che neanche la Juve in Champions League , e poi quando non ci amiamo più dobbiamo scrivere nero su bianco

“consegna alla madre alle 18 del martedì sera?”

Mistero della mente.

FACCIOAMO UN SANO COMING OUT #maAncheNo- PARTE II

occupopocospazio

Ripercorriamo brevemente la storia del pregiudizio italiano dal secondo dopoguerra ad oggi.

Il terrone – un evergreen del pregiudizio che tiene banco nonostante l’amore esploso negli ultimi anni verso il Salento, la pizzica e le cozze. Ma sempre terroni siamo.

Il negro – un’importante evoluzione nel cervello dell’italiano medio è stato il passaggio da negro a nero poi uomo di colore. Ma la verità è che anche in questo caso continua ad essere necessario specificare un colore diverso dal “bianco”.

L’albanese – macro categoria nella quale si racchiudeva l’uomo che arrivava in barca a Brindisi, pagava un taxi in nero 250 mila lire a cranio per arrivare in una città del centro Italia da cui prendere un treno e svanire nel nulla. Secondo noi. Perché in realtà sono qui che lavorano, mettono su famiglia e vanno al supermercato la domenica come tutti.

L’immigrato (trasversale) – vedi negro, aggiungi il terrone ma amplia la gamma di provenienza (India, Pakistan, Siria, Bulgaria, Romania, Ucraina, insomma il mondo). Un mix esplosivo.

Il gay – troppo più intelligente di noi, in realtà non si è messo nella condizione di doversi far accettare ma, come direbbe Rovazzi, è “andato a comandare” conquistando in breve tempo il trono italiano per eccellenza , quello di Uomini e Donne (vedi ultimo post).

E udite udite, siore e siori, ladies and gentlemen, madame et monsieur , guadagna posto in classifica lei:

La donna separata con figli

Non c’è niente da ridere. E non crediate sia una considerazione autoreferenziale e pessimista di una donna con i coglioni girati da 48 mesi.

Dimostrazione pratica.

Sto cercando casa per me, Alfa e Beta. Un bilocale.

Vedo il primo appartamento. Carino. Buon prezzo.

Mi presento.

Inizio il monologo:

Lavoro presso XXX (fa sempre effetto), ho un contratto a tempo indeterminato (cosa che non garantisce più la benché minima garanzia, ma va be contenti voi), sono terrona certo si sente dall’accento ma ho referenze (come dice l’annuncio) e

PAUSA

Il mio esaminatore sorride.

Ma dai! Anche lei è del sud! E di dove? Della Puglia, dico io, ma dai (intercalare trentino adottato dal meridionale ben inserito) io siciliano!

Tralascio tutti i ragionamenti che suggellano l’incontro tra due terroni al nord sulle differenze di cibo, meteo e carattere, e penso tra me e me è fatta!

Vorrei entrare per novembre (mi faccio vedere sicura e concreta)

Varda, dice lui, ti troverai benissimo

Si è veramente carino (sono gasata) ai bambini piacerà.

SILENZIO

Ah. Non sapevo (quasi dispiaciuto)

Si, Alfa e Beta , hanno 7 e 3 anni. Ma guarda sono tranquillissimi

Non lo metto in dubbio è che…non immaginavo (cosa???)

Ma lei sarebbe interessata quindi…(si ritorna al lei , avrei dovuto insospettirmi)

Beh si. Verifico con la banca e ti chiamo domani o dopo domani al massimo (spingo sulla concretezza)

La chiamo io. Mi consulto con LA moglie (si ritorna non solo al lei ma al trentino, al sud LA moglie non si usa, secondo indizio che non ho colto) e le faccio sapere.

Mai più sentito

Ma non mi lascio scoraggiare. Vado avanti, Cristo esiste, troverò di meglio.

E infatti “Bellissimo bilocale 60 metri quadrati”.

È mio! Chiamo, fisso l’appuntamento lo stesso pomeriggio saltando la pennichella di 13 minuti che avrei potuto fare, sveglio Beta che russa nel suo lettino alle 16,00 per essere alle 16,15 nella nostra nuova futura casa. Me lo sento, sarà nostra!

Rodolfo (nome di fantasia) al telefono è cordiale, ha una voce giovane, mi dice “guarda se ti piace e lo blocchi è tuo!”

Ci vediamo davanti alla Casa del Caffè dove, immagino, andrò a festeggiare dopo.

Io e Beta, con la sua motoretta in mano e gli occhi ancora di sonno, siamo puntualissimi.

Mi passa davanti un tipo con la faccia da agente immobiliare; è lui, me lo sento.

Ci guardiamo

Io “ciao!”

Lui niente, accenna un sorriso, guarda me e Beta e se ne va.

Mi ripassa davanti guardandosi intorno, prende il cellulare. Secondo indizio che sei tu Rodolfo, mi stai cercando quindi rilancio.

Ciao! Sono quella della casa (non è italiano corretto, lo so, ma sintetizza efficacemente un diverso “ciao sono la ragazza (?) che hai sentito poco fa per l’appartamento in affitto….”)

SILENZIO

Ciao (è perplesso).

Mi guarda e abbassa gli occhi verso il nano. Beta non lo caga, anzi. Forse ha capito prima di me che sta rappresentando un problema alto 40 cm e pesante 13 kg.

Ah è lei (è scoglionato). Venga pure.

Da qui si aprono ben 7 interminabili minuti di silenzio fino all’ingresso in casa che è bellissima. Mi vedo già fare la doccia, affacciarmi alla finestra in pieno centro e guardare Alfa e Beta giocare.

Ma Rodolofo è muto.

Inizio a sentire odor di pregiudizio.

Mi sale il sangue al cervello come solo a noi donne pugliesi. La differenza con quelle del nord non sta tanto nell’intensità dell’incazzatura ma nella velocità di passaggio tra uno stato emotivo e l’altro.

Rompo il silenzio.

Allora mi dice qualcosa sulla casa o vado via?

No è che non pensavo che…

cOsa???

No è che io non ho niente contro i bambini (????????) ma non pensavo…

CoSA??? Sono sempre più terrona

Non so se il proprietario…

AFFITTA AD UNA DONNA CON BAMBINI

Scusi, mi sta dicendo che potrebbe essere un problema?

Si, cioè non so, devo chiedere

Mai più sentito.

È da un mese che ragiono sulla questione. Cerco motivi plausibili ma non ne trovo nessuno.

Vediamo…ah! I bambini potrebbero rovinare i mobili di pregio con cui vengono solitamente arredate le case in affitto. No, troppo poco.

Forse la donna separata si presenta un pò matta e inaffidabile? No, non mi convince.

Ma no! Sarà perché le donne guadagnano meno e quindi non garantiscono una stabilità economica di lungo periodo. Ipotesi debole.

Ah ecco! E’ perché potrei fare altri figli e colonizzare l’appartamento e, sempre come la Magnani a me tanto cara, attaccarmi al muro portante all’arrivo dell’ufficiale giudiziario in caso di sfratto.

Che stupida, non ci avevo pensato!

Ma no dai, non può essere per questo. Forse mi sbaglio, esagero, sono io la prevenuta.

Avrò sicuramente sognato la telefonata di un agente immobiliare che mi dice “mi dispiace, è una “politica” dei proprietari”. Politica ???

Uh! C’è un messaggio. Forse ci hanno ripensato!

“Ti propongo un bilocale a Centochiavi vicino al parco. Sei libera oggi alle 13? Dopo beviamo un caffè? Rodolfo”

Uomini.

Teste di cazzo.

Facciamo un sano coming out. Queen Maria ci aiuterà.

modernfamily

Mi sono chiesta continuamente come rendere il più plausibile possibile ai miei figli Alfa e Beta, di 7 e 3 anni, l’insostenibile pesantezza della separazione di mamma e papà.

Ogni volta che mi sono sentita pronta ho incrociato lo sguardo ebete di due genitori fotografare il nano di 6 mesi mentre soffia per la prima volta il nasino, mi sono commossa vedendo un disegno bellissimo (in realtà orrendo) in casa di un’amica con tutta la famiglia felice su un prato di margherite alte fino al cielo, ho adorato la foto del mio ex che, in un dolcissimo selfie con moglie e bimbo minchia, scrive #noisemprenoicontroilmondociamiamoassaifanculoachicivuolemale, mi sono persa al supermercato tra confezioni famiglia e famiglie che comprano pacchi famiglia, si sentono una famiglia, aumenteranno la famiglia e faranno le vacanze in famiglia in un family hotel.

Aiuto.

E’ ricominciata anche la scuola e vedo tutti i santi giorni quei due che aspettano il terzo figlio e vanno sempre tutti insieme alle feste, alle gite, in biblioteca, al parco, al bar a fare colazione prima di andare in ufficio con bacino smack buona giornata amore mio. E non sono sfigati, no! Hanno iscritto i figli nella sezione Montessori, quindi sono evidentemente intelligenti, sensibili, attenti alla loro educazione e discretamente belli.

No, non ce la posso fare.

Anche Alfa e Beta meritano una mamma e un papà che siano insieme felici, con la lettera per babbo natale, il cenone, le gite la domenica, il pollo e le patatine fritte, il matrimonio very cool in cui ci portano le fedi, il camper perché siamo comunque giovani dentro, i concerti del primo maggio perché sappiamo divertirci, il campeggio perché amiamo giocare con loro, i laboratori social così imparano a sporcarsi le mani e noi a fare il pane con il lievito madre. Si! Voglio tutto per voi Alfa e Beta, tutto che sia famiglia! Ma come faccio se qui ci si lancia i coltelli?

Cerco lo spot IKEA sui genitori separati, troverò un’ispirazione, un aggancio, una giustificazione. Oddio è bellissimo e piango, piango litri di lacrime e penso cazzo noi non viviamo in Norvegia, noi viviamo nel Trentinodeibambini e io sono di Terronia dove tutti , anche se mi vedono sola con Alfa e Beta dal 2014, mi chiedono ancora “come sta tuo marito? Perché non è sceso?”. Non è mio marito, cazzo, quante volte ve lo devo dire? Non ci siamo mai sposati e comunque non si dice scendere! Ma che vuol dire scendere?

No, non ce la posso fare.

Forse dovrei davvero tollerare il disamore per l’ex amore della mia vita; e per voi due, Alfa e Beta, che siete così belli, dolci, sensibili, vita della mia vita, per voi sacrificarmi, mentire, mollare questa follia della separazione e fare davvero come Anna Magnani, come mamma orsa, come la lupa di Romolo e Remo, come una grande mamma chioccia (terrona) farebbe, mangiare pane tosto, ingoiare lacrime amare, tacere, sopperire, accettare, pazientare, sopportare.

Ma poi un faro nella notte che neanche Lucio Battisti in “Io vivrò senza te” poteva sperare, la speranza nella speranza, il ce la posso fare. Arrivi tu, come il limone sulla cozza, il tecnico dell’ascensore in 5 minuti quando pensi che morirai di claustrofobia, il salvagente quando ti stai agitando in mezzo al lago e intorno a te solo trote, il profilattico quando incontri un figo sconosciuto in discoteca a 20 anni.

Si.

Arrivi tu .

Il trono gay di Maria De filippi alle 14 su canale 5, la rete di merda per eccellenza, quella del Segreto, di Bonolis, della D’urso.

Cioè

Mi volete dire che voi insegnerete a Tonia, la mia vicina di casa di Terronia, che l’omosessualità non è una malattia?

Mi state dicendo questo?

Ma allora sono invincibile, allora un altro mondo è possibile, non tutto è perduto!

Alfa e Beta, amori miei, ma che stiamo facendo? Non perdiamo tempo con questa puttanata della separazione. Andiamo in contro alla vita, anzi andiamo in contro ai nostri colleghi, 2.439.252 genitori single , e quindi milioni di bambini come voi con due case, due spazzolini, due letti, due scrivanie, due zaini, due ombrelli e via. E c’è zia Maria che adesso vi insegna pure che gay è bello e domani forse che separati è meglio!

Grazie Maria. Vado verso la mia nuova vita, io Alfa e Beta sul prato di margherite alte fino al cielo. Hashtag #solonoisemprenoicontroilmondoefanculoachicivuolemale.