LIVINGSCUOLA

La rubrica sulla scuola della nostra superprof Federica Garzetti  – tra i 50 finalisti per il concorso #ItalianTeacherPrize nel 2016: un premio rivolto agli insegnanti per l’innovazione didattica, il primo in Italia… 50 finalisti su 11.500 candidati: buona lettura!

– E VENNE DAL BUIO UN RAV DI LUCE

Gennaio 2020

Infuriano le polemiche sull’Istituto comprensivo romano (parliamo di scuole medie ed elementari per capirci) che pubblica sul sito una divisione dei dati di contesto dei singoli plessi in base al ceto economico e alla provenienza sociale degli iscritti.

In particolare indica come a Monte Mario c’è il maggior numero di alunni privi di cittadinanza italiana e pure di estrazione medio-bassa, mentre a via Cortina d’Ampezzo (in un mirabile incastro di geografia classista alla Vacanze di Natale) studiano i figli della borghesia, ma anche (udite udite) i figli di chi lavora presso i figli della borghesia, nella fattispecie con le mansioni di “colf, badanti, autisti e simili”.

Parliamoci chiaro: la notizia non è certo l’esistenza di differenze socioeconomiche, né le possibili ricadute in termini di realizzazione personale.

Ed è noto a chiunque operi nella scuola che i Rav (rapporti di autovalutazione) per specifica richiesta del Miur raccolgono i dati di contesto, che spesso e volentieri sono essenziali nell’organizzazione dei piani per l’offerta formativa.

Per capirci, molto banalmente, una piccola scuola di montagna non avrà le stesse esigenze di una scuola di città. La periferia non ha i dati di riscontro del centro. Le isole hanno altre esigenze ancora, e così via.

Trasporti, servizi, titolo di studio e certamente, occupazione (o disoccupazione!) delle famiglie di provenienza obbligano a riflessioni serie e approfondite i consigli di Istituto e i Collegi docenti.

Ma è innegabile che in questo caso, bypassando il malizioso sospetto che si volesse esercitare una qualche influenza sulle iscrizioni, delle due l’una: o qualcuno non ha compreso il senso e il valore dell’esame di questi indicatori, o ci sono enormi problemi di comunicazione all’interno dell’istituto.

In entrambi i casi la situazione è grave e anche seria: abbiamo a che fare con dei docenti e questa superficialità è veramente inaccettabile e sconcertante.

Sul classismo della scuola italiana, con le solite e dovute riserve ed eccezioni, ho già detto in passato:basti pensare alla vicenda, molto simile a questa, del Liceo Visconti, che si vantava di non avere tra i suoi studenti più di un paio di alunni stranieri e nessuno diversamente abile. E ancora: “Gli studenti del classico, per tradizione, hanno provenienza sociale più elevata. Ciò nella nostra scuola è molto sentito” gongolava la dirigente del Parini di Milano due anni fa.

In effetti i dati pubblicati negli ultimi due anni mostrano che i licei italiani sono ancora dominio dei figli di dirigenti, professionisti, docenti universitari e imprenditori (45% al Classico, dati molto simili per gli altri indirizzi,fonte AlmaDiploma). Non solo: i dati della provenienza socioeconomica dei nostri laureati non sono percentualmente molto diversi da quelli del 1963.

Personalmente credo anzi che la rilevazione dei risultati Invalsi e Ocse Pisa in genere stia rendendo la nostra scuola ancora più inaccessibile dalla secondaria di secondo grado in poi: una guerra delle iscrizioni e della selezione per figurare al top dei ranking nazionali e magari anche oltreconfine.

Ogni anno a dicembre mi prende l’ansia nella stesura dei consigli orientativi: perché so che per molti dei miei alunni si tratta di una condanna all’insuccesso già scritta prima del processo.

E apprendere è, dovrebbe appunto essere, un processo.

Eppure sono sicura che la scuola sia rimasta oggi ancora l’unico ascensore sociale. Io ne sono la prova vivente: la mia provenienza socioeconomica come figlia di contadino con licenza elementare e di impiegata con qualifica di diploma triennale, spesso esposti al dissesto economico,non mi ha impedito il pieno raggiungimento del successo formativo e professionale. Possiamo discutere dei solidi valori che ho assorbito e delle centinaia di libri che riempivano la mia casa e la mia stanza (e che i miei genitori avevano sempre tra le mani), ma la sostanza non cambia: l’ascensore è salito.

Invece permane quest’idea che, insomma, la massa debba lavorare: liberiamole queste orde di giovani incapaci, dal giogo dello studio. Mandiamoli a lavorare e lasciamo che i pochi valorosi soldati del sapere (meglio se coi soldi per le ripetizioni e genitori dall’acceso interventismo e dalla retorica eloquente) conquistino le vette del Paese.

Quante volte l’ho sentito? “Non tutti sono fatti per studiare”.

Non è vero: è un assunto che rifiuto, perché sono un’insegnante, non una talent scout. Non tutti sono fatti per i licei, sono d’accordo, e non tutti sono fatti per la memorizzazione, per la ragion pura, per le sudate carte.

Ma tutti possono imparare ed è meglio che lo facciano.

Non solo meglio per loro (che comunque in quanto giovani ci dovrebbero stare a cuore): è meglio per la comunità tutta.

Non si può lamentare l’incapacità di leggere e comprendere un testo e poi mandare tutti  a lavorare, ad affrontare la vita incapaci di analizzarla, a vagare sperduti nei boschi della complessità, pronti a seguire il primo ululato di lupo.

L’elitarismo culturale produce elitarismo etico, produce inconsapevolezza, anche elettorale, produce servitù mentale e produce infelicità profonda.

Mai come in questi anni, per quanto privi delle guerre e delle catastrofi epocali passate, si è assistito a un tale grado di malessere e scontentezza.

La violenza della comunicazione e l’inconsistenza di senso (cui soggiace perfino il rav di una scuola!) sono all’ordine del giorno e rivelano come per il cittadino medio sia meno utopico credere alla vana promessa che tutti saremo un giorno ricchi, piuttosto che alla speranza che tutti saremo più felici, nel senso di sereni.

È come se il benessere sociale non possa più essere considerato un obiettivo raggiungibile, quando invece dovrebbe essere la priorità di qualsiasi governo e di qualunque istituzione, scuola compresa.

E invece la proposta della giovane leader finlandese di lavorare sei ore al giorno per quattro giorni alla settimana, a un secolo di distanza dalle conquiste sociali in quella direzione (la giornata lavorativa di otto ore in Italia è roba del 1923) è considerata stupida e viene ridicolizzata.

Dobbiamo rendere la scuola un luogo di incontro, un serbatoio di opportunità. Metterla in cima alle agende ministeriali.

Dobbiamo dare ai ragazzi gli strumenti per scegliere, per produrre e riconoscere bellezza, cioè a dire per vivere, non sopravvivere.

E dobbiamo restituirgli, in questo Occidente buio, malato e solo, un “rav” di luce.

A Don Lorenzo Milani, così maltrattato in questo cupo tempo

Approfondimento: https://www.tecnicadellascuola.it/bufera-su-scuola-classista-a-roma-stupore-e-indignazione-nel-mondo-politico-e-sindacale

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– RIPARTIRE

Settembre 2019

È ora.

Già da un po’ siamo passati dall’evergreen “bello eh, voialtri, tre mesi di vacanza/mezza giornata/settimana corta?” al minaccioso “quindi? Hai già ricominciato?” fino all’angosciante “io comunque il tuo lavoro non lo farei mai”.

“Io comunque il tuo lavoro non lo farei mai”.

Ti senti sola.

Perché è vero, è dura e sai cosa ti aspetta.

Ti aspettano mani alzate per il bagno che neanche un doppio trapianto renale, gravidanze al settimo mese o cistiti letali.

Ti aspettano scioperi della fame di natura amorosa, dietetica o semplicemente oppositivo-provocatoria.

Ti aspettano lunghe passeggiate filosofiche nell’unica ricreazione in cui ti potevi concedere mezzo caffè e invece dovrai affrontare separazioni “dal vero amore della mia vita, prof non mi piacerà mai più nessuno, dovrò farmi suora, prete, nerd”.

Minacce di morte genitoriali “sì lo so che l’ho detto anche la settimana scorsa e quella prima, ma stavolta sono sicur* i miei mi ammazzano”.

Ci saranno mediazioni famigliari che renderebbero orgogliosi zio Freud e fratel Jung, in cui sarà prima tutta colpa di mamma, poi di papà e infine del tiramisù vegano.

Colloqui rovesciati per prendere nota di tutta la genialità non ancora espressa o compresa e “le assicuro prof, sapeva tutto a casa, l’ha mai ascoltato suonare la cornamusa? Sì lo so che lei insegna grammatica, ma ne vale la pena”…

Ci saranno i “puoi guardarmi 5 minuti la classe?” che innescheranno un effetto di ritardo a catena che porterà al cambiamento climatico e poi alla fine del mondo.

Ci saranno “la relazione falla tu che voi di lettere siete più pratici”.

Noi di lettere: più pratici, più comunicativi. Più avvocati, più infermieri, più madri, più padri, più “però all’orale stringi che rubi spazio ai colleghi”.

Ci saranno telefonate urgenti mentre avevi già un piede in macchina, nella doccia o nella fossa. Riunioni più lunghe di un intervento a cuore aperto.

Ci saranno razzie in ogni cartoleria nel raggio di km da casa. E da scuola.

E astucci vuoti comunque.

Ci saranno storie che ti faranno dubitare dell’esistenza di Dio, sempre che tu ci creda ancora, e notti insonni a programmare la gita del 2037, e giorni in cui i tuoi  unici amici saranno il divano, il silenzio e una birra.

Però…

Però ci sarà anche quel bacio che un giovane Romeo ruberà in cortile, restituendoti per sempre il senso dell’amore.

Ci sarà un cioccolatino sulla cattedra ogni tanto, una pastina alla frutta nell’armadietto.

Ci saranno post it antidepressivi e un abbraccio che non ti aspettavi.

Tanti abbracci che non ti aspettavi.

Ci sarà sempre un “dai che ti do una mano, dai che ti aspetto. Mangia”.

Vedrai quella luce chiara sulle facce di chi finalmente avrà capito e pensava che invece no, non ce l’avrebbe mai fatta.

Perché a scuola “non ce la farai mai” non si dice. Non si può. Non c’è.

Ci sarà la gioia di un sei che vale come una coppa del mondo vinta dal Ghana.

Ci sarà il rumore delle sedie che cadono a terra, perché fuori all’improvviso nevica e i nasi si incolleranno alle finestre.

Ci saranno lunghe lettere che conserverai in scatole di latta, insieme a ritratti cubisti, ma così uguali a te…

Ci sarà il senso della giustizia dei tredicenni, merce rara in questo mondo mercenario.

Ci saranno applausi e tifo da stadio quando ti scapperà una parolaccia e “che bei capelli prof!” e “ma no, lei non è vecchia, è vintage…”

Ci saranno, insomma, tutta la poesia e la gioia del futuro che appare.

La grande bellezza delle idee in divenire.

E allora pensi: “è tutto ok”.

Pensi che il tuo lavoro lo farai eccome.

Che ti sentirai ricca.

Piena della loro energia.

Libera.

E mai, mai sola.

Buon anno a tutti,

vince il bene.

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– AMA E FA CIO’ CHE VUOI

Settembre 2018

Inizia la scuola.

Piovono promesse di novità, tra polemiche e speranze: ho sentito parlare molto di numeri e cattedre, poco dell’insegnamento, per nulla dei ragazzi.

L’unica certezza che ho io, invece, è proprio quella di rivederli.

Molti passeranno al ciclo successivo, ne arriveranno di nuovi.

Tuttavia è soprattutto ai primi che rivolgo queste mie riflessioni.

Ragazzi, studiate! Studiate ancora…

Non per i voti, né per la soddisfazione vostra e delle vostre famiglie.

Imparate per scoprire la bellezza e la contemplazione.

Sfuggite alla logica del tutto e subito: non fatevi ingannare dal materialismo che domina il mondo adulto e al quale il mondo adulto si sente in obbligo di educarvi.

La libertà, anche quella economica, non serve a nulla se non la si sa gestire.

Poco importa se non frequenterete un liceo: sforzatevi di dedicare del tempo al pensiero.

Se avete coltivato ingegno e manualità, il percorso professionale è la giusta scelta, non un ripiego: fate!

Una vita si salva in sala operatoria, ma anche se un ponte non crolla, se una macchina non sbanda.

Se le strade dove i bambini giocano sono pulite.

E se un padre e una madre sono genitori felici, consapevoli: non tristi ombre di ciò che non sono diventati.

L’impegno a fare è stato a lungo maltrattato in questo strano Paese dei Cavilli, dove tutto è pressappoco.

“Siate saggina, ma siate la migliore piccola saggina” diceva Martin Luther King.

Non fate solo per  avere. Il lavoro è certamente un traguardo: vi permetterà di guadagnare dignità, indipendenza, denaro…

Ma ricordate, lo ricordino i vostri genitori, quanto a lungo lavorerete: saranno decenni.

Sarà fatica: fatica di vivere, se vi accontenterete.

Dedicate dunque molto alla formazione della professione, ma di più a quella della persona, per non diventare manovrabili pedine e per non cedere mai alla disperazione della monotonia o del cambiamento repentino.

Ricordate quando da piccoli passavate ore ad osservare la formica nel prato, a costruire il castello di sabbia. Quanta cura!

Quella cura, quella fatica danno molto frutto.

Recuperarle e conservarle vi salverà. Sempre.

Sant’Agostino diceva: “Ama e fa ciò che vuoi”. Che non significa “fai tutto quel che ti pare”.

Significa che in quello che fate dovete mettere amore. Ogni gesto va amato, ponderato, scelto.

E quell’amore vi porterà lontano, dappertutto.

Dunque percorrete il mondo con lo sguardo, non con lo smartphone, non dentro il computer.

Quelle sono scorciatoie, passerelle, opportunità.

Il mondo sta fuori.

La vita sta sempre là fuori.

Vorrei alzarmi domani e sentire che l’obbligo scolastico è già arrivato alla maggiore età, che ci sono incentivi per chi prosegue oltre il proprio percorso di studi, che vi proteggeremo.

Che sono nate scuole di specializzazione professionale: università per idraulici, elettricisti, falegnami. Luoghi dove potete diventare bravi, i più bravi.

E nel frattempo avere un tempo sano per crescere, maturare.

Allora sarei sicura che la politica sta tutelando il vostro futuro, che vi vuole grandi, consapevoli, preparati.

Che non vi vuole esercito d’argilla: contro l’orso, contro quelli che difendono l’orso, contro lo straniero, contro un’idea o il suo contrario, nella logica dell’odio, dell’orda barbarica.

Questa crisi ha diffuso amarezza e, cosa assai pericolosa, molta violenza.

Violenza verbale che si respira soprattutto sui social network, ma non solo e peggiorerà.

Sono sicura che se imparerete a riconoscere la poesia del quotidiano e a celebrarla, la vostra sarà una generazione senza rabbia.

Festina lente dicevano gli antichi.

Festina lente, piano, slow: andare avanti, imperterriti, ma assaporando ogni momento.

Ritrovandone il valore (la spiritualita?).

Festina lente nonostante una bocciatura, amarissima sì, ma sostenibile a fronte di una lunga, lunghissima vita.

Questo mi auguro e vi auguro: che la scuola vi lasci l’eredità dello stupore, della parola “scavata”, dell’ironia, della libertà , della Verità, della pace. E della speranza.

Buon anno a tutti!

Una volta per tutte dunque ti viene imposto un breve precetto: ama e fa’ ciò che vuoi;

sia che tu taccia, taci per amore;

sia che tu parli, parla per amore;

sia che tu corregga, correggi per amore;

sia che perdoni, perdona per amore;

sia in te la radice dell’amore,

poiché da questa radice non può procedere se non il bene

Sant’Agostino

SCUOLA

  • PRIMAVERA 2018

Vorrei che la scuola media avesse la pausa di metà quadrimestre. Due settimane: quelli tranquilli a casa. X e Y a scuola. Con me. A recuperare quel muro di “non sufficiente” che ogni volta a vederlo è un pugno in faccia. A spiegargli bene perché non verranno alla gita dei tre giorni e non verranno a quella di mezza giornata e hanno un giudizio globale che neanche un ergastolano. Spiegarglielo bene. Non di corsa su un corridoio e poi mortificata dentro un ufficio, mentre i loro genitori si trattengono dal mollare un ceffone, non sai mai se a loro, a te o al proprio partner. Sempre che esista. Vorrei avere due settimane per raccogliere e dare una forma gestibile a quelli che si sono iscritti alle superiori tirando il dado. E dirgli “andrà tutto a posto, ce la puoi fare, e se non ce la farai subito ce la farai dopo”. Chè son stanca di sentire che a scuola non c’è meritocrazia. Mai visto i bravi patire: qualche presa in giro, qualche trasparenza. Ma poi un giorno (giustamente) tutto va in ordine. Invece X e Y… ma anche T,U,V,Z… Vorrei due settimane ogni tanto per le ultime lettere dell’alfabeto. Che non sono mai scelte per le classi campione. Per i segmenti e gli angoli. Per niente. A volte nemmeno per l’alfabeto: che di lettere ne ha solo 26… e invece le mie lettere sono quasi 30…

giugnolafede

  • OSPEDALE DEGLI INVALSI

Sono al secondo giro di prove Invalsi e adesso ho da dire delle robine.

Ciao Mr Invalsi,
sono un’umile serva dello Stato a beneficio delle giovani generazioni da 18 onorati anni. 
Bella l’idea di una rilevazione oggettiva dei saperi eh!
Bella anche l’intenzione di serietà e irreprensibile controllo che lo svolgimento online DOVREBBE  garantire.
Poi però c’è il dato di realtà, da cui chi insegna e chi progetta uno studio non può prescindere, pena l’espulsione dalla schiera delle anime docenti.
Primo interrogativo etico: perché passare le stagioni a lamentare l’ignominioso e volgare attacco alle istituzioni scolastiche da parte del sentire comune, e poi togliere ogni valore all’esame di Stato, che “dai, se lo fanno tra loro, a tarallucci e vino”?
Eh già, Mr Invalsi, è proprio questo il messaggio che lanci: stai dicendo a tutta Europa che non siamo in grado di valutare i nostri studenti in fase d’uscita. 
Meglio un bel calcolo statistico. 
Pazienza se chiedi la comprensione del testo a ragazzi certificati per difficoltà di comprensione del testo.
Dettagli se hai dato tempi aggiuntivi a ragazzi certificati per disturbi di attenzione e di iperattività, che reggono un quarto d’ora solo crocifissi al banco.
Fa nulla se chiedi competenze di calcolo su bonifici e accrediti, che  per ora riguardano solo i fratelli maggiori dei nostri alunni (sempre che lavorino) o i loro genitori (vedi l’appunto precedente).
Eh no cara Prof, mi dirai a questo punto. 
L’oggettività! La trasparenza! Il livello europeo!
Eh, però, Mr Invalsi, se vuoi uno standard europeo prima mi devi dare un approccio europeo alla scuola. Le stesse strutture. La stessa sostenibilità emotiva… Perchè io non chiedo una cena stellata alla pizza al taglio sotto casa. Chiedo un trancio o due.
E guarda, Mr Invalsi, che ho provato a darti ragione. Quando vedevo che di anno in anno ridimensionavi le richieste.
Ma poi ieri invece ho visto G, tutta rossa in viso. 
G è fantastica, sempre allegra e da grande vuol fare l’avvocato. Ma l’avvocato “dei diritti umani”. Ha una sensibilità che mi illumina la vita: di quelle alunne che quando azzardi un po’ di letteratura spalancano la boccuccia e sanno fare analisi e previsioni. Non è che capiscono: gli cambia proprio la prospettiva. 
Ma ieri G vedeva solo il tempo scorrere sulla barra. La sua inconcludenza. La difficoltà a passare da un argomento all’altro, totalmente diverso, in pochi minuti e su uno schermo, mica su una pagina “vera” dove usare un evidenziatore “vero” e scrivere delle note “vere”.  E, attenzione: TANTI argomenti! Perché lo spirito di adattamento, per carità, nella vita ci vuole. Ma qui parliamo di schizofrenia testuale. Non stiamo scegliendo gli amministratori delegati del futuro, solo cercando di capire a che punto è la nostra cara scuola.
Ma tu, Mr Invalsi, non hai capito proprio niente di G!
Neanche di T, che ha deciso di non farsi umiliare e oggi ha fatto scorrere tutte le domande e chiuso la prova in tre minuti. 
A caso. 
Esercitando una sovversione che trovo quasi illuminata. 
T è un genio informatico tra l’altro: raro. Uno di quegli studenti iperdotati che ti capita una volta ogni dieci anni e peró va compreso. E non ce la fai con la statistica. Devi essere lì e vedere. Avere pazienza. Metterlo in bolla finché non riesce a starci da solo. E poi lasciarlo andare, perché arriverà più lontano di me e di te, caro Mr Invalsi.
E non tenermi buona dicendomi che i risultati non hanno rilevanza per il singolo e nemmeno saranno mai associati al docente. Sai che non è così. Che ci saranno colleghi a cui certe classi e certi alunni e certi certificati non verranno mai dati. Classi di 15 e altre di 30. Classi di Milano centro e dello Zen di Palermo. Classette sul cucuzzolo della montagna e classi dentro container. E allora sai cosa c’è? Falla fra noi insegnanti la scrematura. Decidi che questo lavoro lo facciano i migliori. E pagali peró!
Togli alunni per classe e aggiungi insegnanti di sostegno (sembra quasi uno dei tuoi quesiti).
Fai in modo che si abbiano le giuste diagnosi a partire dalla scuola d’infanzia. Restituisci alla scuola primaria un tempo di apprendimento umano e le abilità di base. Restituisci alla comunità centri di aggregazione che allenino i ragazzi alle competenze sociali: la solidarietà, l’accettazione della sconfitta, la resilienza, la condivisione. 
Tutta roba che devi osservare in live streaming caro Mr Invalsi.
E che tu non vedrai mai.
E mi spiace per te.

Cordialmente,
La Prof

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ALL INCLUSIVE (ALMENO) LA SCUOLA E’ DI TUTTI
Frida, Milano e noi

grazie

Milano liberty e austroungarica sbuca da ogni androne.
Ovunque vetro, acciaio ed evoluzioni in ferro retró.
bistrot francofoni riempiono via Tortona, con le botteghe artigiane e il design che vorresti.
La gente è di fretta, ma mai scortese. Le sciure salutano i ragazzi che accarezzano cagnolini più costosi di un affitto mensile. 
Invadiamo il Mudec chiassosi e colorati: ci guida Francesca, gentile. Sorridente. 
Frida è ovunque, nella sua compulsione ritratta. “Non conosco nessuno meglio di me stessa”. È una personale ricchissima e generosa: andate! Tra conigli lunari e terzi occhi, la mia 3D si siede e ascolta e guarda. 
E sa. 
Nella stanza del Dolore tace, perfino. 
Quasi un miracolo, ma questo l’arte fa. 
E per un attimo, breve, densissimo, dimentichi la levataccia, i ritardi, l’ansia per i sorpassi azzardati, prof quando arriviamo, prof pipì, prof autogrill, prof quanto tempo libero abbiamo… dopo due linee della metro, 390 appelli, e performance vocali che Sanremo lèvati proprio, mi siedo contenta. Sono contenta. 
Abbiamo portato 90 ragazzi under 14 ad assaggiare arte. Sono stati irriverenti, rumorosi, come devono essere dei prometeici preadolescenti. 
Hanno spalancato le boccucce per dei quadri, come lo hanno fatto per gli YouTuberincontrati in piazza Duomo. 
Contraddittori. 
Difficili.
Ma è successo: perché TUTTI DEVONO STUDIARE, anche se “non tutti sono fatti per un lavoro di concetto”. 
TUTTI DEVONO IMPARARE, anche se questo ci costa il sangue e la salute mentale ogni giorno. 
C’erano disabili, dsa, e almeno una ventina di “mezzosangue”. Qualcuno sarà un’eccellenza, qualcuno sbaglierà indirizzo scolastico, fidanzato, abbinamento di colori. 
Qualcuno resterà in terza. 
Tutti soffriranno, si innamoreranno, praticheranno stronzaggine e bontà. 
Forse la storia della Kahlo rimarrà in un angolino della memoria e darà una forma e una dimensione diversa all’esperienza. 
Perché questo l’arte fa. 
E questo favorisce l’apprendimento.
E il restare umani.
rav