RIBELLE… NELLIE BLY, DIECI GIORNI IN MANICOMIO

Lo scorso anno, in occasione della Giornata nazionale contro la violenza sulla donna 2020, abbiamo contribuito attivamente alla realizzazione della maratona on-line Mai senza voce organizzata ed andata in onda sulle frequenze di Radio Tandem Bolzano grazie alle Donne in Tandem: come si può leggere in “Tandem. 40 anni di radiofonia e informazione fuori dal coro”, il libro dedicato alla storia dell’emittente, nel ‘78 il gruppo di donne che frequentava e collaborava con l’allora Radio Popolare decise di dar vita ad un collettivo femminile/femminista, con trasmissioni ed appuntamenti dedicati a tematiche che per l’epoca erano molto “calde”: contraccezione, divorzio, aborto e tanto altro. Le donne finalmente avevano la possibilità di far sentire la loro voce, e oggi continuano sulla stessa linea le conduttrici Alessandra Faggiano, Verena Schroffenegger, Irena Hasanbelli, Sarah Orlandi.

MAI SENZA VOCE 2020 👠 è stato un evento in streaming di 4 ore di diretta con diversi interventi:
Avvocata Elena Biaggioni
Marika Mottes e Francesca de Pretis per il nostro blog livingwomen
Mirca Zanoni operatrice di GEA Bolzano
Elisa Bellé ricercatrice UniTn
Debora Pomarelli sorella di Elisa Pomarelli, vittima di femminicidio Maria Devigili cantautrice trentina

Impossibilitate a causa del Covid-19 a ritrovarci fisicamente, abbiamo cercato di analizzare e di confrontarci attraverso sguardi differenti sulla tematica della violenza contro le donne, piaga che costantemente affligge la nostra società. Trovate il Podcast suddiviso per interventi al LINK https://www.radiotandem.it/-senza-voce/

Abbiamo terminato il 2020 con l’ennesimo atto violento, quello contro la nostra amica e sorella Agitu Ideo Gudeta. Ancora troppo scosse non riusciamo a parlarne. Non smetteremo mai però di raccontare le donne, la loro forza ed il loro coraggio.

Sono tante le donne coraggiose che hanno cambiato il mondo, Agi sicuramente è una di queste. Agitu è stata una ribelle sempre: contro il governo etiope e contro le multinazionali che l’hanno cacciata dal suo paese di origine, l’Etiopia. Contro lo sfruttamento dei popoli, degli animali e della terra. Contro gli stereotipi di razza. Contro gli stereotipi sulla donna. Una donna contro, che lascia un messaggio ed un’eredità enormi che speriamo di potere essere degne e capaci di portare avanti in suo nome. A questo link potete partecipare alla raccolta fondi per poter portare avanti l’attività imprenditoriale a cui ha dato vita in Trentino, in Valle dei Mòcheni, La capra feliceLink raccolta fondi: Le capre felici – Raccolta fondi per Agitu

Alla radio scelsi a Novembre di raccontare la storia di una ribelle di fine Ottocento, la prima reporter investigativa donna negli Stati Uniti. Mi fa piacere iniziare il nuovo anno raccontando di quella ribellione che consentì di cambiare e sovvertire lo status quo che si era consolidato attorno alla condizione della donna nei manicomi femminili. Con l’augurio rivolto a tutt@ noi di poter ritrovare nel 2021 la forza delle nostre idee e la nostra voce, di continuare a credere di poter cambiare ciò che non va nel mondo.

Dieci giorni in manicomio” è un piccolo ma preziosissimo libro scritto da Elizabeth Jane Cochran meglio conosciuta sotto lo pseudonimo di Nellie Bly (1864-1922).

Nel 1887 a 23 anni fingendosi una rifugiata afflitta da paranoia Nellie si fece rinchiudere nel manicomio dell’isola di Blackwell della città di New York per 10 giorni, allo scopo di uscirne e denunciare le reali condizioni di vita delle donne ricoverate lì.

Nel suo reportage racconta i soprusi e le violenze a cui le pazienti sono state sottoposte per opera di infermiere crudeli, in condizioni di vitto ed alloggio disumane, sotto la responsabilità di medici perlopiù incompetenti ed incapaci. Spesso le donne venivano ricoverate su richiesta delle famiglie semplicemente a seguito di una malattia fisica che non consentiva più loro di lavorare e contribuire così all’economia famigliare o altri futili motivi, altrettante volte si trattava di donne straniere o emarginate dalla società che non conoscevano la lingua e le leggi americane, altre volte si trattava di donne in difficoltà che cercavano un alloggio temporaneo per sopravvivere. Spesso si trattava di donne fragili, o semplicemente povere, provenienti dai ceti sociali più bassi. Erano sottoposte a bagni di acqua gelata, ad un’alimentazione insufficiente a base di cibo avariato che peggiorava le loro condizioni fisiche e mentali, vestiario insufficiente, umiliazioni verbali e percosse quotidiane.

Nel corso dei 10 giorni di permanenza più di una donna perse la vita.

Grazie al suo articolo pubblicato su un noto quotidiano della città di New York, venne aperta un’investigazione ed in seguito ad essa si stanziò oltre un milione di dollari in più all’anno per la cura delle persone mentalmente instabili.

“Prendi una donna perfettamente sana, rinchiudila in una stanza gelida e costringila a sedere dalle 6 del mattino alle 8 di sera, impedendole di muoversi e parlare, alimentala con pessimo cibo, senza mai dare notizie di ciò che accade nel resto del mondo e vedrai come, ben presto, la condurrai alla follia. Due mesi sono sufficienti a provocare un vero e proprio esaurimento fisico e mentale.”

Ho sempre pensato che malattia mentale e violenza fossero fortemente connesse, e mi sono sempre sorpresa del fatto che perlopiù invece si siano affrontati i temi della violenza sulle donne e della malattia mentale come due argomenti separati, anziché legati a doppio filo.

Da secoli l’argomentazione della malattia mentale femminile è stata un fortissimo strumento di manipolazione e di controllo sulla donna, sul  pensiero femminile e sulla sua emancipazione. La storia della malattia mentale femminile può essere meglio definita come una storia di autonomia negata.

Tra Ottocento e Novecento, si è cercato in Occidente attraverso numerosi studi di evidenziare un aspetto specifico delle dinamiche manicomiali, e cioè la loro analogia con una visione autoritaria del rapporto tra i generi che si esprimeva in ogni ambito delle relazioni sociali quotidiane, in famiglia, negli affetti, nel lavoro.

Oggi la violenza sulla donna si manifesta maggiormente all’interno delle mura domestiche, attraverso l’utilizzo della violenza verbale ed economica, delle percosse fisiche, della violenza sessuale. 

Nei paesi in via di sviluppo, in relazione al contesto culturale ed in numero variabile, si manifestano tutt’oggi sulla donna pratiche di mutilazioni, amputazioni e acidificazioni, infanticidi e aborti forzati, assassinii e suicidi indotti di figlie, mogli, sorelle.

In entrambi i casi comunque è perlopiù la famiglia – che nella nostra cultura viene spesso identificata come “luogo” di protezione, amore, accoglienza, sicurezza – che paradossalmente diventa invece luogo di morte, laddove i comportamenti violenti vengono agiti dal marito/partner: la persona cui la donna dà fiducia e amore per un tempo interminabile. Tante sono ancora le donne che subiscono maltrattamenti anche per venti, trenta anni consecutivi tra le mura domestiche.

Uno studio recente, composto da ricercatori dell’istituto di Psichiatria, Psicologia e Neuro-scienze del King’s College di Londra del Regno Unito, dell’Istituto Universitario di Salute mentale a Montréal (IUSM) e dell’Università di Montréal del Canada dimostra che, in aggiunta ai danni fisici, le donne che subiscono violenza domestica sono a maggior rischio per lo sviluppo di problemi mentali, quali ad esempio depressione e sintomi psicotici. Non è una cosa strana perciò affermare che molte malattie mentali erano in passato e sono ancora oggi il frutto delle violenze subite.

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