AZZURRO I BAMBINI E L’ARCOBALENO

Azzurro il cielo, azzurro il mare, azzurra forse anche la pioggia, se solo cadesse al rallentatore e potessimo vederne il colore.

Sono fuggita. Hanno aperto le frontiere. Fino all’ultimo non ci avevo creduto, ma in pochissime ore ho realizzato quanto mi mancasse la mia libertà, quella di prima, quella di prendere e andare dove mi pareva. Ho riacquistato i miei diritti civili e mi sono accorta di avere il bisogno impellente di usarli.

Ho implorato una manciata di ferie e le ho insperatamente ottenute. Ho chiamato mia madre che non vedevo da 6 mesi: “Vengo al mare con te”. Lì per lì è rimasta un po’ interdetta, me l’ero immaginata più entusiasta, a pensarci bene, in effetti, l’ordine dei passaggi non era proprio quello che intende lei, ma ha abbozzato. Così ho messo un po’ di vestiti puliti (cioè tutti quelli che non ho usato in 3 mesi di tuta) in una valigia, ho chiuso casa e sono scappata dalla Lombardia.

L’ultima cosa che mi sarei aspettata nella mia vita, dopo essere finita a vivere nell’unico posto in cui avevo giurato di non voler mai andare ed essere stata costretta a viverci per 20 lunghi anni, era di rimanerci proprio rinchiusa come in una prigione, senza la libertà di poter tornare ai miei luoghi dell’anima, dalla mia famiglia, a casa.

Tutto mi è sembrato strano, un po’ diverso, anche gli abbracci, camminare per strada, ritrovare la mia città girando con la mascherina. Tutto un po’ più lontano, un po’ distante. Come se quella distanza di sicurezza fisica che ci siamo abituati a tenere dagli altri, fosse entrata dentro di noi distanziandoci dalle cose, anche quelle che amiamo, facendocele vedere da un’altra prospettiva. 

Come se la quarantena avesse messo ogni soggetto in rapporto ontologicamente diverso, distanziato, con l’oggetto, qualunque esso sia. Niente sembrerebbe più uguale, anche se lo fosse e comunque non lo è, perché tutto è cambiato.

Avete notato quanto sia entrato nel linguaggio corrente il termine “distopico”? Distopico era un termine che, al di là del suo senso stretto, indicava qualcosa di interessante, divertente, affascinante, fino a che si riferiva al futuro, alla realtà virtuale, agli scenari di un libro, un film, una serie tv. Come aggettivo qualificante la realtà che stai vivendo, il tuo presente distopico, è molto meno divertente e assume quella nota vagamente angosciante. Infatti ce ne siamo accorti e in breve tempo abbiamo smesso di abusarne.

La mia realtà distopica, non si è esaurita con la pandemia e conseguente quarantena, seguita da un’imminente tragica crisi economica di proporzioni bibliche, come immagino per molti, se non tutti voi.

Ora sono qui, a giugno in una riviera romagnola, in cui in realtà, a dispetto del calendario: è marzo. 

La pioggia battente, intervallata a rapide schiarite, durante le quali mi fiondo col costume in terrazzo, leggo qualche pagina di un libro, lavoro (ah si: perché con lo smart working, che figata, puoi lavorare dovunque e quindi rischi di lavorare un pochino, ma sempre, ovunque e a qualunque ora), mangio e poi scappo dentro sparecchiando anche coi piedi. 

Beh si sa, a marzo è così. Guardo in giro, guardo mia mamma e le chiedo: “come mai ci è venuto in mente di venire al mare a marzo?” lei ride. 

Gli alberghi sono chiusi, come a marzo, apriranno solo verso fine mese, a luglio. Appena fa bello tutto si anima di quella tranquilla solerzia che rende speciali questi posti: si tagliano siepi, puliscono piscine, dipingono ringhiere e soprattutto si puliscono enormi vetrate.

Guardo in giro, guardo mia mamma, e lei commenta: “beh capita se si decide di venire al mare a marzo!” io rido.

Nei bazar delle strade di solito già battute da orde di turisti, c’è un negozio aperto ogni tre, ma già si annuncia la tendenza dell’estate: la kermesse della mascherina o meglio della mascherina copri-mascherina più fantasiosa.

Guardo in giro, guardo mia mamma e le chiedo: “ma come ci è venuto in mente di venire al mare a marzo?” lei ride.

Paradossalmente, ci ho messo molto di più a capirlo, ma la cosa che mi pare più stana, in questo presente distopico in cui è cambiato il nostro rapporto con l’oggetto, è un particolare che ho trovato in spiaggia. E’ stato difficile notarlo perché è un elemento tipico le paesaggio marittimo e di tutte le spiagge del mondo, ma è stato per tanti mesi un elemento perduto della nostra realtà umana e soprattutto perché quell’elemento è profondamente cambiato.

I bambini. Sono tornati i bambini. I bambini giocano sulle spiagge, si arrampicano sui castelli, corrono nell’acqua, si rotolano nella sabbia, ma non fanno casino. I bambini sono tornati, sono stati mesi a casa con genitori più disponibili e sono tranquilli, sono “educati”, sono sereni o forse solo si stanno timidamente riappropriando di una realtà che anche a loro deve apparire molto diversa.

Noto una strana coppia che mi passa accanito in silenzio correndo: un padre e una figlia. Certo i bambini corrono, corrono sempre, amano correre. E’ un’ottima idea fare jogging con i figli. E perché prima della pandemia non ci era mai venuto in mente di portarceli dietro a correre sulla spiaggia?

Perché vivevamo in una realtà parcellizzata, in cui c’erano spazi per il lavoro, per il tempo libero, luoghi, tempi ed attività per bambini, per adulti, per anziani, per disabili, per single, per sposati, per separati, per etero e per lgbetuttolalfabeto. Tutti rigorosamente separati per tipo, età, cultura, religione, genere, appartenenza o preferenza sessuale… mi viene in mente che forse è il momento in cui possiamo mischiare il mazzo, ridare le carte e fare un po’ di più come cavolo ci pare tutti quanti, perché si può stare meglio di come eravamo abituati: l’abitudine spesso è una brutta trappola in cui ci rinchiudiamo da soli.

Tornando ai bambini, con cui mi sono messa subito a giocare ritrovandomi molto. Concordo che sia terribile che non abbiano più la scuola, i loro riferimenti e i loro compagni, ma che un bambino non debba svegliarsi all’alba, trascorrere dalle 8 alle 10 ore rinchiuso in un edificio scolastico, per poi essere trascinato a fare attività sportiva o culturale e poi magari finire anche i compiti. Che i figli ed i genitori possano godere della compagnia reciproca, a me non pare una cosa folle, anzi mi sembrava tutto estremamente folle prima.

Quindi vi chiedo: fermiamoci un attimo a guardare questi genitori e figli più tranquilli, più complici, più capaci di stare insieme e condividere interessi, osserviamoli. Da qui dobbiamo ripartire, non dal ricostruire in tempo zero contenitori in cui mettere i bambini, per consentire agli adulti il massimo della produttività. 

La generatività è più importante della produttività: la qualità di vita, di relazione, di trasmissione di competenze di vita, emotive, valoriali, alle generazioni future, è più importante del fatturato; o è solo un elemento della realtà distopica?

Guardo mia mamma, mia mamma mi guarda, in silenzio. Non ridiamo. Il mare è azzurro, il cielo è azzurro, la pioggia è azzurra, anche il futuro all’orizzonte è di un azzurro indefinito, fra cielo e mare: “guarda l’arcobaleno!” succede spesso a marzo quando piove col sole. 

Mi giro a guardare ed è già quasi luglio, è già tutto diverso, in questa realtà distopica accelerata. 

Sono in montagna, in mezzo al bosco e non so quasi nemmeno io come ci sono arrivata, è sera e il profilo delle montagne è un avvicendarsi di quinte azzurre nell’azzurro del cielo. Domani…

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