POETI MODERNI #1 EMANUELE INGROSSO

Intervista di Mattia Zadra

Ciao Emanuele, è un piacere cominciare questa nuova rubrica con te! Prima di iniziare devo chiederti se possiamo continuare a darci del tu o se ora che sei campione italiano di poetry slam preferisci ti dia del Lei.

Salve. Beh, a dire il vero lei ha già cominciato a darmi del tu, per cui ormai questa libertà se l’è presa per conto suo.

Procederemo in questo modo, tenterò di adeguarmi.

Io e te ci siamo conosciuti alle finali nazionali del campionato LIPS (Lega Italiana Poetry Slam), due anni fa, a Milano. In quell’occasione ricordo che eravamo entrambi molto emozionati, giovini esordienti pieni di belle speranze, e che entrambi siamo stati trambati brutalmente tutti e due. Tu che ricordo hai di quell’esperienza?

Non ti mentirò, ne ho un ricordo piuttosto traumatico.

Non ero pronto e per la prima volta sentivo una certa pressione, la paura di far fare brutta figura allo spettacolo intero.

Mi ricordo che prima di me il buon Fabiani ha deciso di leggere una poesia senza microfono e io giustamente ho pensato “che figura faccio a chiedere il microfono? Mica ne ho bisogno”: gran bella idea, ho letto senza microfono e ho fatto davvero schifo. Ne avevo bisogno.

In sostanza non sto dicendo che questo trauma che mi ritorna in sogno ogni due-tre settimane sia colpa di Andrea Fabiani, ma non sto neanche dicendo il contrario.

C’è da dire però che lo scorso anno a Genova e quest’anno a Ragusa ti sei piazzato rispettivamente secondo e primo, confrontandoti con poeti di un certo calibro, come del resto ci ha da sempre abituati il campionato LIPS. Dopo la tua vittoria ti è mai capitato di pensare “Ma che minchia hanno fatto questi? Hanno fatto vincere me? Che, davvero?” o di palesare altre perplessità simili?

Devo dire che ho pensato a questa possibilità più di una volta prima delle finali, non mi sembrava così impossibile dal momento che negli ultimi due anni mi è capitato spesso di vincere gli slam e le finali non sono altro che due slam normalissimi.

“Ma che minchia hanno fatto questi?” è la domanda che mi faccio durante tutto l’anno, alle finali mi sono goduto lo spettacolo: abbiamo vinto tutti in quello skate park, ma anche nei bar, sugli scalini alle 3 di notte e in spiaggia (soprattutto).

Nelle tue poesie ci sono parecchi riferimenti alla cultura popolare, da personaggi televisivi, canzoni, fino ai succhini nel bricchetto dati da nonna. So anche che Pingu è una delle tue principali fonti di ispirazione. Quanto ha inciso la pigrizia con il tuo processo creativo?

Incide quotidianamente, per fortuna o purtroppo.

Lo spettacolo che sto portando in giro lo sto scrivendo, sistemando e imparando a memoria nei viaggi in Flixbus da Milano alle città in cui, la sera stessa, devo fare una data.

Diciamo che la pigrizia incide combinata con un po’ di sano panico.

Durante le tue performance tendi a rannicchiarti su te stesso e sul microfono. È una scelta stilistica o essendo poeta sei stanco e debilitato e quello è solo un principio di svenimento?

Vuole essere un omaggio a Dante ma neanche svenire mi riesce uguale.

Nel 2019 esistono altri motivi per cui iniziare a scrivere poesie, a parte l’essere delle schiappe negli sport?

Nel mio caso (e in questo momento) scrivere poesie significa informare amici ed estranei sulle mie condizioni di salute: un bollettino medico in versi, più o meno.

5 anni fa vomitavo sul foglio la mia depressione e poi bruciavo tutto, ora parlo e rido di quel ragazzino che aveva i miei stessi lineamenti ma molti meno sorrisi: è una soddisfazione immensa presentarmi al pubblico dicendo innanzitutto che non è così scontato che io sia ancora qui, su questo pianeta.

La poesia che ruolo ha nella tua vita? 

Vedi sopra.

Come e dove ti vedi fra un anno? Sarai ancora sui palchi oppure guercio su una nave pirata?

L’acqua mi mette un po’ di ansia in realtà.

Ora sto cercando di entrare al GF Vip ma credo di essere già troppo famoso per quello. Incrociamo le dita, dai.

Ora fatti una domanda che non ti ho fatto ma alla quale avresti voluto rispondere:

Perché proprio la poesia comica? Perché funziona di più agli slam?

No, intervistatore malizioso: questo è il linguaggio attraverso cui mi racconto con più facilità, al pubblico nei tre minuti di uno slam ma anche alle persone che mi circondano: mi è capitato che amici o persone amate in genere mi dicessero, sentendo qualche poesia: “ma è vero quello che racconti? No perché puoi anche parlarne con noi eh” 

Bene, ora che la mia pelandronaggine è diventata manifesta col mio farti far le domande da solo direi che è venuto il momento di chiudere, quindi ti chiedo: qual è la cosa che finché ci sarà ti farà sempre andare a fare/vedere gli slam?

Finché lo slam sarà uno spazio di condivisione, non solo di tecniche ma anche di esperienze e modi di affrontarsi non solo sarò parte di tutto questo, ma ne avvertirò il bisogno con tutto il cuore.
Se mai lo slam dovesse diventare una serata animata da robottini fatti di enjambements e allitterazioni programmati per prendere un voto da 27 a 30, sarà uno spettacolo terribilmente noioso e smetterò di prenderne parte.
Per ora siamo sulla strada giusta per mandarli in TILT, sti robottini arroganti.  

Qui è dove l’intervistatore dovrebbe salutare l’intervistato, ma ciò non accadrà, non qui, non ora.
Non accadrà perché non è necessario, in quanto Emanuele nei prossimi giorni sarà in Trentino per una doppia replica del suo spettacolo “Da piccolo odiavo i bambini” ed avremo modo di abbracciarci di persona molto presto.
Se volete venire a conoscerlo queste sono le vostre occasioni:

SABATO 9 Novembre: Emanuele Ingrosso in “Da piccolo odiavo i bambini” + Open Mic https://www.facebook.com/events/533249177225668/ 
DOMENICA 10 Novembre
Matinee poetico: Colazione + Emanuele Ingrosso (evento su prenotazione) https://www.facebook.com/events/943740405982024/

UN RINGRAZIAMENTO PER IL VIDEO ALLA COMPAGNIA DELLE INDIE

Copyright Matteo Mac Niccolai

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